Per giungle e per deserti

Un bagaglio di emozioni

Partire da Milano, puntando verso l'Africa, il Messico, il Brasile. Scoprire popoli e Paesi lontani. Dormire sotto le stelle del Sahara o nel cuore di una foresta pluviale... Ecco come un editore-narratore di storie sapeva trasformarsi in un "globe-trotter" senza pregiudizi.

A cura di Gianmaria Contro

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Luigi Boitani è uno scienziato, un accademico e uno scrittore di prima grandezza. Docente di Biologia della Conservazione ed Ecologia Animale presso l'Università La Sapienza di Roma, è autore di progetti di ricerca di respiro internazionale nonché di numerose pubblicazioni specialistiche, ma si è anche dedicato alla divulgazione. Il saggio "Dalla parte del lupo" (1987), edito da Giorgio Mondadori, è la sua opera più nota, ma non bisogna dimenticare "Pan", la trasmissione televisiva a cui prese parte negli anni Ottanta, in qualità di consulente, documentarista e conduttore. Noi, però, lo abbiamo interpellato perché è stato uno degli inseparabili "compagni di viaggio" di Sergio Bonelli nelle sue peregrinazioni tra India, Africa, Europa, Medio Oriente e Americhe e, per questo, è tra i pochi che possano raccontare "in presa diretta" l'esperienza del nostro editore-viaggiatore. In un assolato pomeriggio d'estate, ha gentilmente accolto il nostro invito, ed è dalla trama dei suoi ricordi che abbiamo estratto questa "testimonianza".

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NASCE TUTTO, COME SEMPRE, DA UNA FOTOGRAFIA: IL SOGGETTO È UNA TOYOTA "LAND CRUISER", AUTOMOBILE POTENTE E AFFIDABILE. A un certo punto, sarebbe diventata "lei" la protagonista del nostro itinerario di turisti-viaggiatori, di esploratori "per caso" e per curiosità. Ma prima – in principio, viene quasi da dire – c'era la Land Rover. Il "Vagabondo della Terra" letteralmente, o la "Nave del Deserto" se preferite...


Sergio Bonelli con la sua Land Rover.

Per certi versi, tutto è cominciato da lì. La comprai verso la fine degli anni Sessanta per coronare quello che era un vero e proprio progetto di vita, coltivato con pazienza e parsimonia per più di quattro anni; volevo andare in Australia o in India – destinazioni quasi obbligate per i sognatori-fuggitivi di quegli anni – e volevo farlo in assoluta libertà, senza dipendere da niente e da nessuno. La Land Rover era perfetta, un "oggetto romantico" in un certo senso, intriso di quel profumo d'avventura, di leggerezza - di libertà, appunto - che io e i miei compagni andavamo cercando. Come fu che la mia, chiamiamola così, irrequietezza si unì a quella di Sergio? È presto detto: grazie all'incrocio di amicizie comuni: il trait d'union fu la giornalista Silvia Dal Pozzo; era lei a conoscere tanto il “gruppo di Roma” – Gerardo Bamonte, il sottoscritto e altri – quanto Bonelli. Lei presentò Sergio a Gerardo e questi lo presentò a me... Ci incontrammo per la prima volta a Milano, in via Ferruccio, che allora era la sede della sua Casa editrice. Io stavo sul marciapiede e lui mi parlava sporgendosi dalla finestra del pianterreno...

DIFFIDENZA? FREDDEZZA? NO, NIENTE AFFATTO. DIREI, PIUTTOSTO, UNA SPECIE DI NATURALE "RISERVATEZZA". Era una cosa che io e lui avevamo in comune, del resto. È difficile da spiegare, ma credo che proprio la "leggendaria” Land Rover sia il miglior esempio che si possa portare. Sergio Bonelli amava muoversi, scoprire, attraversare il mondo anche sporcandosi le mani e spingendosi in luoghi spesso inospitali, ma desiderava farlo senza "mescolarsi" troppo al contesto, rimanendo "invisibile", per così dire. Un atteggiamento che si potrebbe scambiare per snobismo – e, forse, in minima parte lo era, perché negarlo? – ma che, in realtà, corrispondeva di più alla volontà di mantenere uno sguardo lucido e cosciente sulle cose che si incontravano passo dopo passo, uno sguardo depurato dalle mille situazioni-distrazioni imprevedibili che potevano presentarsi.

La Land Rover, in fondo, era proprio questo: un micro-universo autosufficiente, un "santuario dell'indipendenza” progettato e costruito per essere una casa-su-quattro-ruote, fatto per spostarsi, mangiare, riposare, contenere nel suo guscio di lamiera quasi tutti gli aspetti della vita quotidiana... Qualche volta, ricordo, Sergio dormiva sul tetto dell'automobile, sotto il cielo incredibilmente limpido dei deserti africani. In fondo, era quello il succo della faccenda: "Faccio altri dieci chilometri e mi infilo in un albergo o trascorro la notte qui, in mezzo alle sabbie? Beh, posso scegliere liberamente!".

IL DESERTO – IL SAHARA, NATURALMENTE – È STATO UN INCONTRO FOLGORANTE. Allora, all'inizio degli anni Settanta, le "carovane" del turismo lo attraversavano soltanto sporadicamente, navigatori gps e telefoni satellitari erano fantascienza. Di conseguenza, ricorrere alle guide locali era praticamente l'unico modo per non perdersi. Soltanto che, così facendo, non era possibile scegliersi i compagni di viaggio... Mi viene in mente, per esempio, una circostanza in cui proprio Sergio fu, suo malgrado, protagonista di un episodio che lo mise di malumore per diversi giorni.


Sergio Bonelli visita un fortino della Legione Straniera nel Sahara algerino.

Ci trovavamo – se ben ricordo – in Mauritania e, già da qualche tempo, le nostre guide gli avevano dato modo d'irritarsi più d'una volta: loro – pratici del terreno – sfrecciavano via come fulmini e noi stentavamo a stargli dietro. "Ma dove corrono quei due?", borbottava indispettito... Il peggio, però, doveva ancora arrivare. Di lì a poco, infatti, i "due" si misero a inseguire una gazzella e – non ci volle molto a capirlo – non perché fossero spinti da interessi naturalistici. Fatto sta che, quando l'animale cadde a terra stremato, non esitarono a fracassargli la testa con un sasso, scuoiarlo e cucinarlo, ignorando completamente le nostre proteste. Sergio era, a dir poco, furibondo. Non so proprio come sarebbe finita, se io e Gerardo non l'avessimo trattenuto, mettendo in campo tutta la diplomazia di cui eravamo capaci. Dopotutto ci trovavamo nel bel mezzo del deserto... Se fossimo rimasti lì da soli?

CONSERVO ANCORA OGGI IL CRANIO E LE CORNA DI QUELLA GAZZELLA E, RIMIRANDOLI, NON POSSO FARE A MENO DI PENSARE che – nel corso dei nostri tanti viaggi – gli unici veri momenti di pericolo (pochissimi, per fortuna) non sono mai sorti dalle "forze della natura”, da animali feroci o da "spietati predoni", come accade nella tradizione dell'Avventura letteraria, ma solamente dalla banalità del caso e dalla becera suscettibilità degli esseri umani.


Sergio Bonelli ad Agadès.

Mi viene in mente un'altra situazione – questa volta eravamo in Egitto – in cui, per poco, non ci ritrovammo nel bel mezzo di una rissa soltanto per aver redarguito un automobilista che insisteva nell'assordarci con il suo clacson. Insomma, niente che non possa accadere in qualsiasi città italiana. L'esperienza più amara – e forse la più rischiosa – rimane, comunque, quella vissuta sul confine tra Camerun e Nigeria…

Volevamo passarlo il più rapidamente possibile e, dunque, prendemmo una via secondaria che portava a un piccolo posto di frontiera sperduto. Non l'avessimo mai fatto! Dal corpo di guardia spuntò un soldato – visibilmente sbronzo – che prima ci ritirò i passaporti e poi, insieme ai suoi colleghi, cominciò a giocare con noi al gatto con il topo. Ci tennero ll un giorno e mezzo, smontando letteralmente la macchina, aprendo i bagagli, ispezionando le medicine flacone per flacone. Fu una guerra di nervi terribile; considerando, soprattutto, che ci trovavamo praticamente "nel nulla'', in balìa di un branco di militari ubriachi armati fino ai denti. È in momenti come quello che si impara a conservare l'autocontrollo più assoluto, non so se mi spiego... Del resto, la Nigeria ha lasciato in tutti noi un segno tanto profondo quanto doloroso: un Paese terribilmente degradato, dove miseria, devastazione ambientale, corruzione e violenza erano le note dominanti.

DETTO CIÒ, QUEL CHE RIMANE DEL VIAGGI CON SERGIO E CON GERARDO È SOPRATTUTTO L'IMMAGINE E L'EMOZIONE DELLE INFINITE SCOPERTE FATTE LUNGO LA STRADA, piccole e grandi meraviglie in cui si stempera il ricordo delle difficoltà – ce n'erano, eccome! – che quotidianamente superavamo insieme. Non avevamo dei ruoli preconfezionati, ma ognuno di noi si era ritagliato spontaneamente uno spazio, una funzione prevalente potremmo dire, nell'economia del gruppo. Gerardo era un organizzatore nato e, in più, era capace di trasformare un perfetto sconosciuto in un amico nel giro di pochi minuti, grazie alla sua straordinaria parlantina. Io ero l'autista preferenziale – guidare mi è sempre piaciuto – e il "meccanico della spedizione", mentre Sergio... Beh, Sergio era una specie di "battitore libero”. Non si tirava indietro di fronte a nulla; fisicamente era il più forte e, se si trattava di sudare, non si faceva pregare. Soprattutto, però, era il nostro "Cicerone". Tutti e tre eravamo spinti nelle nostre "imprese" da un'unica, fondamentale forza: la curiosità, e in questo lui non temeva rivali. Ogni luogo, città o monumento suscitava osservazioni e ricordi che erano visibilmente il frutto di letture, riflessioni e studi coltivati con formidabile passione...

PARLAVA DEL SUO LAVORO? SÌ E NO: IO NON SONO MAI STATO UN GRANDE LETTORE DI FUMETTI, MA ERO, E SONO, PROFONDAMENTE AFFASCINATO DALLA DIMENSIONE MATERIALE E ARTIGIANALE DI QUESTA PROFESSIONE, così come lui era affascinato dai miei studi zoologici. Tra noi, dunque, c'era un frequente e intenso scambio di informazioni... Solo qualche volta l'ho visto prendere appunti o disegnare schizzi.


Jerry Drake combatte un mega-insetto carnivoro.

Credo che, in qualche modo, "annotasse mentalmente" tutte le idee che man mano gli venivano... Eravamo in Messico, nella piscina di un albergo, quando cominciò ad abbozzare il soggetto di un albo di Mister No [I giorni del terrore, novembre 1978, N .d. R.]; l'aspetto curioso della cosa è che quella storia aveva tra i suoi "protagonisti" delle specie di scarafaggi giganti e, dunque, nei mesi successivi al nostro rientro in Italia, Sergio continuava a telefonare per chiedermi delucidazioni: "È verosimile che uno scarafaggio faccia 'così' o 'così'?". Insomma, anche nel raccontare le storie più incredibili, voleva sempre avere un riscontro, una base scientifica. Nel cuore della giungla amazzonica – che, da questo punto di vista, non è certo avara di stimoli – non smetteva un attimo di interrogarmi su tutte le forme di vita che incontravamo: vermi, parassiti, "bacarozzi" di ogni forma e dimensione scatenavano a ogni piè sospinto la sua curiosità stratosferica.

SERGIO BONELLI VIVEVA COSTANTEMENTE IMMERSO NELLA PLATEA DEL SUOI LETTORI, CIRCONDATO DA COLLABORATORI, DISEGNATORI, GIORNALISTI... Era inevitabile che, intorno a lui, si formasse una sorta di "mitologia bonelliana”, condita di idiosincrasie, gusti personali, aneddoti vari e assortiti. Si diceva, per esempio, che fosse molto "selettivo” in materia di cibo, ovvero che fosse molto difficile da accontentare.


Bonelli mostra la "ghirba" contenente la riserva di acqua fresca,
durante l'attraversamento del Sahara.

Era vero, ma, in fondo, per un viaggiatore questo può, paradossalmente, essere un punto di forza: andava avanti a formaggini e crackers, intervallati con un po' di carne in scatola – perfetto per chi deve fare i conti con delle scorte razionate! In questo campo, un episodio che non manca mai di suscitare un sorriso è quello cosiddetto “del porridge”. Gerardo – che, come dicevo, era il responsabile dell'organizzazione – stipava le razioni in pacchi sigillati, il cui consumo era rigorosamente programmato, settimana per settimana. Insomma, una di queste settimane doveva essere consacrata interamente al porridge, una pietanza che, oltre a essere cordialmente detestata da Sergio, richiedeva, nella sua preparazione, una notevole quantità d'acqua. Potete immaginare la faccia - e le imprecazioni! - di Bonelli davanti a quello spreco di "prezioso liquido", proprio nel mezzo del deserto! In questa "aneddotica bonelliana”, però, esistono ben altre perle... Un'esperienza che citava spesso, e che io confermo, è "l'incontro con il Tuareg" che si verificò durante una delle nostre traversate sahariane. Era davvero impressionante, quella figura maestosa, dritta sul suo cammello, che, avvolta nell'intenso blu del suo vestiario, ci chiedeva con un gesto imperioso un poco d'acqua...

E CONFERMO ANCHE L'ESISTENZA DEL FOLLE "PILOTA AMAZZONICO" BORIS KAMINSKY... DECISAMENTE UN PERSONAGGIO ROMANZESCO: volava sul manto verde della foresta con un piccolo bimotore dall'autonomia decisamente "ristretta”, per cui, prima di superare il punto di non ritorno (pena il rischio di rimanere senza carburante e la certezza di non poter tornare alla base), atterrava ovunque capitasse, in piccolissime radure nel bel mezzo della giungla! Fu lui a permetterci materialmente di incontrare gli indios Yanomami, ma la preparazione – diciamo così – "spirituale" era stata garantita da Gerardo. Con la sua intraprendenza fu capace di aggirare i severissimi divieti che a quei tempi gravavano sulle regioni meridionali del Venezuela. Nessun turista era ammesso in quella zona, e quindi lui convinse i prelati di Caracas a farci passare per loro confratelli: ufficialmente noi eravamo tre preti! Una volta atterrati, percorremmo un lungo tratto in canoa e un altro a piedi attraverso l'Inferno Verde, poi riuscimmo a contattare Kaminsky grazie alla radio messa a nostra disposizione dai missionari...


Sergio Bonelli dopo un atterraggio nel deserto della Namibia.

Il legame tra Sergio e l'Amazzonia è difficile da sviscerare in poche parole, perché, a ben vedere, lui stesso non lo esplicitò mai fine in fondo, se non attraverso l'epopea del suo Mister No. La natura profonda di quel legame è un piccolo mistero, celato nel cuore di quella “innata riservatezza” cui accennavo poco fa. Ma, ciononostante, si può cercare di afferrarla per intuizione, di dedurla da pochi, ma essenziali, dati obiettivi. La curiosità – dicevo – era il carburante che alimentava il nostro "motore interiore” nel corso di questi viaggi, e l'Amazzonia, posta di fianco a questa "benzina psicologica”, era come un fiammifero acceso. In quella giungla bisogna sempre stare all'erta, non c'è un passo, una svolta, uno sguardo che non rivelino qualcosa di sorprendente: l'incredibile varietà delle forme viventi, così come i "tipi umani" che la popolano (missionari, trafficanti, indios, ma anche sbandati di ogni nazionalità, ognuno con il proprio "inconfessabile passato" e le proprie "rocambolesche avventure"), tutto compone un quadro a tinte forti, un viluppo di emozioni primordiali e inesprimibili che, su un'immaginazione vivace come quella di Sergio Bonelli, non poteva che avere un effetto dirompente.

SU QUESTE EMOZIONI, PERÒ, METTEVA SEMPRE IL CAPPELLO DELL'IRONIA. Ricordo, per esempio, che quando, durante uno dei tanti voli aerei che facemmo insieme, un motore s'incendiò improvvisamente, lui riuscì ad alleggerire l'atmosfera uscendosene con un: "Beh, comunque ti ho fregato. Sono riuscito a vivere quattordici anni più di te!". Tanta, infatti, era la differenza d'età tra noi due... Era così: diffidava di chi ride troppo spesso, ma, ancora di più, di chi non sa ridere mai, di se stesso e del mondo intero. In effetti – forse per deformazione professionale? – diffidare un po' di tutto era insieme il suo limite (la sua insicurezza) e la sua massima virtù, la sua debolezza e la sua forza. Ma in una cosa lo seguivo senza riserve: non si fidava di chi ostenta troppa sicurezza. In questo e in altre cose eravamo molto simili, ma soprattutto una cosa ci univa: lui, proprio come me, non amava fermarsi troppo sul passato, preferiva sempre guardare avanti.