Da Darkwood a Manaus

Insieme, on the road

Insieme, on the road

Alfredo Coppa è professore ordinario di Antropologia presso l'Università La Sapienza di Roma e lavora per il Dipartimento di Biologia Ambientale. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualche retroscena dei numerosi viaggi da lui effettuati con Sergio Bonelli e altri amici.

Quando ha conosciuto il nostro editore? Negli anni Settanta, a Roma, grazie alla comune amicizia con Gerardo Bamonte, con il quale condividevo la passione per la fotografia. Gerardo mi parlava spesso dei viaggi compiuti insieme a Sergio Bonelli in Congo e nel Sudafrica. In quelle occasioni, tuttavia, non ebbi mai modo di approfondire il mio rapporto con lui. La prima vera occasione di incontro fu, invece, nel 1977, in Sudan. Sergio era in viaggio con Gerardo e con Luigi Boitani, e arrivarono in Sudan, diretti verso l'Uganda. lo stavo lavorando a Geili, presso uno scavo archeologico dell'Università di Roma.


Sergio Bonelli nelle saline di Bilma (in Niger).

Restammo insieme qualche giorno, poi ci lasciammo con la promessa che li avrei raggiunti a Giuba, l'attuale capitale del Sudan del Sud: Luigi doveva tornare in Italia e io ne avrei preso il posto. Ma, per una serie di sfortunate circostanze, non fui in grado di ottenere i permessi necessari per il mio spostamento e dovetti rinunciare. Da quell'anno, Sergio e io iniziammo, comunque, a viaggiare insieme abbastanza regolarmente.

Lo conosceva già per la sua attività editoriale? Da piccolo, come molti altri coetanei, leggevo "Tex". Crescendo, però, avevo smesso di leggere fumetti; sapevo, in ogni modo, della sua attività di editore e dei personaggi di successo che aveva pubblicato. Abbiamo fatto due viaggi io e lui da soli, uno in Africa e uno in Amazzonia.

Qual è stato il vostro viaggio che è rimasto più vivo nei suoi ricordi? Risale a quando, verso la fine degli anni Settanta, dovevamo recarci in Ciad e poi in Sudan. Fu un viaggio ricco di incontri e, per certi versi, il più toccante perché ci scontrammo con la realtà della guerra, ma fu anche il più duro. Partimmo avendo in mente un itinerario che avrebbe dovuto portarci a N'Djamena, nel Ciad, ma fummo costretti a modificarlo a causa dello scoppio di uno dei tanti episodi della guerra civile. Insomma, quasi sparimmo nel nulla, senza avere la possibilità di dare nostre notizie agli amici in Italia, che erano preoccupatissimi: i giornali e la televisione stavano, infatti, diffondendo notizie assai poco rassicuranti... Dal Camerun avremmo dovuto spostarci in Ciad, dove sapevamo che c'era molta tensione. Stavamo viaggiando nel parco nazionale di Waza, ma, poco prima della nostra partenza, arrivò in visita ufficiale nel Paese il presidente francese Valéry Giscard d'Estaing. Tutto si paralizzò. Rimanemmo bloccati in Camerun per diversi giorni, sinché, una sera, incontrammo degli uomini d'affari che arrivavano proprio dal Ciad e che ci rassicurarono.

La mattina dopo, partimmo molto presto. La nostra auto aveva dei problemi al sistema di scarico e, prima o poi, avremmo dovuto ricorrere a un meccanico, ma contavamo sul fatto che avrebbe retto. Lungo la strada, incontrammo un mercato e facemmo una sosta di un'ora e mezza. Poi ripartimmo e, lungo la strada, non incrociammo più nessuno. Arrivammo nel pomeriggio sul fiume Ubangi, al confine tra il Camerun e il Ciad. N'Djamena sorgeva dall'altra parte del fiume; il nostro progetto era di fermarci a N'Djamena, sistemare la macchina, proseguire per il Sudan e giungere infine sulle Nuba Mountains. Mentre arriviamo in prossimità del confine, vediamo, da lontano, salire in cielo volute di fumo e la bandiera del Camerun che sventola sopra la sbarra abbassata della dogana.


Sergio Bonelli nell'Erg del deserto del Téneré.

La dogana è deserta ma, duecento metri più in là, ci sono una quindicina di soldati del Camerun seduti su una balaustra che guardano verso la città al di là del fiume. Spazientiti, suoniamo il clacson per richiamare la loro attenzione: si accorgono di noi e alcuni di loro ci corrono incontro. Ci chiedono il motivo della nostra presenza, con l'aria stupita. Quando spieghiamo che vogliamo attraversare il confine, cominciano a sghignazzare. Ci rivelano che in Ciad, un'ora e mezza prima, è scoppiata la guerra civile. Nel frattempo, vediamo passare sopra le nostre teste un aereo che sgancia alcune bombe. Per un paio d'ore, restiamo lì paralizzati a guardare N'Djamena bombardata. Le guardie ci consegnano un lasciapassare: dobbiamo tornare indietro.

Siete mai stati derubati o assaliti? No, ma ci sono stati episodi spiacevoli. Spesso ai confini tra uno Stato e l'altro, soprattutto in Africa, incontravamo funzionari molto poco disponibili: c'era sempre qualche problema con il visto, con le marche da bollo o altro. In generale, abbiamo sempre viaggiato senza grossi problemi, anche perché bisogna ricordare che, allora, la situazione era molto diversa rispetto a oggi. Però, nel corso dei nostri ultimi viaggi, nei primi anni Novanta, ci siamo accorti che le cose erano cambiate, non tanto a causa del fondamentalismo, quanto per altre situazioni, come, per esempio, il gigantesco traffico di automobili rubate che si svolgeva dalla Francia verso tutta l'Africa. Gruppi di avventurieri a decine attraversavano l'Algeria e tagliavano verso Agadès, portando le auto...