Intervista Le Storie

La fine del lupo!

"L'ultimo miglio", il capitolo conclusivo della trilogia di Gigi Simeoni "La corsa del lupo" pubblicata nella collana Le Storie, esce il 13 marzo. Ve lo presentiamo con un'intervista all'autore bresciano, che racconta altri dietro le quinte del suo lavoro.

In tante circostanze ci è stato segnalato che la foliazione abituale di Le Storie, 110 pagine, sarebbe troppo stretta per contenere il compiuto sviluppo di un soggetto ricco di idee. La corsa del lupo di Gigi Simeoni è il primo esperimento fatto in questo senso, e con "L'ultimo miglio" si conclude. Facciamo dunque qualche domanda a Simeoni stesso, per  approfondire qualche elemento che non avevamo affrontato negli scorsi due mesi.

Un narratore che parla di Storia ha sempre il dovere di rendersi non schiavo ma in qualche modo servo della cronaca. Misurarsi con la realtà permette di risultare realistici.

► Qualche settimana fa ci hai raccontato com'è nato "La corsa del lupo". Ma non hai rivelato com'è stato piantato il seme: perché dopo "Gli Occhi e il Buio" avevi deciso di realizzare una storia ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale?

Non c'è un motivo preciso, se non la mia tendenza a spaziare in ogni direzione quando sento che è "il momento giusto" e che l'idea regge bene. Sono un divoratore onnivoro di cinema, letteratura, teatro e creatività comunicativa, senza limiti di location, epoca o genere. E applico la stessa voracità e poliedricità alla mia professione di narratore.

► In questo fumetto hai inventato una strage nazifascista mai avvenuta, ma hai preso spunto da un evento storico particolare oppure hai cercato di allontanarti il più possibile dalla cronaca per non rischiare di diventarne schiavo?

Ho analizzato i contesti di moltissime stragi nazifasciste, ma ho scelto le caratteristiche di alcune di esse che potevano supportare e rendere verosimile la "mia" strage: Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema, Figline di Prato sono tra quelle che più mi hanno ispirato. Sul concetto di restare schiavi della cronaca, in realtà credo che un narratore che parla di Storia avrebbe comunque sempre il dovere di rendersi non schiavo ma in qualche modo servo della cronaca. Misurarsi con la realtà permette di risultare realistici.

► Nei primi due albi della tua trilogia ci sono alcune sequenze davvero crude. Queste esplosioni di violenza, inserite in un racconto così realistico e ben contestualizzato, risultano particolarmente perturbanti. Era questo, il risultato che ti prefiggevi?

Assolutamente, sì. L'Estetica della Violenza è un percorso di studio ed esercizio molto interessante, addirittura irrinunciabile se parli di guerra. Molti autori si sono cimentati con questa ricerca, che richiede dettaglio mirato sia per quanto concerne l'apparato visivo sia quello verbale. E poi, ovviamente, bisogna procurarsi un bello strato di pelo da mettersi sullo stomaco, perché, come diceva Nietzsche, "se guarderai nel profondo dell'abisso, l'abisso guarderà nel profondo dentro di te".

► Il personaggio di Hans Weissman, "il lupo", sembra assomigliare al tipico cattivo nazista visto in tanti film, eppure in molti risvolti ne è ben diverso. Da quali fonti hai preso spunto, per costruire il personaggio?

Il Maggiore Landa di "Bastardi senza gloria" è stato utile per risolvere alcuni momenti di recitazione "sopra le righe" di Weissmann, però il mio personaggio è soprattutto debitore all'idea che mi ero fatto dell'ufficiale nazista leggendo "Le Benevole" di Jonathan Littell.

L'Estetica della Violenza è un percorso di studio ed esercizio molto interessante, addirittura irrinunciabile se parli di guerra. Molti autori si sono cimentati con questa ricerca, che richiede dettaglio mirato sia per quanto concerne l'apparato visivo sia quello verbale.

► Forse mi sbaglio, ma non ci sono molti fumetti incentrati sulle vite dei nostri partigiani, anche se di fantasia. Da quali fonti hai preso spunto?

Dai racconti di famiglia, soprattutto. Tra i miei avi e parenti più recenti è sempre stata presente l'idea del rifiuto della dominazione, del giogo sociale e politico. Siamo dei ribelli per questioni genetiche, credo. Ma, come in quasi tutte le famiglie degli anni trenta e quaranta, spesso sedevano a tavola insieme tutte le sfaccettature del pensiero politico: un fratello era stato in Spagna a combattere per Franco, un altro era stato capitano degli alpini in Albania e poi prigioniero dei tedeschi per aver rifiutato di collaborare dopo l'8 settembre, un terzo era partigiano sulle montagne, un quarto federale fascista convintissimo e pronto per la RSI... Eppure, si volevano bene e si rispettavano l'un l'altro. Per questioni ovvie, a poter raccontare gli eventi bellici sono rimasti quasi solo i partigiani e io avevo uno zio carissimo, fratello di mia nonna, che aveva combattuto nella Brigata Perlasca, una di quelle formazioni capaci di far vedere i sorci verdi ai tedeschi e ai fascisti. Quando prendeva a raccontarmi le sue avventure, ero totalmente rapito. Era anche un uomo molto equilibrato e poco "politicizzato", del resto, quindi era capace di fare resoconti piuttosto veritieri.

A cura di Alberto Cassani

Questi sono gli altri approfondimenti che abbiamo dedicato ai tre albi che compongono "La corsa del lupo":

- La corsa di Simeoni

- Il letargo del lupo


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12/03/2019