Intervista Zagor

Zagor tra le strade di New York - 2

Continua qui la lunga chiacchierata con Moreno Burattini sul Maxi Zagor numero 29, "Le strade di New York", arrivato in tutte le edicole il 20 gennaio.

► Fin dalle prime pagine, dimostri grandi attenzione per i particolari e grande rispetto per gli eventi di cronaca che hanno movimentato la New York di quegli anni. La stessa attenzione e lo stesso rispetto l’avrai richiesto a Marcello Mangiantini, che ha disegnato l’albo: come ha funzionato la vostra collaborazione?

Molti degli scenari del Maxi sono puntualmente tratti da foto o disegni ottocenteschi.

È la seconda volta che un albo di Zagor viene realizzato da un team tutto pistoiese (io e Mangiantini siamo entrambi originari della provincia di Pistoia): nel 2007 portò la nostra firma anche uno Speciale dal titolo di Il maleficio di Anulka, in cui addirittura compare Emily Dickinson (chissà in quanti se ne sono accorti). Conosco Marcello da quando era un ragazzino con i calzoni corti (per usare una espressione cara a Sergio Bonelli: la usava per parlare del suo primo incontro con Alfredo Castelli). Siamo amici da una vita, per cui non ho nessun problema a interagire con lui: gli posso fare complimenti e critiche con la stessa serenità. Mangiantini è bravissimo nelle storie in costume e nelle ricostruzioni di scenari d’epoca, perciò sapevo che fargli visualizzare la New York del 1830/40 sarebbe stato nelle sue corde. Gli ho fornito tutta la documentazione possibile sulla Manhattan di quegli anni, attinta da vari libri sull’argomento. Molti degli scenari del Maxi sono puntualmente tratti da foto o disegni ottocenteschi. Abbiamo poi avuto alcune fondamentali dritte da parte di un lettore molto ferrato sull’argomento, che ringrazio in pubblico dopo averlo fatto in privato, riguardo la prima partita di baseball della storia.

► Come anche oggi, la New York del periodo era un crogiolo di tante origini geografiche diverse. È stato complicato metterle insieme in maniera credibile e naturale, nel tuo racconto?

Non so se ci siamo davvero riusciti. Diciamo che ci abbiamo provato. Tuttavia, superare le difficoltà presentate dal compito di raccontare una storia fa parte del lavoro di ogni narratore. Nessuna avventura nasce già scritta, e se agli occhi del lettore tutto scorre e tutto va al suo posto è perché c’è stata la gran fatica degli autori nell’elaborare la materia. Diffido delle storie che non filano lisce. Quanto al melting pot newyorkese, ha facilitato il compito mio e di Mangiantini il fatto che il crogiolo delle razze faccia già parte dell’immaginario collettivo e basta accennarvi perché tutti lo capiscano e lo accettino.

► Nell'albo si racconta anche il forte senso della comunità che avevano i tanti immigrati che vivevano a New York, all’epoca. È una cosa che, in particolare dopo l’11 settembre, ha spesso grande risalto anche nei film moderni ambientati nella Grande Mela. Pensi che nei momenti difficili, le persone tendano a unirsi e dare il loro meglio?

È naturale che di fronte alle difficoltà e nel ritrovarsi in terra straniera, lontani da casa, si cerchi di fare causa comune. Il senso della comunità di appartenenza che protegge il singolo fa parte della natura umana. C’è dentro di noi il bisogno di sentirci parte di un gruppo in cui riconosciamo le nostre radici, anche se la società americana si basa sulla sacrosanta libertà e la fiera indipendenza degli individui (homo faber fortunae suae). Le due istanze non sono in contraddizione, per fortuna.

A cura di Alberto Cassani


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26/01/2017