Cani sciolti

Milano, cinquant'anni dopo

La strage di piazza fontana del 12 dicembre 1969 non ha colpito questa o quella Milano, ma l'intera città, e segnato l'esperienza di persone assai diverse tra loro. Gianfranco Manfredi ci ricorda cosa c'è dietro quel tragico evento di cinquant'anni fa.

«Le bombe del 12 dicembre (a Milano e a Roma) scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati. Dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto. Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista o per il loro obiettivo o perché gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine incerta (come la serie di attentati ai treni dell'8-9 agosto), oppure sono addebitati a gruppi dell'estrema sinistra o agli anarchici (come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla Stazione Centrale di Milano). In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove è sempre la stessa, e cioè una mano che pone diligentemente in atto i presupposti necessari alla "strategia della tensione" che sta maturando a più alto livello politico.»

Questa citazione è tratta dal libro-inchiesta La strage di Stato (Samonà e Savelli, giugno 1970), redatto a tempo di record da un non meglio precisato gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare, ma è oggi noto che all'inchiesta collaborarono valenti quanto illustri giornalisti non facilmente etichettabili e che molti documenti erano stati forniti da esperti di notevole livello, anche raccogliendo rivelazioni già pubblicate, in particolare sui giornali britannici, sulla base di dossier dei loro servizi segreti. Lo stesso termine "strategia della tensione" fu coniato dal settimanale inglese The Observer.

Gli inglesi monitoravano da tempo con estrema preoccupazione lo scenario che si era creato nel Mediterraneo, in cui i Paesi africani costieri si stavano affrancando dal colonialismo e i Paesi europei (Grecia, Portogallo, Spagna) erano in mano a giunte militari e fasciste. L'Italia era diventata un punto chiave per il controllo del Mediterraneo da parte degli Stati Uniti, per "bilanciare" la relativa penetrazione sovietica in medio oriente. Ecco perché fu il Regno Unito a gettare per primo l'allarme su quanto stava accadendo in Italia. Se anche da noi ci fosse stato un colpo di Stato, tutta l'area del Mediterraneo si sarebbe ritrovata militarizzata e sotto l'egida statunitense.

Fatto sta che molto prima del 12 dicembre si diffusero allarmi su qualcosa di grosso che stava per verificarsi e che una sequenza di altri attentati preparava, seguendo una vera e propria strategia. Era anche assolutamente evidente che in Italia c'era chi intendeva trasformare la trattativa contrattuale tra i lavoratori, le imprese e lo Stato - cioè le lotte dell'autunno caldo - in un problema di mero ordine pubblico. Già il 2 dicembre  del 1968 se ne aveva avuto dimostrazione, quando ad Avola (SR) la polizia aveva aperto il fuoco contro i braccianti che chiedevano il rinnovo dei contratti di lavoro, uccidendone due. Il 9 aprile del 1969, la polizia aveva sparato ancora, a Battipaglia (SA), dov'era in corso lo sciopero generale contro la ventilata chiusura del tabacchificio locale.

Si era davvero alla vigilia di un colpo di Stato? Già il semplice diffondere la paura di questa eventualità poteva servire a bloccare le lotte contrattuali, mettere il bavaglio all'opposizione sociale e parlamentare, controllare la stampa, limitare le libertà. Il tentativo non riuscì, nell'immediato, ma si sarebbe ripetuto negli anni seguenti.

Sarebbe augurabile che, nel cinquantenario che stiamo celebrando, si ricordasse, oltre alla tragedia, la strategia di paura di cui la strage fece parte integrante, la sua dilatazione per molti anni, le aperte falsificazioni, i cosiddetti "errori giudiziari", e il modo in cui la società civile riuscì a reagire.

Gianfranco Manfredi


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12/12/2019