Da Darkwood a Manaus

Faccia a faccia con Jerry drake

Faccia a faccia con Jerry drake

Dopo anni di storie fantastiche "interpretate" da Zagor, Sergio Bonelli alias Guido Nolitta cambia strada e inizia a scrivere vicende basate, anche se in minima parte, su esperienze personali. Ed è l'incontro con due strani piloti ad accendere in lui l'idea di Mister No!

A cura di Graziano Frediani e Stefano Marzorati

I PRIMI VIAGGI A FUMETTI RACCONTATI DA SERGIO BONELLI NASCONDENDOSI DIETRO IL NOME D'ARTE DI GUIDO NOLITTA puntano verso un mondo sconfinato, dove la fantasia può scatenarsi liberamente: è Darkwood, una foresta immaginaria, posizionata, grosso modo, nel Nord Est degli Stati Uniti, poco sotto la regione dei Grandi Laghi, a cavallo fra la Pennsylvania, il West Virginia e l'Ohio.


Particolare della copertina di "L'esploratore scomparso".

Qui, intorno ai primi decenni del Diciannovesimo secolo, regna un implacabile, ma imparziale, giustiziere dalla pelle bianca che gli indiani hanno soprannominato Za-Gor-Te-Nay (“Lo Spirito con la Scure”, in dialetto algonkino) e che trattano con un misto di rispetto, ammirazione e timore reverenziale.

Darkwood, per Nolitta, non è una realtà geografica, ma soltanto un ideale "contenitore" di spunti avventurosi, il perfetto palcoscenico su cui possono prendere vita i personaggi e i "filoni" narrativi più diversi: il Western, naturalmente, e poi il Thriller, l'Horror, il Giallo, la Fantascienza, il Fantasy, il Mistero. Mentre scrive le storie di Zagor, giunto in edicola nel 1961, Sergio Bonelli inizia a viaggiare con sempre maggiore passione e sistematicità, puntando soprattutto verso l'Africa e il Sud America. Cosi, nel 1975, sente il bisogno di allontanarsi dal colorito universo di Darkwood, e lo fa lanciando una nuova serie, Mister No, dedicata alle imprese di Jerry Drake, un pilota newyorkese reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, fuggito in Amazzonia per trovare la pace, ma nonostante questo, fatalmente, incessantemente inseguito dalla violenza del cosiddetto mondo “civile”.

QUI, LA FANTASIA - DI SAPORE LETTERARIO, FUMETTISTICO E CINEMATOGRAFICO - CHE SOSTENEVA ZAGOR DIVENTA MENO SFRENATA, per far posto a un realismo dai risvolti romantici, ma con precise, puntualissime connotazioni storico-geografiche: l'ambiente in cui si muove Mister No è una cittadina povera, umida, stanca, per certi versi ancora antica e per altri già proiettata nel futuro. È la Manaus degli anni Cinquanta del Ventesimo secolo, a due passi da una foresta che, al contrario di Darkwood, non ricorda più né l'Africa di Tarzan né il Bengala dell'Uomo Mascherato, né, tanto meno, la Sherwood di Robin Hood.


Sergio Bonelli durante un viaggio in canoa.

Un piccolo punto sulla cartina del Brasile, che l'autore ha più volte visitato, nel corso degli anni, fino a conoscerne perfettamente l'odore, l'atmosfera, le vibrazioni.

A un lettore che chiedeva uno spostamento di Mister No verso l'Oriente, verso terre più favolose, in ogni caso lontane da Manaus, Nolitta rispondeva, con sincerità che, "nonostante non mi manchi certo la documentazione necessaria, oggi preferisco raccontare storie basate, anche se in minima parte, su esperienze personali". E quando qualcuno gli poneva l'immancabile domanda (''La tua terra preferita è l'Amazzonia o il Sahara?"), non aveva dubbi: "Per quanto assurda possa essere la comparazione tra il regno delle acque e dell'umidità e quello delle sabbie e dell'aridità, risponderò che entrambi gli ambienti riescono a sollecitare in me la stessa emozione, la stessa ripetuta, inestinguibile voglia di scoprirne gli odori, i colori e le meraviglie, più o meno segrete. In fondo, a renderli tanto affascinanti è proprio il loro essere due estremi, l'uno agli antipodi dell'altro...”.

ED È PROPRIO "EMOZIONE" LA PAROLA-CHIAVE DI TUTTI I SUOI VAGABONDAGGI, IL FILO ROSSO CHE ATTRAVERSA I SUOI DIARI DI VIAGGIO, FITTI DI SCHIZZI E DI APPUNTI velocemente tracciati a penna su alcuni quaderni con la copertina in pelle che custodiva gelosamente nel cassetto, una volta tornato a casa, e dai quali traeva spunto per le sue storie a fumetti. Da questi schizzi e da questi appunti riemergono anche le due figure che gli ispirarono il suo Jerry Drake, quando stava cercando l'idea giusta per un nuovo eroe: Capitan Vega e Boris Kaminsky.

"Nei primi anni Sessanta, mi trovavo in Messico, fra le rovine della città maya di Palenque, e volevo visitare il sito archeologico di Bonampak", ebbe a ricordare nel 1988. "All'epoca, in quei posti, non c'erano le comodità turistiche di oggi. In canoa e a piedi sarei arrivato a Bonampak in circa tre giorni: troppo tempo davvero. Ed ecco allora l'incontro con il destino: “Señor”, mi dissero, “se se la sente di andare laggiù in aereo e di atterrare su una pista in mezzo alla foresta, ci sarebbe il Piper di Capitan Vega”. Accettai. E quando vidi Capitan Vega, vidi il mio personaggio: un giovanotto aitante, con stivali, cinturone, pistola e uno scassatissimo Piper. Fu un benedetto calcio dato alla mia fantasia lenta a ingranare, proprio come il classico calcio di Mister No al suo aereo, quando questo non vuole mettersi in moto. Vega viveva pericolosamente e trasportava polli, maiali e sacchi di patate su e giù per i cieli del Messico, volando in condizioni proibitive, atterrando su piste impossibili. Persino il suo nome mi piaceva, e lo utilizzai in uno dei primi episodi di Mister No, al quale detti, invece, un nome e un carattere da simpatico bastiancontrario, da anti-eroe individualista".


Capitan Vega secondo Michele Pepe.

"Il personaggio mi crebbe tra le mani. Ma la sua prima versione in carne e ossa probabilmente vola ancora sopra i monti e le foreste del Centroamerica...".

IL CARATTERE DI JERRY DRAKE SI COMPLETÒ NELLA MENTE DI NOLITTA QUALCHE TEMPO DOPO, QUANDO, IN VENEZUELA, conobbe Boris Kaminsky, "un campione di kayak di origine polacca, fuggito nella foresta proibita per dimenticare il socialismo reale". Ad aggiungere qualche altro dettaglio su di lui ha contribuito Alfredo Coppa, uno dei tre compagni assieme ai quali Sergio Bonelli ha compiuto decine di viaggi. "Non ho ricordi di Capitan Vega", dice Coppa, "ma ho conosciuto molto bene Kaminsky. Pilotava un piccolo aereo bimotore ed era lui a portarci in giro per il Venezuela. Era una persona molto affabile ed efficiente. Quando salivamo sul suo aereo, ci offriva sempre un bicchiere di vino o del salmone affumicato: ci teneva a fare bella figura. Nel corso degli anni, diventammo molto amici... Ma, a proposito di piloti, ricordo un episodio buffo che accadde quando ci recammo in Namibia, nei primi anni Ottanta. Fu in quell'occasione che incontrammo una sorta di alter-ego di Mister No, a lui somigliante anche nel fisico. Avevamo organizzato quel viaggio per mezzo di un'agenzia italiana che ci aveva messo in contatto con qualcuno, in Namibia, che disponeva di mezzi e di una guida esperta. La guida era un ex sergente dell'esercito britannico, sui quarantacinque anni, provvisto di una sorta di primordiale gps che ci lasciò stupefatti. Con lui intraprendemmo la prima parte del viaggio fino a giungere a destinazione. Lì ci affidò al figlio di una famosissima guida tedesca che aveva messo in piedi un'agenzia di turismo di alto livello, fornita di una serie di 'lodge' dislocati in varie località e, soprattutto, di aerei per effettuare gli spostamenti".

"Era un pilota bravissimo, capace di atterrare in qualsiasi luogo e in qualsiasi condizione meteorologica. Cosi ci capitava spesso di scendere in mezzo al nulla e di trovare una Land Rover a disposizione per le nostre esplorazioni".


Sergio Bonelli con un pilota incontrato in Namibia.

"Visitammo la Skeleton Coast, e ci parve davvero magnifica: ricordo certi grandi villaggi di immigrati tedeschi con piccoli aeroporti distanti solo pochi chilometri, dove ho mangiato la miglior 'sachertorte' della mia vita. Il nostro pilota - di cui, purtroppo, non ricordo il nome - era talmente disinvolto e sicuro di sé che talvolta si permetteva acrobazie quantomeno spericolate: una volta, abbiamo sorvolato un enorme canyon tenendoci proprio sopra il fiume, a pelo delle teste delle giraffe che ci osservavano incuriosite. Il tedesco era tanto abile quanto testardo e cocciuto. Durante uno dei nostri spostamenti in auto (dovevamo vedere un sito ricco di pitture rupestri), si bucò una gomma, ma lui decise di non fermarsi. Dovevamo raggiungere l'aereo a ogni costo, per cui procedette imperterrito, con la gomma a terra. L'arrivo alla meta fu accolto con grande sollievo da tutti noi e, in particolar modo, da Sergio, che era molto arrabbiato per la piega che aveva preso la situazione!".

UN RESOCONTO DEI PRIMI VIAGGI DI SERGIO BONELLI NEL BACINO DELL'ALTO ORINOCO, IL FIUME CHE SCORRE NEL MEZZO DELLA FORESTA tropicale, al confine fra Brasile e Venezuela, dove vive il leggendario popolo degli indios Yanoama (o Yanomami), è contenuto nel quattordicesimo volume della Collana America, L'ultimo indio, uscito nel dicembre 1977 sotto il marchio delle Edizioni Cepim (così allora si chiamava la nostra Casa editrice).


Sergio Bonelli e il capo-stregone degli indios Camaiurà.

Il compito di trasformare gli incontri e le scoperte del "papà" di Mister No nelle terre selvagge degli Yanoama in un lungo, avvincente racconto "in prosa”, a metà strada fra il reportage illustrato e il saggio antropologico di taglio sapientemente divulgativo, fu affidato allo scrittore Walter Minestrini.

Oltre a decine di splendide foto, ne L'ultimo indio compare un fumetto di otto pagine scritto e illustrato da Sergio Toppi (recentemente scomparso): La storia di Helena Valero rappresenta soltanto una piccola parte della drammatica odissea di una donna (Helena Valero da Silva), rapita dagli Yanoama della tribù Kohorosciwetari nel 1937, quand'era ancora adolescente. Helena non era una bianca, ma una mezzo sangue, una "cabocla”; tuttavia, gli indios che la presero con sé la chiamavano "Napeyoma”', ovvero "la Donna Bianca” o "la Straniera”, e questa condizione di estraneità la accompagnò per sempre, ovunque si trovasse.


Gli Yanoama che rapirono Helena
Valero nel 1937 (dis. di S. Toppi)

Nel 1962, assieme ai suoi quattro figli, riuscì a raggiungere la cosiddetta Civiltà: il suo volto segnato dal destino divenne famoso in tutto il Brasile e occupò a lungo le pagine dei giornali; ben presto, però, nonostante la popolarità acquisita, sia lei che i suoi figli si ritrovarono emarginati, esclusi da una società che li considerava indesiderabili. "Per sopravvivere", diceva Sergio Bonelli, "Helena si adattò a svolgere i lavori più umili, prestando servizio come domestica, ma spesso fu costretta a vivere di elemosine, ridotta a uno stato di miseria insostenibile per una madre con quattro figli. Io la conobbi quando risiedeva ancora in uno squallido sobborgo della periferia di Manaus, e la rividi più tardi, quando si era inventata, insieme ai suoi ragazzi, un'esistenza più tranquilla, anche se non meno povera, in una capanna nella foresta venezuelana, poco lontana dagli stessi luoghi dove era stata prigioniera degli Yanoama".