Intervista Orfani

Un uomo per tutte le stagioni...

Un uomo per tutte le stagioni...

...partendo dalla seconda di Orfani! Abbiamo intervistato Mauro Uzzeo, che dopo l'esordio con il secondo numero di Ringo, terrà le redini della collana insieme ai creatori della serie.


Mauro Uzzeo
visto da Marco Marini.

Mauro Uzzeo, classe 1979, è un nome che non suona certo nuovo agli appassionati di fumetti, ma che gli spettatori più attenti avranno potuto scorgere anche in diversi altri ambiti...

Nel tempo, infatti, la sua fame di storie lo ha portato a raccontare anche per il cinema e la televisione, facendogli ricoprire il ruolo di sceneggiatore e regista di cortometraggi, videoclip musicali e spot televisivi, oltre che di curatore di effetti visivi e produzioni animate. Dopo il suo esordio su Dylan Dog (Almanacco della Paura 2012), oggi lo ritroviamo coinvolto, o, per meglio dire, completamente immerso nel ruolo di sceneggiatore della seconda stagione di Orfani, che da poco ha fatto il suo debutto in edicola. L'abbiamo incontrato, per conoscerlo meglio, farci anticipare qualche dettaglio delle avventure di Ringo e per cercare di rubargli qualche segreto del mestiere di narratore...

► La tua biografia ti presenta come persona attiva a 360° in ambito fumettistico, cinematografico e televisivo. Rimaniamo nei comics: come è nata la tua passione per il fumetto e quali erano le tue letture preferite, da ragazzo, quelle che ti hanno più formato come autore?

Il fumetto è stato la molla che ha dato il via a tutto. Ho imparato a leggere sugli albi di Tex di mio padre e su quelli dei supereroi che pubblicava la Corno e che trovavo nelle "Buste Sorpresa" che mi regalavano da bimbo. Leggere Tex rappresentava uno dei miei primi tentativi di seguire le orme di mio padre, ma la vera folgorazione arrivò quando, finito di leggere l’albo n.309, “Acqua alla gola”, uscito nel luglio 1986, trovai la pubblicità in quarta di copertina della ristampa di Zagor. Tutto Zagor iniziava quello stesso mese, e quel personaggio, con la scure e la casacca rossa col simbolo dell’aquila, ai miei occhi sembrava davvero l’anello di congiunzione tra un supereroe e l’eroe bonelliano classico.


L'albo che ha segnato una vita.

Pregai mio padre di precipitarci in edicola e di comprarlo e venni accontentato. Avevo sei anni, e da quel giorno iniziò l’abitudine – che va avanti tutt’ora – di comprare ogni mese in edicola le avventure del mio personaggio preferito. In seguito sarebbero arrivati Jules Verne, Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft, Mark Twain, Stefano Benni e, soprattutto, il trittico divino che, insieme a Zagor, sarebbe andato a comporre il mio poker ideale: il Mister No di Guido Nolitta, il Dylan Dog di Tiziano Sclavi e il Ken Parker di Berardi & Milazzo.
Oggi continuo a leggere tantissimi fumetti ogni mese, ma Tex adesso lo compro io, e mio padre passa da me per leggerselo!

► Da appassionato a sceneggiatore di storie a fumetti: come è avvenuto questo passaggio? Raccontaci i tuoi esordi.

Raccontare storie è una malattia che mi accompagna fin da piccolissimo e iniziare a raccontarle agli sconosciuti era l’unico modo per salvare la vita ai miei famigliari costretti a cibarsene per primi. A sette anni iniziai ad autoprodurre degli orribili fumetti che scrivevo e disegnavo da solo: la cosa divertiva talmente tanto il giornalaio sotto casa che aveva deciso di venderli a un piccolo gruppo di clienti, che, di fatto, rappresentarono i miei primi lettori.
Durante gli anni del liceo, frequentai un corso di sceneggiatura tenuto da Lorenzo Bartoli che era frequentato da altri miei coetanei che tutt’ora lavorano in ambito fumettistico (Elisabetta Melaranci, Giovanni Masi e Roberto Recchioni) e vinsi in quegli anni un concorso per autori esordienti con una storia intitolata “Di altre vittime e altri carnefici”, disegnata da un certo Emiliano Mammucari...
Da lì le prime pubblicazioni con la Montego e con Coniglio Editore – che allora si chiamava Macchia Nera – fino ad approdare in Aurea e, infine, Sergio Bonelli Editore.

► La tua cultura fumettistica ti è stata utile anche in altri ambiti della comunicazione visiva? Hai mutuato qualcosa dai comics, lavorando su video, cartoni animati, film e dintorni?

Sicuramente fare fumetti è più complesso che fare cinema o animazione, perché in quegli ambiti le professioni sono divise per settori ben specifici e quindi un autore viene sempre affiancato da una serie di figure che lo aiutano, contribuendo a costruire quello che poi sarà il film o il cartone animato.

Lo sceneggiatore di fumetti racchiude in sé le competenze di uno scrittore, di un regista, di un location manager, di un montatore e così via, perché il fumetto richiede un forte lavoro, tanto sulla scrittura quanto sull’immagine. Costruire una storia a fumetti vuol dire immaginare tutto il racconto, i personaggi che lo vivranno, gli ambienti in cui si muoveranno, i dialoghi con cui si parleranno.
E non limitarsi, come si potrebbe pensare, a scegliere le singole immagini più belle che poi verranno disegnate e finiranno sul fumetto, ma, al contrario, si dovranno escludere accuratamente tutte quelle migliaia di immagini e sequenze che possono venirci in mente ma che non servirebbero adeguatamente la nostra storia.

Narrare a fumetti vuol dire quindi togliere tutto il superfluo e lasciare solo l’essenziale per raccontare al meglio.


Una tavola dall'Almanacco della Paura 2012.
(cliccate sull'immagine per visualizzare la tavola intera)

Questa è la regola aurea in tutti i campi dell’intrattenimento e viene particolarmente apprezzata nel cinema e nell’animazione dove ogni singola scena ha un costo ben maggiore che un po’ di matita e di china su carta!

► Dopo aver esordito in Casa Bonelli, co-firmando la storia di Dylan Dog apparsa sull'Almanacco della Paura 2012, a novembre hai fatto il tuo debutto "in solitaria" con il numero 2 di Orfani: Ringo. Come sei stato coinvolto nella seconda stagione della collana di Recchioni e Mammucari?

Lavorando spesso con Roberto e frequentandoci molto, ero a conoscenza di tutta la lavorazione di Orfani ben prima della sua uscita in edicola. Per questo, quando si è cominciato a parlare della Seconda Stagione, gli è venuto naturale coinvolgermi. Avendo già scritto insieme diverse storie di John Doe e Dylan Dog, sapevamo di poter tranquillamente lavorare in squadra, e proprio grazie a quel lavoro di squadra che era stato fondamentale nelle mie precedenti esperienze lavorative – soprattutto nel campo dell’animazione –gestire l’équipe di disegnatori con cui avrei realizzato gli albi di Ringo, non sarebbe stata un’impresa troppo difficile!
Le cose iniziarono a complicarsi un po’ nell’istante successivo al mio “Sì!”, quando Roberto mi comunicò che i tempi di realizzazione sarebbero stati così stretti che, nonostante io avessi appena accettato, ero già in ritardo con le consegne delle prime sceneggiature!

► In che modo vi siete divisi i compiti, tu e Recchioni? Al di là della vostra sintonia e amicizia, quali pensi che siano le maggiori differenze tra il suo approccio alla scrittura e il tuo?

Lo scheletro di tutta Orfani: Ringo l’abbiamo costruito insieme, riunione dopo riunione. Entrambi abbiamo apportato idee per costruire un affresco che fosse la naturale prosecuzione della prima stagione, ma che ne fosse, al tempo stesso, completamente indipendente. Una storia in cui i lettori potessero riconoscere i personaggi che avevamo imparato ad amare, ma le cui atmosfere fossero del tutto diverse da quelle che avevano già conosciuto con Orfani.

Per questo, le nostre differenze in termini di approccio e gusti, ci hanno aiutato tantissimo. Se la fantascienza bellica con risvolti complottistici e politici rappresenta perfettamente lo stile di Roberto, io ammetto di trovarmi molto più a mio agio con gli scenari disperati e terreni che vediamo in questa nuova stagione.

Chiedimi di scrivere fantascienza bellica e non saprei davvero da dove cominciare, ma se mi fai parlare di quattro personaggi che camminano insieme in una strada buia, mi inviti a nozze! Con Roberto ci siamo divisi il lavoro proprio così: io racconterò il viaggio dei nostri protagonisti, lui le tappe nelle città.


Quattro personaggi, una strada buia… pane per i denti del nostro Uzzeo!

Poi, per quanto riguarda i diversi approcci nella scrittura vera e propria, Roberto è un maestro assoluto per la scansione del ritmo, dei dialoghi, nella costruzione delle scene d’azione e nella gestione dei colpi di scena. Io invece tendo a focalizzarmi sulle relazioni tra i personaggi che racconto, concentrandomi sui conflitti che sono alla base di ogni confronto e sulle reazioni dei protagonisti in scena di fronte alle minacce a cui li pongo davanti.

Direi che questi diversi approcci rappresentano abbastanza fedelmente il modo in cui abbiamo raccontato le storie di questa seconda stagione.

► Da quali tappe sarà costituito il viaggio in Italia di Ringo? Come avete scelto le città che farete visitare al leader della resistenza e ai suoi ragazzi?

Ringo e i ragazzi, partendo da Napoli, viaggeranno verso il Nord, attraverso un’Italia devastata dalla distruzione, in cui a stento riconosciamo gli scenari in cui ci muoviamo quotidianamente.
Non voglio rivelare troppo, per non togliere il gusto ai lettori di scoprire mese dopo mese dove li porterà il loro viaggio, ma posso anticiparti che dopo Roma, vista nel numero 3, il viaggio proseguirà nell’alto Lazio, tra boschi che nascondono finti mostri e strade che pullulano di mostri fin troppo reali!...


Concept art di Lorenzo LRNZ Ceccotti per Orfani:Ringo.

Questi luoghi sono stati scelti per quello che rappresentano nella storia della nostra nazione, ma anche perché, in un mondo devastato in cui non esistono più città vere e proprie, volevamo vedere come li avrebbero affrontati i nostri personaggi. Che cos’è la grandezza di Roma per dei ragazzini che nulla possono saperne?
Cos’è lo Stato, quando i confini sono perduti?...

► Nello scrivere di un eroe che combatte con a fianco il suo inconsapevole figlio (sarà Nué? sarà Seba? oppure Rosa?!), ti sei trovato a inserire qualche riflesso dei tuoi pensieri di padre nella vita reale?

Che Ringo racconti, di fatto, la storia di un Orfano che prova a imparare a diventare padre, è il motivo principale che mi lega a questa serie. Come possa, un uomo che è stato strappato, da piccolissimo, da qualsiasi concetto di famiglia inteso come nido in cui crescere protetti e amati, imparare da adulto a proteggere e amare a sua volta un figlio, è quello che scopriremo albo dopo albo. E non ti nascondo che i dubbi che infondo al personaggio sono gli stessi che mi pongo io.

Un figlio è un foglio bianco che chiede di essere scritto con parole che gli insegnino a crescere raggiungendo la sua serenità.


Una tavola del Dylan Dog sceneggiato da Uzzeo
per i disegni di Giorgio Santucci.
(cliccate sull'immagine per visualizzare la tavola intera)

Ma più passano i giorni e più vedo che è lui a insegnare a me tutto quello che da piccolo sapevo e crescendo ho dimenticato.

► Oltre che su Orfani, sei di nuovo al lavoro anche su Dylan Dog: che genere di storia stai scrivendo, attualmente, e quando la vedremo in edicola?

Al momento non so dirti una data di uscita, perché è in piena lavorazione. Posso anticiparti che sarà disegnata da Giorgio Santucci, per me, uno dei più grandi talenti della storia del fumetto italiano, e che sto faticando non poco a scriverla dato che racconterà quello che più mi spaventa nella realtà che vivo ogni giorno: la sparizione di qualsiasi verità oggettiva.

Nell’era della rapidissima viralizzazione dei contenuti sui social, è facilissimo propagare bufale costruite ad hoc per fomentare odi culturali e sobillare le masse.

La nostra storia porta questo rischio alle estreme – e quando dico “estreme” intendo veramente estreme! – conseguenze. In una Londra quasi completamente distrutta, in cui è impossibile individuare i resti di quello che solo fino a poco tempo prima era "Il Sistema", toccherà proprio a Dylan cercare di salvarci tutti!

a cura di Luca Del Savio