Intervista Zagor

Ferri: un nome scolpito nel fumetto!

Ferri: un nome scolpito nel fumetto!

Lo Zagor in edicola dal 3 settembre porta nuovamente la firma del maestro di Recco: Giorgio Giusfredi, autore dei testi della storia insieme a Maurizio Colombo, ha intervistato Ferri per noi.

Ho avuto il piacere di incontrare Gallieno Ferri in diverse fasi della mia vita.


La copertina de "Il Signore dell'isola".

Da fan zagoriano, da aspirante autore e infine da co-autore – insieme a Maurizio Colombo – di una storia di Zagor, iniziata nell'albo di agosto (Zagor n.589, "Il Signore dell'isola") e che giunge alla sua conclusione con quello in edicola dal 3 settembre (Zagor n.590, "Tornando a casa").

Chi come me ha la fortuna di conoscere il maestro di Recco può testimoniare la sua squisita disponibilità nel condividere con tutti il suo entusiasmo che oggi, dopo 85 anni dalla sua nascita e 65 di carriera nel mondo del fumetto, continua a trascinare schiere di autori e di appassionati.

Mi ricordo le conferenze a cui ho assistito dove erano presenti sia Gallieno che Sergio Bonelli: il loro cavalleresco modo di darsi ancora del “lei” dopo decine di lustri di collaborazione e una solida amicizia mi commuoveva. Solo dopo anni di puro imbarazzo, in cui mi sono barcamenato – diviso tra l’accettare la sua prodiga cordialità e il moto di rispetto e reverenza che sentivo di dovergli – imbastendo discorsi incerti mentre parlavo con lui, mi sono finalmente deciso a dargli del tu.

Cosa hai pensato mentre realizzavi la storia scritta da Maurizio Colombo e dal sottoscritto che si conclude tra le pagine dello Zagor di settembre?

Le volpi sono le protagoniste. Sono della stessa famiglia dei cani, a cui voglio particolarmente bene, e quello che vorrei che passasse, attraverso i miei disegni, è proprio l’amore verso gli animali.

Questo penso sia il senso della storia che volevate raccontare. Un po’ come noi nella vita vera – dove gli animali domestici hanno un’esistenza breve, se paragonata alla nostra, e quindi veniamo forgiati da una serie di perdite che ci lasciano dentro sempre un grande vuoto –, Moon, la ragazzina sfregiata protagonista dell'avventura, ricambia l’affetto incondizionato che solo un animale sa donare.

Anche se non rivelo il finale, triste o lieto che sia, posso dire che mi sono dispiaciuto e commosso insieme a Moon, disegnando le ultime scene. La magia, velata e accennata in questa storia, è solo ecologia tribale, quasi primordiale. Ho cercato di caratterizzare le tavole dandogli un’atmosfera gotica, senza mai scordarmi della sensibilità del tema trattato.


Hellingen e gli Akkroniani, vignetta tratta da Zagor n.181.

Così come fa anche Zagor, capendo e interpretando ogni situazione che si trova ad affrontare. E mi sono divertito molto.

Puoi parlarci anche della storia che attualmente stai realizzando?

Penso sia completamente diversa da questa. La grande varietà di temi è il bello dello Zagor che abbiamo voluto io e Sergio. Ed è il motivo per cui, dopo 53 anni, non mi sono ancora stancato di disegnare il nostro eroe. Anche questa è un’avventura che mi piace, scritta da Jacopo Rauch: sarà il numero 600 – a colori! – e vedrà il ritorno degli Akkroniani.

Vi ricordate quegli alieni che hanno avuto a che fare con Hellingen? Le storie di questo stampo io le ho sempre ritenute dello stesso filone che definisco quello del “Male Scientifico”. Zagor sarà messo a dura prova da questi esseri del tutto privi di sentimenti umani. Non ho ancora finito di disegnarla, ma ho letto tutta la sceneggiatura. Diciamo che sono il primo lettore delle avventure che illustro. Fluiscono in me come un romanzo a puntate e mi emoziono. Stavolta, avendo più o meno il quadro generale, posso dire che il nostro Spirito con la Scure combatterà con la bellezza del suo animo.

Non dico altro, anzi quasi non ricordo come va a finire… Spero che Zagor si salvi!

65 anni di carriera proprio in questo 2014, quali sono i tre momenti migliori che ricordi?

Sono tutti e tre momenti zagoriani. Il primo è l’incontro con Sergio Bonelli – una persona che veramente ha cambiato la mia vita e che non mi stancherò mai di ringraziare –, quando ho avuto la possibilità di realizzare Zagor insieme a lui. Seppure quasi tutti i risvolti psicologici del personaggio fossero dovuti a Sergio, tra noi due era più il sottoscritto che aveva la sensazione di star facendo una cosa che, almeno nelle nostre vite, avrebbe lascito un segno. Dopo tutti questi anni di ininterrotta pubblicazione, ciò mi riempie ancora di orgoglio.

Il secondo momento si inserisce probabilmente già in un periodo classico della serie e riguarda le storie realizzate negli anni settanta. Penso che quelle avventure, dal punto di vista della mia realizzazione grafica, siano le più riuscite.

Il terzo momento è recente e riguarda la soddisfazione che ho avuto nel vedere buona parte – e spero di vederla tutta! – della collezione di Zagor a colori, pubblicata in abbinamento a la Repubblica. Non solo le mie storie, ma anche quelle degli altri artisti che via via hanno lavorato al Re di Darkwood: non mi sarei mai aspettato che risultassero così belle, in technicolor. Devo ringraziare chi ha seguito il processo di colorazione perché, secondo me, ha trovato la giusta miscela per non appesantire il nostro tratto, studiato per il bianco e nero, riuscendo a mantenerlo vivo.


Una copertina della Domenca del Corriere,
illustrazione di Walter Molino.

Inoltre, come posso dimenticarmi l’emozione dell’affetto che ho ricevuto all’estero, ospite di svariate manifestazioni straniere, nel corso degli anni. Essere apprezzati da diverse culture, in tanti paesi del mondo, è un’immensa soddisfazione e mi commuovo incontrando i lettori, durante i miei viaggi.

C’è invece un momento non zagoriano?

Ce ne sono molti, ovviamente. Di recente, per esempio, durante l’allestimento di una mostra a Santa Margherita in Castello, la signora che si occupa dell’organizzazione mi fa vedere le cartoline storiche della cittadina realizzate da grandi artisti de “La Domenica del Corriere” come Walter Molino o Achille Beltrame. O anche grandi acquarellisti che non conoscevo.

Queste mi hanno fatto fare un balzo all’indietro fino a quando, da ragazzino, ammiravo queste bellissime illustrazioni, in special modo proprio quelle di Molino, che ricopiavo e ricopiavo in continuazione – mi ricordo perfettamente i reportage della guerra degli Alpini in Russia: bellissimi! –, e che facevano sempre di più crescere in me il desiderio di disegnare.

► Si dice che i ragazzi di oggi trovino un percorso ripido, davanti a loro, per farsi strada nella vita. Immagino che anche i tempi del giovane Ferri non fossero proprio dei migliori… Cosa consigli ai ragazzi che si trovano in difficoltà, di fronte al loro incerto avvenire?

Che domanda tosta! Posso raccontare come è andata a me, che mi ritengo fortunato. Nel dopoguerra, avevo un diploma da geometra e non era cosa da poco. Ciò mi permetteva di poter avere un lavoro solido, che iniziai. Mio padre era un Maresciallo dei Carabinieri, un quadrato patriarca, ma io ammiravo mio fratello che invece era un’artista puro, un pittore. Volevo imitarlo. Come ho detto prima, sin da piccolo ho avuto la passione per il disegno e c’è stato un momento che, andando contro i consigli più ragionevoli, ho mollato tutto e ho deciso che avrei fatto fumetti. È stata dura, avevo scelto la strada difficile, ma mi è andata molto bene, grazie alle persone che ho incontrato e grazie anche alla mia determinazione. E devo dire che sono pienamente soddisfatto di come è andata. Disegnare fumetti è un lavoro che ritengo spettacoloso. Prendete, ad esempio, lo sforzo profuso nel corso della carriera di un fumettista: mettendo insieme tutte le sue illustrazioni verrebbero fuori più di una Cappella Sistina. Una mole di lavoro immane, da far invidia a Michelangelo, appunto!


Laocoonte e i suoi figli.

Qualità, quantità e, soprattutto, sforzo creativo continuo. Questi sono i tre segreti. Pochi immaginano il lavoro che si cela dietro la realizzazione di un albo a fumetti. Di recente ho visitato Rodi e mi sono ricordato che una delle mie opere preferite è la scultura in marmo “Laocoonte e i suoi figli”, ospitata dai Musei Vaticani. Un padre che lotta assieme ai figli contro i serpenti, un’opera di più di due metri di altezza. Agesandro, Polidoro e Atanodoro, tre scultori di Rodi, l’hanno realizzata rimanendo sconosciuti per anni. Come oscuro, ma sostanziale e fondamentale è il lavoro di alcuni fumettisti e redattori, grazie ai quali, ogni mese esce un fumetto.
Da sempre ho ammirato gli scultori di scuola greca, sono eccezionali, superlativi, imbattibili: di un altro pianeta, rendono viva la staticità, animano l’immobile! Amo Fidia, che è famoso, ma penso anche a tutti gli sconosciuti, come quelli che hanno realizzato i Bronzi di Riace. Loro mi hanno convinto che anche i fumettisti, famosi o meno, hanno l’obbiettivo di rendere viva la loro opera.

Stavo proprio leggendo un vecchio libro illustrato sulle leggende subacquee. A un certo punto c’è uno strano palombaro ante-litteram, grassottello… Sai di quei precursori, vestiti con quelle tute improbabili e improvvisate con oblò in testa, botti e scafandri ridicoli? Ecco… Questo palombaro cicciottello mi è sembrato Cico e mi sono immaginato una storia di Zagor con Cico che recupera una statua greca in fondo agli abissi. Magari insieme a "Digging" Bill. Questo lo racconto per far forza ai ragazzi che ora, magari, vedono il buio davanti a loro, come un sub nella profondità degli abissi.

Ma il futuro è alla loro portata, se io sono qui, a paragonare l’arte greca al fumetto e a entusiasmarmi ancora, immaginando il pancione messicano dopo anni che lavoro sullo stesso personaggio, dico che c’è speranza.

a cura di Giorgio Giusfredi