Story Teller Web 14

Cuore di lupo

Cuore di lupo

Approfondimenti, riferimenti filmici e bibliografici: un breve viaggio alle radici di "Cuore di lupo", numero 14 della collana "le Storie".

a cura di Gianmaria Contro

Su chi sia Carlo Ambrosini c’è davvero poco da dire... o meglio, ce ne sarebbe troppo! Chi è stato capace di lasciare il proprio segno su testate “storiche” come Ken Parker, Dylan Dog e persino Tex, chi ha concepito e realizzato “in proprio” due diverse serie bonelliane – Napoleone e Jan Dix – non è certo un professionista che necessiti di presentazioni...

Peraltro, lo ritroviamo qui (come certo ricorderete) per la seconda volta, dopo averlo incontrato sul numero 4 de Le Storie – No Smoking – dove si era messo al servizio di una sceneggiatura di Pasquale Ruju…  Ambrosini è un autore che lascia poco al caso, leggerlo significa seguirlo lungo i percorsi della sua personale “poetica” (parola troppo grossa? Fate voi): una visione che combina ritmi e strumenti della narrazione avventurosa “popolare” con spunti di riflessione meno immediati, da lasciar decantare nella memoria. Lo sfondo delle sue invenzioni, per capirci, non è mai inerte, non è una scenografia “buttata lì” a caso.

È questo un dato doppiamente vero per Cuore di lupo, dove il suddetto sfondo viene dipinto con i colori di una realtà complessa e dolente, quella della Questione Nativa– l’insistente e inquieta domanda di giustizia che la “sopravvivenza” degli indiani americani pone costantemente alla società statunitense. La riserva di Pine Ridge – una delle più note ed estese – è infatti la protagonista, invisibile ma onnipresente, di questo intreccio giallo-thriller. Collocata nell’angolo sud-occidentale del South Dakota, al confine col Nebraska, fu istituita ufficialmente nel 1889, solo un anno prima che il celebre massacro di Wounded Knee ponesse sulle Guerre Indiane la proverbiale pietra tombale. Da allora, la riserva ha vissuto un’esistenza segnata, in un certo senso, dagli strascichi di questo tragico “momento di svolta”.

La popolazione Oglala Sioux che abita in quelle terre è infatti afflitta da una situazione socio-economica e sanitaria drammatica, segnata da emarginazione, disoccupazione cronica, alcolismo e violenza, domestica e non. Un orizzonte che lascia poco spazio alla speranza per le giovani generazioni, proiettate – se va bene – verso un futuro di migrazioni forzate e lavori sottopagati. Il futuro, del resto, è proprio ciò che i Nativi sembrano non avere più, neppure nell’industria dell’immaginario. Dipinti come “diavoli rossi” dal cinema western classico,  poi “riabilitati” da quello cosiddetto crepuscolare degli anni Settanta-Ottanta, oggi paiono scomparsi: messi in disparte da uno show business che, semplicemente, non ha più bisogno di loro, o che, comunque, non è interessato a raccontarne la (non troppo “spettacolare”) realtà attuale...

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