Story Teller Web 12

La pazienza del destino

La pazienza del destino

Approfondimenti, riferimenti filmici e bibliografici: un breve viaggio alle radici di "La pazienza del destino", numero 12 della collana "le Storie".

a cura di Gianmaria Contro

Le catene della colpa, La fiamma del peccato, L’ombra del passato... Ecco una manciata di titoli capaci di far vibrare le corde della memoria. Sono titoli – avremmo potuto ricordarne molti altri – di film che hanno segnato una stagione dell’immaginario, quella che i critici francesi Raymond Borde ed Étienne Chaumenton consacrarono già nel 1955 con il loro celebre Panorama du film noir américain 1941-1953, saggio che avrebbe, di fatto, dato vita a un vero e proprio “genere a parte”.

A mettere carne e sangue sull’esile scheletro di questa suggestione Noir ha provveduto Paola Barbato, scrivendo una sceneggiatura che gioca con i canoni del più classico Hard Boiled (“genere” fratello – se non gemello – del Noir), cogliendone, però, le potenzialità insospettabili e sorprendenti. Secondo la leggenda, gli sceneggiatori William Faulkner e Leigh Brackett, impegnati nell’adattamento cinematografico de Il Grande sonno, di Raymond Chandler, furono costretti a consultare l’autore per chiarire un dettaglio della trama. La sua risposta fu semplice: non aveva la più pallida idea di come risolvere il problema, i conti semplicemente non tornavano! Ciò non toglie che il romanzo di Chandler (così come il film che Howard Hawks ne trasse nel 1946) sia quel che si dice un capolavoro della letteratura “nera”. L’intensità delle emozioni e l’adrenalina della situazione, il comportamento – spesso impulsivo e irrazionale – dei personaggi sono ciò che dà vita a queste Storie, ciò che le rende affini agli aspetti più paradossali e ironici della vita reale. Pensate all’eroe di Detour - deviazione per l’inferno (Edgar G. Ulmer, 1945), trasformato in omicida da una catena di coincidenze che – in altro contesto – richiamerebbero le imprese comiche di Buster Keaton; oppure al Dana Andrews di Sui marciapiedi (Otto Preminger, 1950), poliziotto che, per eccesso di zelo, finisce col mutarsi in un assassino braccato dai suoi stessi colleghi…

Luci e ombre – ma soprattutto crepuscoli – della coscienza che non potevano trovare miglior interprete del veterano Giovanni Freghieri. Non solo perché è stata la sua mano impareggiabile a dare forma a tante imprese dell’Indagatore dell’Incubo Dylan Dog – uno che con i crepuscoli ha una certa confidenza –, ma anche e soprattutto perché, con questo La pazienza del destino, Freghieri torna sul “luogo del delitto”. Quello consumato nei lontani anni Settanta sulle pagine dell’Intrepido, dove – su testi di Claudio e Graziano Cicogna – creò il malinconico detective Sorrow, Private Eye chandleriano che aveva, guarda caso, le fattezze del grande Humphrey Bogart...

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