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Intervista Orfani

Il segno degli Orfani

Il segno degli Orfani

Emiliano Mammucari, co-autore della collana in arrivo a Ottobre, ci racconta il percorso creativo di Orfani.

Orfani è la nuova serie di Sergio Bonelli Editore di cui tu e Roberto Recchioni siete co-autori. Parlaci un po' di come è nato questo progetto. È partito da un'idea comune o uno dei due ha deciso di coinvolgere l'altro?
 
"Orfani" nasce per gioco, durante una partita di Dungeons & Dragons.
L'idea iniziale era molto diversa: si è partiti da una suggestione, e cioè l'immagine di eroi enormi che sul campo di battaglia risultassero quasi delle divinità agli occhi dei soldati normali. Eroi in armatura. Poi abbiamo cominciato a chiederci chi ci fosse dentro quelle armature. Da lì è venuto tutto il resto.
Durante la lavorazione (è durata quattro anni!) il mondo è cambiato radicalmente, giorno dopo giorno. C’è stata la Primavera araba, la Grecia, la crisi, e inevitabilmente la storia di Orfani ha preso direzioni inaspettate. Siamo passati dal chiederci “Come sarà un fucile di precisione nel futuro?" a “Che cosa sarà di me, dei miei affetti, domani?”. È il bello della fantascienza. Riesce a intercettare ansie e aspettative come pochi altri generi.

Tu e Roberto avete già avuto modo di lavorare insieme su "John Doe". Per la nostra Casa editrice, invece, hai collaborato con Carlo Ambrosini per le sue due serie, Napoleone e Jan Dix, e con Michele Medda per la miniserie Caravan, della quale eri anche copertinista. Com'è lavorare con tre autori all'apparenza così diversi fra loro?

Carlo, Michele e Roberto sono tre rari casi di sceneggiatori che hanno conoscenze di disegno, lavorare con loro è facilissimo.
Carlo ha un approccio istintivo e sceneggia “da disegnatore”: è talmente sicuro dello strumento da potersi concentrare sull'aspetto emotivo della storia. Un maestro.
Michele è forse lo sceneggiatore più tecnico che ci sia in Italia. Lavorando su Caravan non avevo bisogno di fare i layout: la tavola è così ben studiata che ti viene naturale fidarti del testo.
Roberto ha un approccio punk, viscerale. Una miniera di idee.
Abbiamo la stessa età, un comune sentire, ma due visioni diametralmente opposte. Riesce sempre a vedere dove non vedo io, e, spero, viceversa.
 
Con Orfani, siete partiti dai personaggi e intorno a loro avete definito il contesto dove ambientare il racconto o piuttosto avevate in mente una storia dal taglio fantascientifico e da questa avete man mano definito i protagonisti?

La prima decisione, la più difficile, è stata la scelta del tipo di fantascienza. Io non sono uno specialista del genere per cui mi sono armato di pazienza, ho comprato tonnellate di libri e mi sono messo a studiare.
Ci sono tante direzioni che avremmo potuto prendere. C’è la fantascienza estetizzante, di taglio orientale, dove tutte le scelte di design sono dirette verso una ricerca stilistica. C’è la fantascienza “cameroniana”, dove tutto è finalizzato alla funzionalità: se progetti un’arma, devi sapere come è fatto un percussore, una canna e così via. C’è la Space Opera, con visioni alla Syd Mead, e una gamma infinita di sottogeneri.
Il nostro unico punto fermo era che l’aspetto tecnologico non avrebbe mai dovuto sovrapporsi ai nostri personaggi. Mai indugiare sugli aspetti tecnici e sul "fan service". Quindi abbiamo lavorato su una progressiva stilizzazione del mondo di Orfani: è tutto progettato e studiato, armi e astronavi hanno nomi e funzionalità specifiche. Solo che il lettore non lo saprà mai, perché sono cose che devono restare sullo sfondo.

Nella creazione e definizione della bibbia (della parte grafica), che autonomia hai avuto? C'è stato un continuo confronto tra te e Roberto o, in virtù del tuo ruolo di disegnatore, avevi già visualizzato il tipo di taglio stilistico che avrebbe avuto la collana?

Abbiamo lavorato rigorosamente insieme. Oltre al taglio stilistico, l’altro paletto è la realizzabilità delle idee. Puoi fare un design estremamente complesso e barocco, ma poi ci sono dieci disegnatori con dieci stili e dieci teste diverse che devono disegnarlo per cento pagine a numero.
Se gli oggetti di design non sono semplificati e non hanno forti punti di riferimento, te li ritrovi cambiati di pagina in pagina, di numero in numero. 

Potete vedere un esempio del lavoro svolto da Emiliano in questa gallery:



Quali sono state le tue fonti di ispirazione per creare l'immaginario nel quale si muovono le storie degli Orfani? Ci sono film, romanzi, telefilm, videogiochi o fumetti ai quali sei in qualche modo debitore?

Orfani è la storia che avremmo sempre voluto leggere: dentro c'è Halo, come c'è Fanteria dello spazio (il libro, non il film), Alien, Metal Gear Solid e tutto l'immaginario visivo di fantascienza bellica che adoriamo. Riferimenti a fumetti ce ne sono pochi. Un personaggio ha il casco che è un voluto rimando a Rocketeer (un fumetto che adoro), ma è uno dei pochi strappi alla regola. Forse il mio primo numero risente un po’ dello studio che ho fatto sul fumetto americano perché ho dovuto cambiare inchiostrazione (per via del colore), ma di solito abbiamo cercato di stare il più lontano possibile dai capolavori di fantascienza disegnata, tipo Akira.
Per Roberto, che è uno che ama giocare con rimandi e citazioni, è stata una tortura.

Orfani sarà la prima serie bonelliana pensata per essere direttamente pubblicata a colori. Cosa cambia, per un disegnatore, tra il realizzare un fumetto in bianco e nero e uno a colori? A proposito di questo aspetto, qual è la tua organizzazione di lavoro con i coloristi degli Orfani? Dai delle indicazioni molto precise o lasci spazio a una certa libertà di interpretare sia il tuo segno che le atmosfere della tavola?

Dei quattro anni di lavorazione penso che un anno almeno sia servito per l’ideazione del colore.
Non volevo un fumetto “colorato”, ma un fumetto “a colori”. Non volevo qualcosa che scimmiottasse gli albi americani o quelli francesi, ma che avesse carattere. Qualcosa di adatto alla nostra storia, al formato e al tipo di carta che usiamo.
Anche qui: ci siamo armati di santa pazienza e abbiamo studiato un modo per farlo.
Il primo problema è che in Italia non abbiamo una tradizione di colore. O meglio, abbiamo un sacco di coloristi bravissimi, ma hanno quasi tutti un’impostazione diversa da quella che ci serviva.
Ho realizzato una bibbia colore e dato delle indicazioni specifiche sul tipo di colorazione.
Durante il lavoro, i miei interventi si limitano all'indicazione del colore da usare nelle scene per accompagnare l’aspetto “emotivo” e gli stati d’animo dei personaggi.
Il resto lo fa la bravura della squadra che abbiamo formato.

intervista a cura di Davide Pettani