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Il figlio di Tex!

Il figlio di Tex!

Quarto e ultimo appuntamento con la collana mondadoriana Tex Story, in uscita in edicola e in libreria: riflettori puntati su Kit Willer!

Ultimo appuntamento, in edicola e in libreria (rispettivamente l'11 e il 16 luglio), con Tex Story, l'iniziativa targata Mondadori che ripercorre le principali tappe della storia del Ranger bonelliano. La quarta uscita, intitolata "Il figlio di Tex", conclude l'esplorazione del passato di Aquila della Notte, riproponendo due lunghe avventure classiche: "L'orma della paura" e il racconto che dà il titolo al volume, "Il figlio di Tex". Qui di seguito, vi proponiamo l'introduzione del tomo, firmata dal curatore della collana, Franco Busatta.

Buon sangue non mente.

Il motto “buon sangue non mente” sembra coniato appositamente per Kit Willer, il figlio di Tex. Basti vedere la prima apparizione della piccola peste in “L’orma della paura” (datato 1951), il primo dei due racconti qui riproposti. A preannunciare l’irruzione in scena di Piccolo Falco, questo il nome navajo del bambino, è una freccia scagliata dal suo arco, un dardo puntato dritto dritto sul cappello di quel vecchio reprobo dello zio Kit Carson. Niente da eccepire sulla mira, peraltro, dato che il bersaglio è centrato alla perfezione e il pard texiano si ritrova per le mani un copricapo sforacchiato a regola d’arte.
Siamo alle prese con uno dei racconti più memorabili degli anni Cinquanta, pieno zeppo di sequenze sorprendenti ed emozionanti. A partire dall’incipit, con Freccia Rossa che spinge il genero Tex a riflettere sulla malinconia che da qualche tempo attanaglia il cuore dell’avventuriero a riposo, calato in un’esistenza troppo monotona per un Satanasso del suo calibro. Ma non si tratta che della quiete prima della tempesta. Quando, all’improvviso, risbuca Kit Carson, il richiamo dell’Avventura torna a farsi sentire imperiosamente. Per la prima volta Tex, il figlio, Carson e Tiger Jack sono uno accanto all’altro, ridendo e scherzando - come spesso accadrà negli episodi a venire - in una sequenza che la dice lunga sui futuri orientamenti della saga e dimostra quanto il tema dell’amicizia virile sia consono alla vena narrativa di Bonelli, che qui potrà trasporre a piene mani la fascinazione per i moschettieri del prediletto Alexandre Dumas, operazione oltretutto già compiuta in altre serie quali “I Tre Bill”.

Dalle tasche di Carson rispunta una vecchia, polverosa stella di Ranger, quella contraddistinta dal n. 3. Quella che nel secondo volume di questa serie Mr. Marshall aveva consegnato a Tex, trasformando il bandito di un tempo in un uomo di legge. “Un’ondata di vecchi ricordi… ricordi di una vita avventurosa, fatta di pericoli e sacrifici, di lotte selvagge e di infernali cavalcate, sommerge il cuore dell’antico Ranger…”, così Gianluigi Bonelli descrive lo stato d’animo di Tex rivedendo il distintivo. Il personaggio di Bonelli & Galep non è più la figurina bidimensionale che scorrazzava in uno scenario western allestito alla buona, ma si è evoluto acquisendo spessore, personalità, verosimiglianza nei quattro anni di vita editoriale intercorsi dagli esordi. Bonelli & Galep sembrano voler ripartire proprio da lì, dato che dalla banda della Mano Rossa che teneva banco in quei giorni alla Mano Scarlatta con cui deve vedersela Tex in queste pagine il passo non è certo lungo. Quello che è cambiato è la maturità espressiva raggiunta nel frattempo dagli autori e il paesaggio - del tutto inedito, fino ad allora - degli immensi e suggestivi territori canadesi. Qui Tex, sulle tracce del killer dell’amico Arkansas Joe (altra reminescenza delle prime storie), ha modo di imbattersi in altri due pards destinati a tornare in futuro, a più riprese, il buffo e forzuto Gros-Jean – spalla fissa di tutto il racconto - e Jim Brandon, Sergente delle Giubbe Rosse. E qui colui che è conosciuto dai Navajos come Aquila della Notte, ha modo di sfoderare un “attrezzo” in grado di garantirgli il potere sulla gente dalla pelle rossa, così come la stella di Ranger glielo garantisce sui bianchi. Ovvero, la sacra cintura di Wampum, consegnatagli da Freccia Rossa, un simbolo di pace che farà di Tex un “fratello di sangue” di tutte le tribù Dakotas (stando alle parole stesse del suocero), ma che gli servirà, in realtà, più in generale da salvacondotto presso tutte le tribù indiane. Come accade nella bella sequenza che vede Tex, legato al palo della tortura, intonare il canto di morte dei guerrieri Navajos. Una manciata di vignette, per certi versi curiose, che presuppongono un Tex calato un po’ troppo forzatamente negli usi e costumi pellerossa, ma capaci di creare un momento intrigante e ricco di pathos. E la situazione si ripresenta, qualche pagina dopo, quando al palo della tortura viene legato un Kit Willer prontissimo a ribattere per le rime ai fuorilegge che l’hanno rapito, nonostante la giovanissima età e la drammaticità del frangente: le basi ci sono tutte, per il lancio di Kit Willer versione giovanotto, che avviene con il secondo episodio del volume, “Il figlio di Tex”, datato 1952.
Gli anni sono passati, Carson appare per la prima volta con i capelli e il pizzo canuti e Kit è diventato grande trasformandosi (date le premesse non poteva essere altrimenti) in un deflagrante teenager. La scelta editoriale che sottende questo brusco scarto in avanti temporale ha da una parte a che fare con la volontà di togliere il ragazzo dalla dipendenza paterna per farne un character autonomo e, dall’altra, col successo che arride, in campo non solo fumettistico, al filone dei piccoli eroi. Per stare all’ambito delle nuvole parlanti, è il genere che va per la maggiore in quella stagione fumettistica. Nel 1948, lo stesso anno in cui nasce Tex, viene dato alle stampe l’albo d’esordio de Il Piccolo Sceriffo di Tristano Torelli e Camillo Zuffi. Le sue vendite staccano nettamente fin da subito quelle del character bonelliano, e aprono la strada alla massiccia affermazione dei “young heroes”, tra i quali vanno citati i western Capitan Miki e Un Ragazzo nel Far West, i neorealisti Sciuscià e Geky Dor, i marinareschi Roland Eagle e Rol Pam, i fantascientifici Junior e Jimmy Jet, tanto per non fare che qualche nome tra i tanti di una foltissima schiera. Casa Bonelli, nel 1958, decide di misurarsi col fenomeno editoriale dando alle stampe una nuova collana incentrata sulle gesta di Willer figlio, sempre firmata da G. L. Bonelli. Il motivo per il quale la pubblicazione non ha mai visto la luce, stando a Sergio Bonelli, è che suo padre non si discosta da Tex, nel sceneggiare la nuova serie, facendone, in pratica, un clone texiano, tanto è vero che il primo episodio avrebbe dovuto intitolarsi “La Mano Rossa”, come il n. 1 della serie gigante di Tex. Va poi rilevato che nello stesso anno fanno il loro esordio una nuova testata scritta da Guido Nolitta – pseudonimo di Sergio Bonelli -, chiamata Un ragazzo nel Far West, che s’inserisce proprio nel solco tracciato dai suddetti eroi teenager, e Il Piccolo Ranger, scritta da Andrea Lavezzolo e disegnata da quel Francesco Gamba al quale avrebbe dovuto essere affidata la testata dedicata al figlio di Tex.

Comunque sia, Kit Willer inizia col botto la sua carriera di quarto pard a pieno servizio, sulla serie texiana, in “Il figlio di Tex”, dove ruba immediatamente la scena al pur irruentissimo padre. È Kit il vero deus ex machina della vicenda, pronto a cogliere continuamente in contropiede il lettore. È una figura sorprendente, iperdinamica e in fuga continua dalle direttive paterne la sua, una figura che deve guadagnarsi i galloni di quarto moschettiere sul campo e – bisogna ammetterlo – si dimostra all’altezza del ruolo. Dal padre si differenzia per un uso più soft delle armi. Spesso si affida infatti al lazo, nell’utilizzo del quale dimostra immediatamente grande destrezza, ed è dotato di un coltello, regalatogli da Tiger Jack, collocato sulla schiena e nascosto sotto la camicia in un’apposita guaina. Come tutti i character western di quegli anni, inoltre, si avvale di una cavalcatura il cui nome la dice lunga sulla sulfurea natura del ragazzo: Diablo. Ma nella visione narrativa di Bonelli, i figli non sono mai all’altezza dei padri e Tex dopo qualche avventura vissuta in secondo piano ridiventa il fulcro delle vicende. Kit finirà così per scivolare pian piano nell’ombra dimostrandosi una tipologia d’eroe ormai consegnata al suo tempo. I riflettori su di lui si riaccenderanno soltanto sporadicamente, per lasciare che sia Tex a guadagnarsi l’onore e l’onere di diventare il carachter più popolare e longevo delle nuvole parlanti italiane. Nel giro di poche avventure, è destinato a trasformarsi in un ricordo del passato il giovane Kit con le sue mattane da Gianburrasca che il vecchio Kit (Carson) stigmatizza esclamando: “Dove andremo a finire se i poppanti se ne vanno in giro sparacchiando e facendo venire il mal di cuore ai vecchi pionieri del West?!”.

Franco Busatta