Story Teller Web 8

Amore Nero

Amore Nero

Approfondimenti, riferimenti filmici e bibliografici: un breve viaggio alle radici di "Amore Nero", numero 8 della collana "le Storie".

Gli occhi e il buio... Questo titolo vi suona familiare? Ci auguriamo di sì, perché il Romanzo a Fumetti realizzato da Gigi Simeoni nel 2007 è rimasto nella nostra memoria come un esempio particolarmente felice di “narrazione per immagini”... Tra i motivi di questo apprezzamento, va segnalata soprattutto la scelta di un’ambientazione inconsueta – la Milano dei primi del Novecento –, ricostruita con occhio attento e documentato, ma anche la decisione di collocare su questo sfondo una non meno originale vicenda poliziesca, incentrata sulla caccia a un serial killer psicopatico. Se richiamiamo qui quella lontana avventura è perché Amore nero ne costituisce, in un certo senso, il sequel… Detto questo, mettiamo mano al nostro abituale excursus introduttivo. Di quale “materia” è fatta la trama che state per affrontare? Prima di tutto, di mistero. Mistero allo stato puro, quello che nasce dall’incontro tra le forze della razionalità, sempre impegnate a tracciare confini tra il possibile e l’impossibile, e le inquiete tenebre del soprannaturale. è su questo confine che, talvolta, l’indagine “scientifica” afferra il proverbiale osso-troppo-duro su cui spezzarsi i denti. Un incontro-scontro che ha dato i natali a una vastissima tradizione narrativa; basti pensare a classici casi “sherlockiani” come Il mastino dei Baskerville (1902) o Il vampiro del Sussex (1924), dove l’apparente enigma ultraterreno è fatto a pezzi dalle impietose “armi deduttive” di Holmes. Viceversa, che dire dell’inchiesta condotta dal povero tenente William Kinderman? Riuscirà mai ad acchiappare il suo indiziato numero uno, cioè il diavolo in persona? Il saggio poliziotto del film L’esorcista (William Friedkin, 1973) si trattiene dal formulare ipotesi troppo ardite, così come dal respingere eventualità che sfuggono alla sua comprensione, ma non sono molti quelli che condividono questo filosofico distacco. Per il Van Helsing stokeriano (quello di Dracula, giusto per capirci) l’esistenza di forze che si sottraggono al dominio del sapere umano è cosa scontata, mentre per l’Ichabod Crane di Tim Burton (Il mistero di Sleepy Hollow, 1999 – molto liberamente tratto da un racconto di Washington Irving) solo i lumi della Ragione, quella con la “R” maiuscola, possono scacciare le illusioni della superstizione... Ma questa eterna disputa non ha mai una soluzione certa; sul terreno dell’invenzione narrativa, i fossati e i muri che così faticosamente scaviamo e innalziamo tra ciò che è reale e ciò che non lo è si dissolvono e confondono…