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Giovanni
Luigi Bonelli è morto ad Alessandria il 12 gennaio 2001, all'età
di novantadue anni. Lo chiamavano "il patriarca del fumetto italiano",
e mai definizione è stata più azzeccata, visto che, prima
di conquistare il successo mondiale con il suo personaggio più
celebre, Tex, aveva sceneggiato migliaia di pagine e inventato decine
di eroi, trasformando in una nobile, rispettabilissima arte un genere
letterario - quello delle "nuvole parlanti" - sino ad allora
considerato rozzo, infantile, di bassa categoria. G. L. Bonelli ha sempre
vissuto sotto il Segno dell'Avventura: nato a Milano il 22 dicembre
1908, sin da giovanissimo era stato un lettore onnivoro, innamorato
dei romanzi di maestri come Jack London, Joseph Conrad, Robert Louis
Stevenson, Jules Verne ed Emilio Salgari, ma sedotto anche da quegli
interminabili racconti popolari a puntate (i cosiddetti "feuilleton")
che sapevano calamitare, per settimane, per mesi e talvolta per anni,
l'attenzione di un pubblico avido di sogni, sorprese, emozioni. Al pari
dei suoi beniamini, Bonelli si sentiva, prima di tutto, un romanziere
(anzi, "un romanziere prestato al fumetto e mai più restituito"),
ma a rendere ancor più dinamica ed efficace la sua scrittura
aveva contribuito anche il cinema: spettatore assiduo di film di ogni
genere, adorava Ombre rosse, Il Cavaliere della Valle Solitaria, I lancieri
del Bengala, Via col vento e La carica dei Seicento. E aveva un unico
obiettivo: non annoiare mai i suoi lettori.
Appassionato divoratore di romanzi polizieschi, con una predilezione
per gli autori di gialli d'azione degli anni Quaranta e Cinquanta (due
nomi per tutti: Peter Cheyney e Mickey Spillane), ne aveva assimilato
lo stile asciutto ed efficace, privo di lungaggini e ricco invece di
infiniti colpi di scena, anche se talvolta si compiaceva nella ricerca
di dialoghi più complessi, capaci di far risaltare meglio la psicologia
dei personaggi. Sin da quando aveva scelto il mestiere del narratore
di storie, il suo idolo, il suo punto di riferimento era stato, comunque,
soprattutto Jack London. London gli piaceva perché raccontava di uomini
"con una spina dorsale, e perché era un ribelle. Anche lui era cresciuto
dal nulla. Penso che abbia visto le cose come andavano viste, e ne abbia
preso il lato migliore. Non credo che fosse un intellettuale. Non andava
a caccia di niente, solo di se stesso", aveva detto una volta. Non diversamente
dal papà di Martin Eden, G. L. pensava che l'Avventura - l'Avventura
vera - non ha anima né corpo, se non è stata vissuta sulla propria pelle,
e così si era messo a vagabondare per l'Europa, con pochi soldi in tasca,
svolgendo i lavori più diversi. In Lussemburgo, raccontava di avere
dormito sotto i ponti e di essersi guadagnato la vita spaccando la legna
in una fattoria; in Belgio, pare che fosse finito addirittura in prigione
per aver contribuito a sfasciare un ristorante, durante una colossale
rissa; in Francia, di sicuro, per ragioni di pura sopravvivenza, si
era dedicato alla boxe, accettando di fare da allenatore a pugili professionisti.
Era stato un invidiabile atleta fino all'età di settant'anni, ma alla
vigoria fisica aveva sempre unito una insaziabile voglia di leggere,
di vedere film, di conoscere, insomma. Aveva un carattere anticonformista,
irruente, senza peli sulla lingua: Bonelli, come ha detto Decio Canzio,
direttore generale della nostra Casa editrice e suo fraterno amico,
"possedeva un forte senso d'individualità e quell'immediata percezione
dei valori che è il frutto di una cultura nata da un'età giovanile vissuta
con asprezza". Estroverso e, al tempo stesso, fondamentalmente solitario,
apparteneva alla schiatta dei romantici con i piedi per terra: "Io sono
un sognatore", amava dire, "ma se mi mollano una sberla, ne restituisco
due!".
Viveva, maturava, e intanto scriveva, scriveva, scriveva... Didascalie
in rima per il Corriere dei Piccoli, racconti per il Giornale Illustrato
dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare, traduzioni e adattamenti
di comics inglesi per bambini, ma anche fiabe, novelle rosa, vignette
umoristiche. Negli anni Trenta, l'editore Lotario Vecchi lo chiama a
dirigere alcune sue testate pubblicate sotto il marchio S.A.E.V. (L'Audace,
Primarosa, Rin-Tin-Tin, Jumbo, Pinocchio), con una serie di storie,
non soltanto a fumetti, che Bonelli sigla con vari pseudonimi, ma la
sua immaginazione ha modo di scatenarsi anche sulle pagine di un altro
settimanale per ragazzi delle cattolicissime Edizioni A.V.E. ancora
privo di una precisa identità, Il Vittorioso, cui Bonelli conferisce
una veste professionale, portandolo ben presto a tirature da capogiro.
Quando l'Audace viene rilevato dalla Mondadori, Bonelli continua l'attività
per questo gruppo fino al 1939, anno in cui acquista egli stesso, con
non pochi sacrifici, la testata, gettando le basi di una Casa editrice,
l'Audace (oggi, Sergio Bonelli Editore), saggiamente amministrata, negli
anni seguenti, dalla sua ex moglie, Tea Bonelli. E proprio su quella
rivista, che all'epoca spartiva l'amore dei giovani lettori con un altro
prestigioso settimanale (L'Avventuroso, edito a Firenze da Nerbini),
Gianluigi Bonelli introdusse, fra l'altro, una novità assoluta: trasformò
l'Audace in un "albo-giornale", cioè in un settimanale che, invece dei
soliti racconti a puntate, conteneva un'unica storia completa. "Con
una intuizione davvero notevole", ricorda Sergio Bonelli, "mio padre
aveva capito che la formula utilizzata fin'allora (una sola pagina per
volta di ogni personaggio) aveva ormai stancato un pubblico desideroso
di leggere storie sempre più corpose".
Colonna portante di questa piccola rivoluzione fu - guarda caso - un
"pugilatore misterioso", un giovanotto che, con il nome di
Furio Almirante, doveva far concorrenza agli eroi di altri editori,
erculei e invincibili come il popolare Dick Fulmine (disegnato dallo
stesso illustratore della saga di Furio, Carlo Cossio), oppure abili
e scaltri come Volpe e Saetta. Rivelatosi ben presto un asso nella manica
per le Edizioni Audace, Furio è, nelle prime tavole, un pezzo
di marcantonio, gigantesco ma tranquillo, "emigrato coi genitori
negli Stati Uniti verso il 1920", e che, "a forza di sacrifici,
ha potuto acquistare una fattoria in una regione boscosa del Missouri".
Una lettera giuntagli da Milano gli cambia però improvvisamente
la vita e lo catapulta in giro per il pianeta, a raddrizzare i torti
e soprattutto a menar le mani, aiutato da un buffo assistente, il gorilla
Serafino. Al pari di Fulmine, anche "l'Uomo dal Pugno d'Acciaio"
riesce a sopravvivere ai disagi provocati dal conflitto e al mutare
dei gusti del pubblico. Passato più volte di mano (a Carlo Cossio
era subentrato prima il fratello Vittorio e poi, nel dopoguerra, Dino
Attanasio e Lina Buffolente), diventa, per un breve periodo, Furio Mascherato,
finché, negli anni Sessanta, si presenta in edicola per l'ultima
volta, ma senza successo, rivitalizzato dal segno di Franco Bignotti.
Con i suoi muscoli "a vista", i suoi folti capelli ondulati,
il suo linguaggio schietto, Furio, nelle sue prime avventure, costituisce
un'ottima palestra professionale: in quelle storie, Bonelli mette infatti
definitivamente a fuoco quella verve narrativa che di lì a poco,
nel 1948, lo porterà a creare il fenomeno Tex Willer.
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