ALMANACCO DEL WEST 2002

Jack London a Milano, di Graziano Frediani Nella bottega dei sogni, di Sergio Bonelli

 



 















Giovanni Luigi Bonelli è morto ad Alessandria il 12 gennaio 2001, all'età di novantadue anni. Lo chiamavano "il patriarca del fumetto italiano", e mai definizione è stata più azzeccata, visto che, prima di conquistare il successo mondiale con il suo personaggio più celebre, Tex, aveva sceneggiato migliaia di pagine e inventato decine di eroi, trasformando in una nobile, rispettabilissima arte un genere letterario - quello delle "nuvole parlanti" - sino ad allora considerato rozzo, infantile, di bassa categoria. G. L. Bonelli ha sempre vissuto sotto il Segno dell'Avventura: nato a Milano il 22 dicembre 1908, sin da giovanissimo era stato un lettore onnivoro, innamorato dei romanzi di maestri come Jack London, Joseph Conrad, Robert Louis Stevenson, Jules Verne ed Emilio Salgari, ma sedotto anche da quegli interminabili racconti popolari a puntate (i cosiddetti "feuilleton") che sapevano calamitare, per settimane, per mesi e talvolta per anni, l'attenzione di un pubblico avido di sogni, sorprese, emozioni. Al pari dei suoi beniamini, Bonelli si sentiva, prima di tutto, un romanziere (anzi, "un romanziere prestato al fumetto e mai più restituito"), ma a rendere ancor più dinamica ed efficace la sua scrittura aveva contribuito anche il cinema: spettatore assiduo di film di ogni genere, adorava Ombre rosse, Il Cavaliere della Valle Solitaria, I lancieri del Bengala, Via col vento e La carica dei Seicento. E aveva un unico obiettivo: non annoiare mai i suoi lettori.

Appassionato divoratore di romanzi polizieschi, con una predilezione per gli autori di gialli d'azione degli anni Quaranta e Cinquanta (due nomi per tutti: Peter Cheyney e Mickey Spillane), ne aveva assimilato lo stile asciutto ed efficace, privo di lungaggini e ricco invece di infiniti colpi di scena, anche se talvolta si compiaceva nella ricerca di dialoghi più complessi, capaci di far risaltare meglio la psicologia dei personaggi. Sin da quando aveva scelto il mestiere del narratore di storie, il suo idolo, il suo punto di riferimento era stato, comunque, soprattutto Jack London. London gli piaceva perché raccontava di uomini "con una spina dorsale, e perché era un ribelle. Anche lui era cresciuto dal nulla. Penso che abbia visto le cose come andavano viste, e ne abbia preso il lato migliore. Non credo che fosse un intellettuale. Non andava a caccia di niente, solo di se stesso", aveva detto una volta. Non diversamente dal papà di Martin Eden, G. L. pensava che l'Avventura - l'Avventura vera - non ha anima né corpo, se non è stata vissuta sulla propria pelle, e così si era messo a vagabondare per l'Europa, con pochi soldi in tasca, svolgendo i lavori più diversi. In Lussemburgo, raccontava di avere dormito sotto i ponti e di essersi guadagnato la vita spaccando la legna in una fattoria; in Belgio, pare che fosse finito addirittura in prigione per aver contribuito a sfasciare un ristorante, durante una colossale rissa; in Francia, di sicuro, per ragioni di pura sopravvivenza, si era dedicato alla boxe, accettando di fare da allenatore a pugili professionisti. Era stato un invidiabile atleta fino all'età di settant'anni, ma alla vigoria fisica aveva sempre unito una insaziabile voglia di leggere, di vedere film, di conoscere, insomma. Aveva un carattere anticonformista, irruente, senza peli sulla lingua: Bonelli, come ha detto Decio Canzio, direttore generale della nostra Casa editrice e suo fraterno amico, "possedeva un forte senso d'individualità e quell'immediata percezione dei valori che è il frutto di una cultura nata da un'età giovanile vissuta con asprezza". Estroverso e, al tempo stesso, fondamentalmente solitario, apparteneva alla schiatta dei romantici con i piedi per terra: "Io sono un sognatore", amava dire, "ma se mi mollano una sberla, ne restituisco due!".

Viveva, maturava, e intanto scriveva, scriveva, scriveva... Didascalie in rima per il Corriere dei Piccoli, racconti per il Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare, traduzioni e adattamenti di comics inglesi per bambini, ma anche fiabe, novelle rosa, vignette umoristiche. Negli anni Trenta, l'editore Lotario Vecchi lo chiama a dirigere alcune sue testate pubblicate sotto il marchio S.A.E.V. (L'Audace, Primarosa, Rin-Tin-Tin, Jumbo, Pinocchio), con una serie di storie, non soltanto a fumetti, che Bonelli sigla con vari pseudonimi, ma la sua immaginazione ha modo di scatenarsi anche sulle pagine di un altro settimanale per ragazzi delle cattolicissime Edizioni A.V.E. ancora privo di una precisa identità, Il Vittorioso, cui Bonelli conferisce una veste professionale, portandolo ben presto a tirature da capogiro. Quando l'Audace viene rilevato dalla Mondadori, Bonelli continua l'attività per questo gruppo fino al 1939, anno in cui acquista egli stesso, con non pochi sacrifici, la testata, gettando le basi di una Casa editrice, l'Audace (oggi, Sergio Bonelli Editore), saggiamente amministrata, negli anni seguenti, dalla sua ex moglie, Tea Bonelli. E proprio su quella rivista, che all'epoca spartiva l'amore dei giovani lettori con un altro prestigioso settimanale (L'Avventuroso, edito a Firenze da Nerbini), Gianluigi Bonelli introdusse, fra l'altro, una novità assoluta: trasformò l'Audace in un "albo-giornale", cioè in un settimanale che, invece dei soliti racconti a puntate, conteneva un'unica storia completa. "Con una intuizione davvero notevole", ricorda Sergio Bonelli, "mio padre aveva capito che la formula utilizzata fin'allora (una sola pagina per volta di ogni personaggio) aveva ormai stancato un pubblico desideroso di leggere storie sempre più corpose".

Colonna portante di questa piccola rivoluzione fu - guarda caso - un "pugilatore misterioso", un giovanotto che, con il nome di Furio Almirante, doveva far concorrenza agli eroi di altri editori, erculei e invincibili come il popolare Dick Fulmine (disegnato dallo stesso illustratore della saga di Furio, Carlo Cossio), oppure abili e scaltri come Volpe e Saetta. Rivelatosi ben presto un asso nella manica per le Edizioni Audace, Furio è, nelle prime tavole, un pezzo di marcantonio, gigantesco ma tranquillo, "emigrato coi genitori negli Stati Uniti verso il 1920", e che, "a forza di sacrifici, ha potuto acquistare una fattoria in una regione boscosa del Missouri". Una lettera giuntagli da Milano gli cambia però improvvisamente la vita e lo catapulta in giro per il pianeta, a raddrizzare i torti e soprattutto a menar le mani, aiutato da un buffo assistente, il gorilla Serafino. Al pari di Fulmine, anche "l'Uomo dal Pugno d'Acciaio" riesce a sopravvivere ai disagi provocati dal conflitto e al mutare dei gusti del pubblico. Passato più volte di mano (a Carlo Cossio era subentrato prima il fratello Vittorio e poi, nel dopoguerra, Dino Attanasio e Lina Buffolente), diventa, per un breve periodo, Furio Mascherato, finché, negli anni Sessanta, si presenta in edicola per l'ultima volta, ma senza successo, rivitalizzato dal segno di Franco Bignotti. Con i suoi muscoli "a vista", i suoi folti capelli ondulati, il suo linguaggio schietto, Furio, nelle sue prime avventure, costituisce un'ottima palestra professionale: in quelle storie, Bonelli mette infatti definitivamente a fuoco quella verve narrativa che di lì a poco, nel 1948, lo porterà a creare il fenomeno Tex Willer.