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L'inguaribile
disordine che purtroppo fa parte da sempre della mia personalità
non mi ha mai concesso di possedere un "archivio" dal quale
attingere testimonianze sulla settantennale attività di mio padre
Gianluigi Bonelli. A mia parziale difesa, posso addurre i molti cambi
di indirizzo (con relativi traslochi) cui è stata sottoposta
la redazione e, scusate se è poco, addirittura una guerra mondiale!
Di conseguenza, la stesura delle pagine precedenti, pazientemente messa
in atto da Graziano Frediani per mezzo di testimonianze dirette e di
approfondite ricerche bibliografiche, ha conseguito l'effetto davvero
impagabile di ricomporre, un po' per volta, i frammenti della mia memoria,
sino a ottenere il mosaico completo del rapporto che, bambino, mi legava
a un padre che, per quei tempi, faceva un mestiere decisamente diverso
da quello dei padri dei miei coetanei. A dispetto delle precise informazioni
riguardanti la collaborazione di G. L. Bonelli con la Casa editrice
di Lotario Vecchi offertevi in questo libro, per me quel periodo rimane
assai nebuloso; tutto diventa invece molto più vivo e chiaro
dal momento in cui il futuro creatore di Tex compie il salto decisivo,
trasformandosi da soggettista-battitore libero a editore in proprio.
Io, che avevo, a quell'epoca, sette-otto anni, ero gią un lettore accanitissimo
di albi a fumetti che mi venivano spesso regalati da altri editori,
amici di famiglia: Giuseppe Caregaro, proprietario della Alpe, mi riforniva
dei fascicoli di "Saetta" e di "Volpe", mentre Gino Casarotti e Agostino
Della Casa, uniti sotto l'insegna delle Edizioni Juventus, mi permettevano
di leggere in anteprima le copie fresche di stampa di personaggi come
"Berto Bolide", "Maciste" e "Dick Fulmine". La nostra abitazione in
via Rubens, a Milano, gią piccola per la vita quotidiana della nostra
famiglia, fu trasformata in redazione e, giorno dopo giorno, divenne
un vero e proprio punto d'incontro per tutti i collaboratori, che spesso
facevano onore alla cucina di mia madre e rimanevano a chiacchierare
con mio padre sino a ora tarda, mentre io li guardavo e li ascoltavo
con reverenza e ammirazione. Del resto, in mezzo a loro, c'erano tutti
i grandi autori che avevano gettato le basi del fumetto italiano: il
colto Rino Albertarelli, gli immancabili fratelli Carlo e Vittorio Cossio,
il vulcanico Antonio Canale e il flemmatico Edgardo Dell'Acqua, l'elegante
Franco Caprioli, insuperabile cantore dei Mari del Sud, e il bravissimo
Raffaele Paparella, cui si doveva, fra l'altro, un'affascinante vicenda
cavalleresca scritta da Bonelli ("I crociati"); accanto a me, come un
fratello maggiore, oltre che come ragazzo di bottega tuttofare e apprendista
disegnatore, quel Franco Donatelli che, dopo una multiforme carriera,
avrebbe illustrato numerosissime storie del mio Zagor.
Un altro privilegio impagabile che mi derivava dall'avere un genitore
tanto speciale era costituito dall'entusiasmo con cui egli mi faceva
partecipe delle vie che lo avevano condotto a quel mondo di sogni in
cui si sarebbe mosso per tutta la vita. Come potrei dimenticare i pomeriggi
domenicali passati sfrecciando da un cinema all'altro, all'inseguimento
di un "Capitan Blood", di un "Tarzan", di un "Frankenstein" o di un
"Tom Mix"? E come potrei dimenticare la dolce insistenza con cui riusciva
a vincere la mia riluttanza ad affrontare letture (Zane Grey, Henry
Rider Haggard, Jack London...), che, per i miei sette-otto anni, mi
sembravano troppo impegnative rispetto ai miei amatissimi fumetti? Insomma,
il padre Gianluigi Bonelli aveva tutti i numeri per conquistare l'ammirazione
di suo figlio... A completare la fascinazione contribuiva poi anche
il suo aspetto fisico, assolutamente vicino a quello degli eroi dello
schermo, e, in particolar modo, la sua vocazione sportiva, che lo metteva
in luce nelle pił diverse situazioni. Infatti, ero orgoglioso di lui
sia quando, nelle varie palestre milanesi, lo vedevo incrociare grintosamente
i guantoni con dei pugili ben pił esperti di quanto non fosse lui, sia
quando, sotto gli occhi ammirati di tutti i bagnanti, scivolava sulle
onde del Mar Ligure, sfoggiando uno stile, il crawl, che, a quei tempi,
apparteneva soltanto a Johnny Weissmuller, campione olimpionico reso
famoso dai film di Tarzan; come se non bastasse, la barca a vela che
pilotava con il piglio di un vecchio lupo di mare era l'unica imbarcazione
che, sempre sotto lo sguardo stavolta preoccupato e pieno di rimprovero
dei succitati bagnanti, usciva al largo anche quando le condizioni del
tempo erano indiscutibilmente tempestose.
Le dure vicende della guerra e il faticoso impegno di ricominciare pazientemente,
caparbiamente tutto da capo, ma anche il grande successo ottenuto dal
suo Tex, non riuscirono a cambiarlo dall'immagine appena descritta.
Fino agli ultimi suoi giorni, G. L. Bonelli continuò a essere
l'irriducibile sognatore entusiasta che, in un mondo sempre più
omologato e materialista, si era ritagliato un modo di vivere che gli
permetteva di mantenere quella personalità libera e anticonformista
che aveva caratterizzato gli anni della sua giovinezza.
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