Sul Fiume Grande con Mister No

Ananga!

Ananga è uno spirito del male che può incarnarsi in un animale, generalmente un giaguaro, ma anche in un uomo. Ed è questo che capita a chi circonda Mister No in questa sua avventura...

La sera in cui il mostro uccise Paco, ero sbronzo. Beh, in quel periodo lo ero quasi sempre. Bevevo ancor più del mio solito e con un entusiasmo quasi rabbioso, non chiedetemi perché: molte cose che mi sono capitate allora le ricordo come un incubo. E infatti, nel buio del vicolo vidi una specie di gigantesco giaguaro a due zampe: aveva zanne, artigli e occhi da predatore. Sparai centrandolo alla spalla sinistra, quell'essere fuggì e io rimasi con il corpo dilaniato del mio vecchio amico. Alla polizia raccontai quello che era successo, senza crederci nemmeno io. Il giorno dopo, il mio Piper fu affittato da Peter Wolfe, un antropologo di New York che mi pagò un bel gruzzolo per farsi portare sopra un certo punto della giungla, e quando lo sorvolammo, vi si gettò con un paracadute. Tentai di trattenerlo, scoprendo che era ferito alla spalla sinistra, e il suo sguardo mi ricordò quello del mostro. Ritornato a Manaus, raccontai tutto alla polizia prima di bermi i soldi di quell'aspirante suicida alla taverna di , dove la chiromante Isaura mi guardò la mano e si ritrasse pronunciando una parola misteriosa: Ananga! Secondo il Professore, un altro ubriacone ospite fisso del locale, era il nome di un dio del male venerato nelle profondità della giungla. Ve l'ho detto, in quel periodo mi sembrava di vivere in un incubo!


Una striscia di Fabio Civitelli da "Ananga!, MIster No n.91. Testi di Tiziano Sclavi.

Poi arrivò Abigail. Bionda, glaciale, irresistibile. Era la moglie di Peter Wolfe e mi chiese di portarla nel punto della giungla che aveva inghiottito lui e il suo paracadute. Arrivarci via terra non fu una passeggiata, ma le difficoltà mi aiutarono a sciogliere quel magnifico iceberg. Lei mi disse che il marito studiava i riti profetici degli indios Tupì-Guaranì e in particolare il mito di Ananga, uno spirito del male che poteva incarnarsi in un animale, generalmente un giaguaro, ma anche in un uomo. Peter si era smarrito nella giungla ed era capitato in un luogo tabù, dominato da una statua primitiva che assomigliava proprio a un giaguaro, e lì lo spirito di Ananga si era impossessato di lui... Abigail mi raccontò questa storia dopo che avevamo ritrovato il paracadute di Peter, appeso ai rami all'altezza giusta per sganciare le cinghie e saltare giù, non distante da una inquietante statua in pietra del Dio Giaguaro sepolta nella giungla, e soprattutto dopo che misteriosi guerrieri dipinti di nero guidati da uno stregone ci avevano circondato e narcotizzato con freccette imbevute di una delle loro dannate droghe. Al nostro risveglio mi trovai ad affrontare l'uomo giaguaro in persona, che invece di uccidermi mi diede una bella spazzolata e si portò via la bionda.

Non è bello da dire, ma fuggii. Fuggii da quell'orrore, tornai a Manaus e tentai di affogare il ricordo di quello che era accaduto in fondo a diverse bottiglie di cachaca. E l'orrore tornò. Uccise Isaura, che aveva letto in anticipo il suo destino. A quel punto, anch'io sapevo che cosa dovevo fare. Cercai negli alberghi di Manaus e trovai quello dove aveva preso alloggio Peter Wolfe, insieme ad Abigail. Avevo deciso di ucciderlo, ma quando si trasformò nel Dio Giaguaro dovetti fuggire di nuovo. La belva mi raggiunse allo zoo della città. Non so come, riuscii a infilzarlo con la sbarra appuntita di una gabbia. Il mostro ridiventò uomo e io fuggii ancora, perché c'erano le mie impronte sull'arma che aveva ucciso un turista americano. Volevo raggiungere la Colombia con il mio piper, ma nell'ombra dell'abitacolo dietro di me si era nascosta Abigail. Aveva lasciato in albergo un memoriale in cui mi scagionava raccontando che il killer era suo marito. Mi disse che comprendeva la tragedia di Peter: era come una malattia, una forza malvagia dentro di te, contro cui era inutile lottare. Lui l'aveva contagiata, nella foresta, ma Abigail poteva ancora contare su qualche momento di lucidità e aveva deciso di farla finita con quella storia. Aprì il portellone dal lato del passeggero, io le presi il polso per trattenerla e... la sua mano si trasformò nella zampa di una belva provvista di artigli affilati. Lottai con quell'ultima manifestazione di Ananga e riuscii a farla volare nell'inferno verde dove avevo rischiato di precipitare con il mio piper.


Una striscia di Fabio Civitelli da "Ananga!", Mister No n.91. Testi di Tiziano Sclavi.

Cercai di dimenticare quella storia, scritta dal vento della giungla. Ma sapevo che da qualche parte, nell'immensa foresta amazzonica, lo spirito di Ananga era ancora vivo, pronto a reincarnarsi, forse in un giaguaro piuttosto che in un essere umano, e poi in un altro e in un altro ancora... Senza fine!

(E infatti la storia di Ananga non finisce qui. La settimana prossima Mister No vi racconterà il ritorno del mostro... con la partecipazione straordinaria di uno "specialista" in materia!)

A cura di Luigi Mignacco


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