Mister No

Le mie prigioni - Seconda parte

Prosegue il racconto di Mister No incentrato sulle sue sfortunate avventure "dietro le sbarre". Nella seconda parte, Jerry si concentra sulla drammatica vicenda vissuta nelle carceri di Cayenna, nella Guyana Francese...

LE MIE PRIGIONI II

Come vi ho detto l'altra volta, sono un cliente abituale delle celle di sicurezza gestite dalla polizia di Manaus. Ogni tanto mi passo qualche nottata al fresco - per modo di dire: chiusi fra quelle quattro mura fa ancora più caldo che nel resto della città! - dove ho letto e riletto i libri della biblioteca carceraria: fra gli altri, "L'isola del tesoro", "Moby Dick", "I tre moschettieri" e "Pinocchio", tutti rigorosamente in portoghese. Non mi sono mai lamentato e non mi è nemmeno venuta l'idea di fuggire, ricordando com'era andata la mia esperienza di prigionia e fuga in Birmania durante la guerra.


Una vignetta di "Cayenna", Mister No n. 56. Testi di Alfredo Castelli, disegni di Franco Bignotti.


Purtroppo, mi è toccato rivivere un incubo del genere anche in Sud America. Accadde nel 1955 a Cayenna, Guyana Francese, dove avevo portato Alan Marcel, un cinquantenne taciturno e simpatico, buon ascoltatore. Dopo averlo salutato restai in città per una sera, che trascorsi al night Le Rififi. In città tutti sembravano interessati al mio cliente: mi chiesero notizie di lui sia il commissario Ducros, uno sbirro torvo e prepotente che era anche un fanatico moralista, sia Guzman, una specie di boss locale che mandò i suoi scagnozzi a prelevarmi. Io non sapevo nulla del mio cliente. Cioè: non sapevo che era uscito dopo quindici anni di galera per rapina a mano armata in una banca di Rio de Janeiro nel 1931, compiuta insieme a Guzman, che gli aveva fregato il bottino e lo aveva consegnato alla polizia. Anche se mi mancavano queste informazioni fondamentali, avevo capito che per me era meglio andarmene alla svelta. Passai a salutare Annie Moran, una ragazza che avevo conosciuto la notte prima al Le Rififi, e la trovai morta in un lago di sangue. E all'uscita di casa sua mi aspettava il Commissario Ducros, che mi arrestò con l'accusa di omicidio!

In attesa di giudizio fui rinchiuso nelle carceri di Cayenna, edificate all'inizio dell'Ottocento per volontà di Napoleone e modificate nel 1938, ma umide, maleodoranti e prive di servizi igienici come oltre un secolo prima. Ero convinto che la mia innocenza sarebbe stata dimostrata in fretta, anche se il mio compagno di galera Jimenez mi aveva fatto notare che in prigione tutti erano innocenti come me. Dopo due settimane di attesa, mi inguaiai picchiando Julot, un secondino particolarmente odioso, che aveva l'abitudine di tormentare un carcerato zoppo facendolo correre in cortile. Mi beccai una  settimana in cella di rigore con le mani legate dietro la schiena. Finalmente arrivò il mio processo: una farsa indegna, con tanto di avvocato d'ufficio che invocò la clemenza della corte. Fui condannato ai lavori forzati da scontare presso il penitenziario posto alle foci Rio Approague: quello che tutti conoscevano come la nuova "Isola del diavolo".


Una vignetta di "Accusa di omicidio", Mister No n. 57. Testi di Alfredo Castelli, disegni di Franco Bignotti.


Prima del trasferimento fui rinchiuso nel "corridoio per l'inferno", un carcere di celle sovraffollate. Qui mi scontrai con Dega, un bieco ergastolano che era un boss nel microcosmo di quella galera. Ma da Manaus arrivò a trovarmi un amico: Esse-esse aveva letto la notizia della mia condanna sui giornali e mi portò un regalo, mille dollari raccolti con una colletta in città e nascosti in un pacchetto di sigarette. Ancora oggi il pensiero che i miei squattrinati amici brasiliani siano arrivati a mettere insieme quella cifra per me, beh, mi allarga il cuore! Insieme con Moreno, un carcerato che era un brav'uomo, progettammo la fuga dall'infermeria, ma al momento buono scoprimmo che qualcuno aveva informato le guardie e che avevano murato il passaggio, da noi aperto in tante notti di lavoro. Io fui sospettato di essere la spia, perché gli sbirri buttarono all'aria tutte le celle, sequestrando i tesori personali di ogni detenuto, ma non perquisirono la mia branda.

Intanto in città il mio amico crucco visitò un avvocato per richiedere un processo d'appello. Quello gli disse che era inutile, perché io avevo nemici troppo potenti, e si vide ribaltare la scrivania. Poi Esse-esse fu contattato proprio da Guzman, che gli propose uno scambio: mi avrebbe fatto scagionare se il tedesco fosse riuscito a uccidere l'introvabile Marcel. Quanto a me, durante il viaggio per mare verso l'isola del diavolo, un prigioniero fu accoltellato nel sonno. Ci fu un'altra perquisizione e uno sbirro mi tolse il prezioso pacchetto di sigarette. Protestai e fui frustato con una sottile corda immersa precedentemente nell'acqua salata. Avrei potuto cavarmela denunciando uno qualsiasi dei miei compagni di prigionia, ma non parlai. Questo mi fece ritrovare la stima degli altri detenuti. Se ci aggiungete che riuscii anche a recuperare le sigarette con i miei soldi nascosti, sbarcai ad Approague in una situazione meno peggiore di quella con cui ero salpato da Cayenna. 

Ero arrivato all'Isola del Diavolo, un inferno da cui nessuno era mai uscito vivo. Lo so che non vi piace abbandonarmi in una situazione così difficile, ma...

Come riuscii a cavarmela, ve lo racconterò la prossima settimana!

A cura di Luigi Mignacco


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