Mister No

Brasilia

Sorta in mezzo al nulla e inaugurata nel 1960, Brasilia è nata con le migliori intenzioni, architettoniche e umanistiche. Mister No l'ha visitata più volte prima ancora che la sua costruzione fosse completata...

BRASILIA

Scommetto che nessuno di voi ha mai visto nascere una città. Dalle mie parti succedeva abbastanza spesso, ai tempi del selvaggio west, anche se in epoca moderna è un evento un po' più raro. Ma il Brasile è terra di frontiera, e nel petto del vostro Mister No batte il cuore di un autentico pioniere. Mi è capitato di veder sorgere abbastanza rapidamente qualche tumultuosa cittadina di minatori nelle vicinanze di una vena aurifera o di un giacimento di diamanti. E magari poi di vederle morire altrettanto in fretta.

Ma io ho assistito anche alla nascita di una vera città, una metropoli molto importante: mi riferisco a Brasilia, la capitale di quella che è diventata la mia seconda patria. Costruita in mezzo al nulla sull'altipiano centrale del paese, su progetto dell'urbanista "umanista" Lucio Costa, dell'architetto Oscar Niemeyer e del paesaggista Burle Marx, la città fu inaugurata ufficialmente il 21 aprile 1960. Circa tre anni prima io mi trovai a sorvolare il Punto Zero, la croce tracciata in mezzo al nulla da cui sarebbe nata la futura capitale del Brasile. Insieme a me c'era Eduardo, un vecchio muratore di Manaus che voleva dare il suo contributo alla costruzione di un'utopia, secondo lui nata dal sogno di un santo italiano. Per farsi portare là mi aveva offerto ventimila cruzeiros, i risparmi di una vita, ma alla fine io ce lo avevo scorrazzato gratis, contagiato dal suo entusiasmo e dall'idea di trovare lavoro da quelle parti. E in effetti venni assunto dal senhor Picasso, un costruttore di origini italiane che mi aveva preso in simpatia dopo la mia scazzottata con certi piloti locali che volevano impormi una specie di pizzo per lavorare. Nella città del futuro le cose sembravano andare in modo non troppo diverso dal passato.


Una vignetta di "Brasilia", Mister No 207. Testi di Luigi Mignacco, disegni di Marco Bianchini

Nei cantieri della ditta Picasso, posti nella zona sud della Espanada dos Ministerios, si verificarono una serie di incidenti mortali: un capomastro cadde negli scavi, venendo trafitto dai tondini di ferro pronti per la gettata di cemento del giorno dopo; un piastrellista precipitò dall'impalcatura dove era salito per fissare i suoi "azulejos"; un architetto fu travolto da una ruspa. Non erano incidenti casuali. L'architetto Morales era stato ucciso nel cuore della notte, dopo essere stato convocato in cantiere da una lettera anonima in cui veniva accusato, e forse non a torto, di essere un corrotto. Io stesso vidi un tizio mascherato con tuta e occhialoni da saldatore che guidava la ruspa con cui Morales venne spiaccicato contro un muro, e dopo la polizia scoprì che qualcuno gli aveva piantato un paio di proiettili nelle gambe. L'assassino fuggì in moto, facendomi perdere le sue tracce, ma sul luogo del delitto aveva lasciato la sua firma: dipinto in vernice verde sul muro c'era il numero 3 circondato da un cerchio, come pure era su un pilastro della costruzione da cui era precipitato il piastrellista Pineiro e sulla parete dello scavo dove era caduto il capomastro Silva.

L'assassino non si fermò a tre. Piazzò una bomba nel motore dell'auto di Picasso, io me ne accorsi appena in tempo e riuscii a portare l'auto lontano dalle baracche del cantiere prima che esplodesse. Il costruttore fu messo sotto sorveglianza dalla polizia, ma il misterioso Marchio Verde riuscì ugualmente a rapirlo e lo uccise in modo davvero spettacolare: seppellendolo sotto il crollo del palazzo che stava costruendo, sotto gli occhi dei poliziotti e del sottoscritto. Io sospettavo che dietro la maschera dell'assassino si celassero le affascinanti sembianza dell'architetto Nadine Fournier: lei lavorava per Picasso, avrebbe avuto l'occasione di compiere tutti e quattro gli omicidi. Inoltre, io in quel periodo avevo una storia con quella bella fanciulla, e questo potrebbe costituire un'aggravante. Mentre rimuginavo su questa ipotesi, mi accorsi di essere in possesso di un indizio che non avrei dovuto conoscere: sapevo che la moto dell'assassino era una BMW, anche se durante l'inseguimento notturno non avevo potuto individuarla in nessun modo. Frugando nella mia memoria, mi resi conto che quell'informazione me l'aveva fornita qualcuno con cui avevo parlato del caso, una persona insospettabile e molto vicina a me, ma non la bella Nadine: il sergente Esperanca, l'uomo a cui il capitano Schwartz aveva affidato la sorveglianza di Picasso. Interrogato, Esperanca confessò senza fare troppe storie. Dieci anni prima, lui aveva perso moglie e figlio nel crollo del Blocco 3, il casamento popolare in cui viveva con la sua famiglia a São Pãulo. La casa era stata costruita da Picasso con l'architetto Morales, e nonostante le responsabilità emerse nel processo, i due erano stati assolti grazie alle testimonianze degli operai Silva e Pineiro. Insomma, il poliziotto, che tra l'altro era esperto di esplosivi, aveva atteso tutto quel tempo per fare giustizia sui responsabili della strage della sua famiglia e di altre decine di persone morte nel crollo del palazzo: il numero 3 cerchiato di verde era scritto nel disegno della casa che gli aveva dato suo figlio, il giorno prima di morire.


Una vignetta di "Sentenze di morte", Mister No 208. Testi di Luigi Mignacco, disegni di Marco Bianchini

Ho lasciato Brasilia molto prima della sua inaugurazione. E qualche volta ci sono tornato, negli anni successivi: una città dove si può arrivare praticamente solo in aereo è un posto dove un pilota trova lavoro facilmente. Ma dopo la triste vicenda cui ho assistito durante la sua costruzione ho sempre pensato che sia una città senz'anima.

A cura Luigi Mignacco


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