Intervista Morgan Lost

Il cameraman è l'assassino

Dal 21 aprile è in edicola il numero 19 di Morgan Lost. Abbiamo parlato con il disegnatore Cristiano Spadavecchia per farci raccontare com'è nato graficamente l'albo.

Dopo quelli disegnati per Magico Vento e Brendon, Cristiano Spadavecchia è arrivato al terzo albo di Morgan Lost. Una serie caratterizzata in maniera così forte nell'immaginario cinematografico è perfetta per lui, che si è diplomato in scenografia e ha collaborato a più di un film nella realizzazione di storyboard preparatori alle riprese. E "Memorie di una telecamera" lo è ancora di più, raccontando di un killer che ama riprendere le proprie vittime...

Nel film "L'occhio che uccide", il protagonista riprende le proprie vittime per studiare la loro paura. L'antagonista di Morgan in "Memorie di una telecamera" fa esattamente la stessa cosa, anche se per motivi diversi. Tu hai visto il film di Michael Powell, prima di disegnare l'albo?

No, il riferimento che mi ha dato Claudio Chiaverotti era un personaggio bipolare di un famoso film di Brian De Palma. Ma anche gli appassionati della quarta annata della serie Tv Dexter troveranno qualche riferimento. Inoltre, uno dei poliziotti ha le fattezze dell'attore Adrien Brody. Ho approfondito quelle tracce. In realtà, sono spesso tentato di andare a vedere film che narrano vicende simili a quelle che la sceneggiatura racconta, prima di iniziare a disegnarla. Poi, però, un po' per pigrizia, un po' per evitare un condizionamento visivo troppo forte ed evidente, finisce sempre che mi metto a disegnare e a cercare suggestioni che non siano solo inerenti al tema, o che non siano solo cinematografiche.

Morgan Lost è una serie sempre piena di riferimenti cinematografici evidenti. La tua esperienza nel cinema ti è stata utile, per realizzare i tre albi della serie che hai disegnato finora?

Mettiamola così: io ho lavorato e lavoro, oltre che come autore di fumetti, anche come illustratore per il cinema. Però il mestiere più continuativo che svolgo è quello per la carta stampata perciò, più passa il tempo e più mi accorgo che è vero il contrario. Ovvero, è la mia esperienza nel campo fumettistico che mi è molto utile in quello cinematografico. La capacità di reperire e organizzare materiale iconografico, la velocità nella stesura di bozze a matita, la facilità a immaginare vari punti di vista di una scena e di legare tra loro immagini in sequenza. Sono tutte abilità che il mestiere di fumettista allena e potenzia notevolmente. Queste abilità, nel cinema, soprattutto quello fatto di scene d'azione ed effetti speciali, sono ritenute vincenti e quindi sono molto ricercate.
Naturalmente per proprietà transitiva, anche l'esperienza nel cinema mi ha molto aiutato nella realizzazione delle tavole di Brendon e Morgan Lost. Le parole dei registi con i quali di solito collaboro - ad esempio Marco Ponti, con il quale iniziamo a breve il nostro quinto lungometraggio insieme - mi ha condizionato e insegnato a cogliere con il disegno il significato della sceneggiatura. Dal modo con cui di solito i registi trattano sul set con le maestranze e con gli attori, io cerco di cogliere dei suggerimenti utili per costruire con i miei disegni personaggi vivi, scenografie e atmosfere in linea con il lavoro, con il gusto e con l'intento dell'autore.


Una vignetta di "Memorie di una telecamera", Morgan Lost 19. Testi di Claudio Chiaverotti, disegni di Cristiano Spadavecchia.

Quanto cambia il tuo lavoro, tra il realizzare uno storyboard per il cinema e disegnare un fumetto?

Cambia moltissimo. Quando disegno gli storyboard, la parola d'ordine è la velocità e poi la narrazione per immagini. La tecnica che uso per disegnare o lo stile sono meno importanti, dal momento che i disegni non verranno stampati. In pratica, l'importante è che quei disegni li capisca il regista, per cui si lavora spesso a blocchi di scene e con una tecnica di disegno molto schizzata. Nell'affrontare una storia di Brendon o di Morgan Lost, invece si ragiona per tavola. Nel fumetto, oltre alla narrazione, ci sono molti altri aspetti cui prestare attenzione, ad esempio i lettori, la stampa, la serialità. Questi aspetti necessitano un disegno a china, più curato e leggibile da tutti. La fedeltà alle atmosfere e ai personaggi deve essere massima. In "I coniugi Rabbit" c'è una tavola con vista panoramica di una strada di New Heliopolis, dove si svolge una rassegna cinematografica horror. Il tempo che ho impiegato per disegnare quelle due vignette, nel lavoro per il cinema lo avrei utilizzato per fare una trentina di fotogrammi!

E quant'è diverso disegnare un numero di Morgan Lost dal disegnarne uno di Brendon, come lavoro preparatorio?

Molto diverso: per me l'unica costante tra le due serie siamo Claudio ed io. Per il resto è tutto diverso. È un po' come quando, nel cinema, per fare un esempio di un certo calibro, Ridley Scott passa da Blade Runner a Legend. Non è mai la stessa cosa neanche da un'albo all'altro della stessa serie, figuriamoci quando bisogna ricostruire tutto il mondo che rappresentiamo.

La colorazione della serie è particolare, e riflette anche la condizione di daltonismo da cui è affetto Morgan. Ci sono accorgimenti specifici che dovete prendere, quando disegnate le tavole?

Non ci sono accorgimenti particolari, il disegno che facevo per Brendon si è mantenuto con la stessa tecnica anche per Morgan Lost. In quest'ultimo ci sono da considerare le atmosfere che sono molto più cupe e gotiche, quindi il livello nella mia boccetta d'inchiostro è sceso molto più rapidamente del solito, negli ultimi due o tre anni. Per fortuna Andrea Meloni con lo studio Arancia, che si occupa di mettere i mezzi toni e i rossi, fa un lavoro che si adatta molto ai diversi stili dei vari disegnatori della serie. Così a noi disegnatori, dal punto di vista tecnico, viene lasciata molta libertà e questo credo sia uno degli aspetti più apprezzabile del nostro cacciatore di taglie, che ha una gamma di stili e di interpretazioni davvero molto ricca.


Una vignetta di "Memorie di una telecamera", Morgan Lost 19. Testi di Claudio Chiaverotti, disegni di Cristiano Spadavecchia.

La seconda parte di "Memorie di una telecamera" ha a che fare anche con gli effetti della violenza nel cinema sugli spettatori. Credi che la sua frequente rappresentazione sul grande e piccolo schermo, possa anestetizzare il pubblico tanto da farla sembrare normale?

Credo che andrebbe fatta una distinzione: se si tratta di finzione o di realtà. Di solito nelle storie inventate c'è quel distacco dalle vicende che permette di farle arrivare non tanto alla pancia quanto alla testa di chi le legge o le segue in Tv o al cinema. Certo, dipende dal racconto. Per restare agli albi Bonelli, mi colpisce  molto - da sempre - la capacità dell'editore di sensibilizzare, ponendo temi importanti e spesso scottanti all'attenzione del suo grande pubblico. Non è facile illuminare con un faro un aspetto della realtà senza cercare di indirizzare l'opinione pubblica in questa o quella direzione. Spesso, infatti, gli autori non cercano un consenso ma pongono le questioni, lasciando spazio al dubbio, chiamando in causa il lettore a una riflessione finale.
"Memorie di una telecamera", in questo senso, è emblematico: non è un caso se Claudio fa chiudere l'albo con una domanda. Questo meccanismo produce inevitabilmente una vicinanza nei confronti del protagonista e della questione morale che si pone e porta, credo, a cercare una buona risposta, ognuno secondo la propria sensibilità. Se poi un giorno anche a fronte di domande importanti e fondamentali, i nostri interlocutori dovessero risultare annoiati o desensibilizzati, o peggio ancora anestetizzati... be', allora possa il Grande Spirito Narratore venirci in soccorso!

A cura di Alberto Cassani


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