Mister No

Ande!

Protagonista di questa tappa della nostra rubrica, la ciclopica catena montuosa dalla quale nasce il Fiume Grande: le Ande!

Sul Fiume Grande con Mister No

IN MEZZO ALLE ANDE!

Il fiume più lungo del mondo (perché il Rio delle Amazzoni con i suoi oltre seimilanovecento chilometri supera i quasi seimilasettecento del Nilo) nasce da alcune fra le montagne più alte del mondo: le ciclopiche Ande, che con le loro vette ghiacciate e aride dominano la pianura umida, fertile e calda che si estende fino all'oceano Atlantico. A me è capitato più di una volta di abbandonare la selva amazzonica e i mille percorsi tracciati dai suoi fiumi per puntare la prua del mio piper verso le montagne che sfidano il cielo. E naturalmente ho trovato un bel po' di guai anche lassù.


L'inconfondibile sagoma del piper di Mister No sorvola le Ande (disegno di Vincenzo Monti)


Una volta portai un giovane archeologo colombiano alla ricerca del mitico regno di EldoradoCubillas non era un fanatico ma uno studioso molto serio, mi ha raccontato un sacco di cose sugli indios di quelle parti, i Chibca, che praticamente nuotavano nell'oro, e sui conquistadores spagnoli che per cercare questi ricchissimi indigeni si avventurarono nella giungla, affrontando fra l'altro le donne guerriere che hanno dato nome all'Amazzonia. Il mio cliente archeologo aveva anche i documenti per rintracciare l'autentico Eldorado. Ma scommetto che neppure lui si aspettava che avremmo trovato una valle perduta in mezzo alle Ande, con i discendenti dei Chibca, e che li avremmo aiutati a combattere una tribù rivale guidata da una strega dotata di misteriosi poteri. Alla fine lo Zipa, il capotribù, ci rivelò che cos’è davvero l’Eldorado: non il tesoro materiale che cercavano i conquistadores, ma il simbolo della purificazione dell’uomo, che raggiunge lo stadio dell’oro puro. Il vegliardo ci propose di restare lassù per sempre. Cubillas si era innamorato di Jara, una ragazza della tribù, e accettò di diventare il nuovo capo dei Chibca: l’Eldorado, l’Uomo d’Oro. Invece io rifiutai: la strada della conoscenza preferisco percorrerla nel mio mondo, fra la mia gente. Voglio combattere, contraddirmi, soffrire e correggermi, ma di fronte alla mia realtà, e non in una terra che non mi appartiene.


La valle perduta degli indios Chibca (disegno di Vincenzo Monti)


Un'altra volta mi sono ritrovato a sorvolare le misteriose linee tracciate sulle Ande peruviane dagli antichi Nazca, diretto verso il sito archeologico di Machu Picchu, per accompagnare la graziosa Alison Perkins, figlia di un professore che aveva scoperto sul posto una autentica torre maledetta. Non vi dirò quello che ho scoperto penetrando nei sotterranei di quel sito archeologico. Se vi parlassi di un'antica civiltà ultratecnologica, che si è distrutta in seguito a una guerra atomica, ma ha nascosto in giro per il mondo molti depositi di armi avanzatissime e capaci di suscitare altre catastrofi, mi prendereste per matto. E allora, fate conto che non vi abbia detto niente. Queste cose le ho già raccontate in dettaglio al mio amico Martin, un professore di New York che sa come comportarsi, in situazioni del genere.


Mister No scopre il mistero delle linee Nazca (disegno di Bruno Marraffa)


Ma la vicenda più drammatica fra le vette andine l'ho vissuta oltre tremila chilometri più a sud, quando mi capitò di valicare la cordigliera fra Argentina e Cile a bordo di un vecchio Hudson della Lockheed. Ero ospite del mio cliente Guillermo Brown, un ricco possidente argentino, insieme a un gruppo di suoi amici: c'erano sua sorella Anita, con cui avevo subito avviato un flirt, la sua fidanzata Isabela - il pretesto del viaggio era accompagnarla da Mendoza a Santiago del Cile - e l'intera formazione dei Diablos Rojos, la squadra di calcio in cui Guillermo aveva militato nel campionato studentesco, dal centravanti-avvocato Rodrigo Ravera fino al panchinaro-bottegaio Pedro Almonte. L'allegra gita s'interruppe sul Passo del Planchon, fra la cittadina argentina di Malargüe e quella cilena di Curicò, quando per un errore di rotta l'aereo si ritrovò fra montagne molto più alte di quanto pensassero i suoi sfortunati piloti e andò a sbattere contro una parete di roccia. Lo Hudson precipitò in una valle coperta da una spessa coltre di neve e circondata da vette inaccessibili. L'incidente provocò tre vittime e un paio di feriti non trasportabili. Noi sopravvissuti fummo costretti a proteggerci dal freddo usando le imbottiture dell'aereo e razionammo le poche provviste che erano a bordo, nell'attesa di improbabili soccorsi: nonostante l'impegno del Servicio Aereo de Rescate, il soccorso aereo cileno, era pressoché impossibile identificare i rottami nella sconfinata distesa bianca di neve e irta di vette. Ma talvolta il destino gioca strani scherzi: quando un ricognitore ci sorvolò senza vederci, per una serie di equivoci noi c'illudemmo del contrario e consumammo buona parte delle nostre scorte di viveri, convinti che i soccorsi fossero ormai prossimi.


Mister No soccorre i superstiti (disegno di Gino Pallotti)


Eravamo ridotti alla fame. Guillermo, uomo serio e concreto che aveva messo a frutto la sua laurea in medicina curando i nostri feriti, fece una proposta sensata e drammatica: di trovare nutrimento, al solo scopo di sopravvivere, nella povera carne che avvolgeva i corpi senza vita dei nostri amici, conservata intatta nella neve dove li avevamo sepolti ormai da molti giorni. L'idea, che era razionale ed espressa con sofferto pudore, provocò il turbamento e il rifiuto di tutti, ma non di Ravera che usò la sua abilità retorica per convincerci a superare il tabù del cannibalismo. E a quel punto io dissi la parolina per cui sono abbastanza conosciuto: un "no" deciso ai bei discorsi del dottore e dell'avvocato, spiegando che se avessimo cominciato a nutrirci con i cadaveri degli amici avremmo finito per ammazzarci fra noi. Per scongiurare quell'ipotesi, chiesi una settimana di tempo e una piccola scorta di viveri: avrei tentato di valicare da solo le montagne che ci chiudevano a ovest, e di scendere in cerca di soccorso verso le valli cilene. Arrivare in cima fu durissima, e non ricevetti altro premio se non la scoperta che c'erano altre montagne ancora più alte, e nessuna speranza di salvezza. Ma trovai la coda dell'aereo, che si era staccata durante l'incidente, e tornai al campo dei sopravvissuti portando le provviste che vi erano stivate.


Il dramma del cannibalismo (disegno di Gino Pallotti)


Qui la situazione era drammaticamente cambiata: i miei compagni si erano arresi all'idea di mangiare carne umana e questo li aveva trasformati in modo sottile ma irreversibile. Non so spiegare come, tutta la loro civiltà finì per dissolversi lasciando il posto alla natura selvaggia che nascondeva. Ho dovuto lottare per la mia vita contro una tribù di cannibali, guidati da un avvocato che si era scoperto guerriero e leader. Per mia e nostra fortuna, mi aiutarono alcuni che non avevano perso la loro umanità. Oltre a Ravera morì anche Anita, che era diventata la donna del capo. Ma tutti noi eravamo spacciati. La salvezza arrivò insieme alla beffa più atroce, quando sotto alla neve che avevamo calpestato per tanti giorni scoprimmo un edificio in muratura, con una scorta di provviste e una radio funzionante per chiamare i soccorsi. Eravamo sprofondati nella barbarie, a pochi metri da un rifugio attrezzato per scalatori in mezzo alle Ande.

A cura di Luigi Mignacco


Non perdetevi la rubrica che ogni venerdì, sul sito Sergio Bonelli Editore, propone i racconti di Sul Fiume Grande con Mister No  e il diario del viaggio di Gabriele CroppiSlowing.co –, arricchito dalle sue fotografie. Per voi lettori è possibile anche interagire con lui, sulla pagina Facebook di Mister No, rievocando le vostre pagine preferite delle avventure di Jerry Drake ambientate proprio nei luoghi dove Gabriele arriverà pochi giorni dopo, e magari chiedendogli di dare un'occhiata sul posto.

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