Mister No

Ayahuasca!

Nel mondo del Fiume Grande le droghe sono questione parecchio complicata... In particolare l'ayahuasca, un allucinogeno su cui è stato addirittura costruito un culto religioso.

Sul Fiume Grande con Mister No

AYAHUASCA

Un amico mi ha raccontato la sua disavventura con l'ayahuasca. No, non la storia di sballo mistico-psicanalitico che immaginate voi. Una vicenda molto più terra terra, con un po' di debolezza umana e una dignitosa rinuncia finale, che potrei persino condividere. (Per saperne di più leggete qui e qui)

Anche a me è capitato di avere a che fare con quella potentissima bevanda allucinogena, ricavata da una liana facilmente rintracciabile nella foresta, diffusa soprattutto nella zona occidentale del Rio delle Amazzoni. Non so se vi ho mai parlato di Stelio, un amico che viveva a Pecem, sulla costa atlantica. Lui faceva il pescatore e ogni giorno per guadagnarsi da vivere affrontava le onde immense dell'oceano con una di quelle fragili zattere a vela che in Brasile chiamano jangadas. L'ho conosciuto un bel po' di tempo fa, negli anni Cinquanta o giù di lì, e allora ho aiutato lui e altri jangadeiros a combattere contro certi tipacci che volevano "modernizzare" la pesca... Cioè  imporre un loro racket su tutta quella costa.


Sogni, visioni e ricordi, disegno di Marco Bianchini e Marco Santucci.

Ho ritrovato Stelio quasi vent'anni dopo, a Belèm, quando stavo tornando a Manaus dopo un'assenza piuttosto lunga. La mia città era molto cambiata (ma qui non starò a parlarvi del Piano di Integrazione Nazionale imposto dal governo brasiliano, che ha riempito Manaus di cemento e acciaio e poi mi ha spinto ad andarmene di là per un periodo ancora più lungo) ed era cambiato anche Stelio, che addirittura mi si presentò sotto le improbabili vesti di rapinatore. Il mio amico non aveva in tasca il becco di un cruzeiro, per mantenere la sua famiglia (visto che io stroncai sul nascere la sua carriera criminale) fu costretto ad emigrare a Manaus dove finì a lavorare in una fabbrica metalmeccanica ai bordi nella selva amazzonica. Un vero inferno, per uno abituato ai ritmi della pesca e al contatto con la natura.


L'ayahuasca può diventare una sorta di strumento religioso, disegno di Marco Bianchini e Marco Santucci.

Per sfuggire a quell'incubo, Stelio finì per trovarne uno peggiore: divenne adepto del Santo Daime, una specie di religione tollerata dalle autorità, e basata appunto sull'assunzione dell'ayahuasca, che prometteva ai consumatori una specie di paradiso in terra. Il cosiddetto culto si svolgeva alla Casa das Sapucaias, una baracca alla periferia nord della città, ed era condotto da un paio di sacerdoti improvvisati, due ayahusqueros peruviani che si facevano chiamare Mestre Raimundo e Padrinho Xavier,  assistiti da alcuni autentici tagliagole. In breve tempo Stelio divenne schiavo di quella sostanza e per procurarsi il denaro necessario a pagare la "bebida", la bevanda tratta dalla "sacra liana del Capi", come la chiamavano loro, arrivò persino a picchiare suo fratello Marcos che lo ospitava e a derubare un suo collega fin troppo svelto a maneggiare il coltello. Una montagna di guai, insomma.


Le visioni ricorrenti dell'ayahuasca, disegno di Marco Bianchini e Marco Santucci
(cliccate sull'immagine per ingrandirla).

Alla fine fu il vostro Mister No a tirarlo fuori. Conoscevo le visioni provocate dalla droga per averle viste dipinte sulle capanne degli indios Tukâno, sul Rio Uapés, e incisi sulle rocce dei Kofano in Colombia, dei Jivaro in Perù e degli Zaparo in Ecuador. Quando notai certi disegni dello stesso tipo nella baracca di Stelio alla periferia di Manaus capii subito che cosa li aveva ispirati. Ficcai il naso un po' in giro e arrivai alla Casa das Sapucaias in tempo per salvare Stelio da un marcantonio che stava per fargli la pelle. Ci fu un po' di parapiglia e il "tempio" finì per andare a fuoco insieme a Mestre Raimundo, che pronunciò la sua ultima maledizione prima di andarsene nell'inferno che aveva creato in terra per tanti suoi adepti ingenui e fragili come il mio amico Stelio.


Quando un finto profeta rivela la sua mostruosità,
disegno di Marco Bianchini e Marco Santucci (cliccate sull'immagine per ingrandirla).

Intendiamoci, ragazzi, io non voglio giudicare quelli che si drogano. Anzi, in un certo senso mi considero uno di loro: quante volte mi avete visto spalmato sul tavolino di un bar con una bottiglia vuota di pessimo liquore in mano? Quante volte ho fatto cose indegne per colpa dell'alcol, litigare con i miei migliori amici, molestare innocenti fanciulle, storpiare certi capolavori del jazz stonandoli a squarciagola nel cuore della notte? Non voglio nemmeno dirvi che mi ubriaco perché amo la vita e mi piace divertirmi. Questo è vero, ma posso spassarmela anche da sobrio. La verità è che ho passato molti brutti momenti e qualche bicchiere in più mi aiuta a non pensarci, tutto qui. Insomma, io non sono un modello di virtù... Tra l'altro, fumo da quando avevo i calzoni corti e non ho mai nemmeno provato a smettere... Non posso e non voglio fare la predica a nessuno.


Uno yanoama di Akawë alle prese con lo yopo,
disegno di Vincenzo Monti e Luigi Merati (cliccate sull'immagine per ingrandirla).

Tra l'altro, l'ayahuasca non è l'unica droga che usano gli indios amazzonici. Gli yanoama di Akawë, che mi ospitarono nel loro sciabono fra Brasile e Venezuela, si inalavano reciprocamente lo yopo e so che a loro non ispira azioni sanguinarie ma visioni poetiche e solenni dormite. E poi c'è l'epena, la droga che permette di comunicare con gli dei. L'ho provata persino io, una volta che fui catturato da altri indios, e mi sono fatto un viaggio pazzesco: ero legato come la pelle di un animale fra due pali piantati in una radura accanto al loro villaggio, e non appena mi hanno sparato questa polvere nel naso sono stato proiettato fino alle stelle, dove ho incontrato astronauti e alieni.


Mister No si accinge a fare un "viaggio" inaspettato, disegno di Fabio Civitelli
(cliccate sull'immagine per ingrandirla).

No, non ce l'ho con chi assume droghe, ma con i bastardi che speculano su questo traffico. Mi sono scontrato in più di un'occasione contro trafficanti di cocaina in Colombia, fra Bogotà e Medellín, e una volta sono persino tornato in Birmania, dov'ero stato prima della guerra, per combattere contro i produttori di eroina. Perché l'ho fatto? Io non sono mai stato un poliziotto, non sono più un soldato e non voglio tornare a esserlo. Ma non sopporto quelli che speculano sulla debolezza degli altri, come i bulli a scuola, certi ufficiali dell'esercito e i commercianti di morte che producono e vendono ogni tipo di droga.

A cura di Luigi Mignacco


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