Intervista Zagor

Zagor tra le strade di New York

Il 20 gennaio è giunto in edicola il ventinovesimo Maxi Zagor, Le strade di New York. Moreno Burattini, autore della storia, ci guida, insieme allo Spirito con la Scure, nei pericolosi quartieri della Grande Mela della prima metà dell'800.

Moreno Burattini ci racconta com'è nato il ventinovesimo Maxi Zagor, in edicola da pochi giorni, che mette il Re di Darkwood in mezzo al violento scontro tra le diverse comunità che, due secoli fa, popolavano quella che sarebbe poi diventata la metropoli nota come la Grande Mela. Una New York non inedita, per i lettori di Zagor, ma sicuramente vista sotto una luce diversa rispetto al passato. E la cui versione fumettistica risulta particolarmente interessante da leggere e raccontare.

Non è la prima volta che Zagor vive un'avventura a New York, ma questa volta la città sembra più viva, più "vera". È solo una questione di riferimenti e documentazione?

I lettori di oggi sono molto più attenti che in passato alla verosimiglianza delle ricostruzioni. Dunque, ho capito che era in questa direzione che bisognava procedere per proporre qualcosa di nuovo.

Avevo già spedito lo Spirito con la Scure a New York in una mia storia del 1998, intitolata Colpo da maestro e ispirata a "La grande rapina al treno", di Michael Crichton. Era il racconto che ha introdotto nella serie il diabolico Mortimer, uno dei villain della nuova generazione di cattivi zagoriani. In quell'occasione, però, tutto sommato, la grande metropoli era stata immaginata e visualizzata come uno sfondo generico (anche perché il romanzo di riferimento era ambientato a Londra), non troppo dissimile dalla Chicago in cui Guido Nolitta aveva fatto vivere al Re di Darkwood un’avventura cittadina, nel classico Solo contro tutti. Sergio Bonelli aveva voluto citare, com’era nel suo modus operandi, un film: "Tarzan a New York", del 1942, con Johnny Weissmuller, una pellicola in cui l’uomo scimmia si tuffa persino dal ponte di Brooklyn (un salto simile, ma nelle acque del lago Michigan, era stato inserito nel racconto zagoriano). In entrambi questi precedenti, insomma, si era voluto semplicemente giocare con un "selvaggio" eroe della frontiera fatto muovere nella giungla di pietra metropolitana, fuori dal suo ambiente abituale. Quale fosse la città era secondario. Restava da sperimentare un racconto in cui Zagor si calasse in una New York quanto più realistica possibile. I tempi sono diventati maturi dopo la trasferta sudamericana dello Spirito con la Scure, in cui noi dello staff eravamo stati attenti a ben documentarci per ricostruire con esattezza la geografia dei luoghi e la realtà storica dell’epoca in cui avevamo immaginato il viaggio. I lettori di oggi sono molto più attenti che in passato alla verosimiglianza delle ricostruzioni. Dunque, ho capito che era in questa direzione che bisognava procedere per proporre qualcosa di nuovo. Aver letto romanzi come "New York" di Edward Rutherfurd (del 2009, in cui si racconta la storia della città come se fosse la vita di un personaggio in carne e ossa) e vari saggi storici sulla Grande Mela mi ha poi fatto innamorare dell’affascinante passato di una città di cui si tende a considerare solo il presente.

Nell'introduzione dell’albo hai preso le distanze dal film "Gangs of New York", ma in realtà tu e Martin Scorsese vi siete ispirati alle stesse fonti: in che modo il tuo approccio si differenzia da quello del regista americano?

Non ho proprio preso le distanze dalla pellicola di Scorsese, quanto piuttosto sottolineato come alla base del Maxi Zagor mio e di Marcello Mangiantini non ci fosse, almeno non immediatamente, il film "Gangs of New York". C’è, invece, un saggio storico scritto nel 1927 da Herbert Asbury (uno dei più grandi giornalisti americani del secolo scorso, scomparso nel 1963): "The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld". Quando ho acquistato questo libro per leggerlo credevo si trattasse di un romanzo, vista la scritta in copertina che segnalava come da quelle pagine fosse stata tratta la sceneggiatura dell’opera cinematografica. Mi sono invece accorto immediatamente che si trattava di una indagine storico-giornalistica tesa a ricostruire la Manhattan dei suburbi di inizio Ottocento, giungendo a farne un quadro che arriva fino agli inizi del Novecento. Le fonti che Asbury cita sono in gran parte articoli di giornale e documenti tratti dagli archivi dei tribunali e della polizia, esaminati per stilare la cronistoria di oltre un secolo di vita nei suburbi newyorkesi dove imperversava la criminalità. Mi è sembrato più interessante attingere direttamente da questo saggio piuttosto che partire da Scorsese, anche se poi la figura di Mad Saddler ricorda quella di Bill "The Butcher" Cutting, interpretata da Daniel Day-Lewis (a sua volta però ispirata da un personaggio veramente esistito di cui parla Asbury), e la scena dello scontro fra bande rivali per le strade attorno ai Five Points cita (rendendole omaggio) la pellicola americana. Ho provato, insomma, a restituire la metropoli dell’epoca zagoriana il più possibile aderente al reale, senza venir meno all’obbligo morale di ogni sceneggiatore dello Spirito con la Scure, che è quello di appassionare e divertire la platea dei lettori.

Le strade di New York è forse una delle avventure più crude e violente di Zagor, com’è giusto che sia, vista l’ambientazione. Non hai paura che i lettori rimangano un po’ spiazzati da questa scelta?

Spiazzare i lettori, nel senso di emozionarli e riservare per loro continue sorprese, è lo scopo principale del mio lavoro. Se chi scrive fumetti finisce per essere prevedibile e ripetitivo, forse deve cominciare a cambiare registro.

Spiazzare i lettori, nel senso di emozionarli e riservare per loro continue sorprese, è lo scopo principale del mio lavoro. Se chi scrive fumetti finisce per essere prevedibile e ripetitivo, forse deve cominciare a cambiare registro. Detto ciò, per quanto crudo e violento possa essere o sembrare il ventinovesimo Maxi zagoriano, quello di cui stiamo parlando, sicuramente lo è meno del vissuto quotidiano nella New York dell’epoca a nord di Canal Street, e anche meno di ciò che si descrive e racconta nel saggio di Asbury e nel film di Scorsese (dunque abbiamo persino edulcorato la realtà). Non si poteva comunque calare lo Spirito con la Scure in un contesto drammatico e realistico e farlo agire con i guanti di velluto. In ogni caso, la storia realizzata con Mangiantini è stata prudentemente e volutamente collocata fuori serie (nella collana dei Maxi, appunto) perché non "disturbi" chi dovesse trovarla un po’ più realistica di quel che ci si aspetta di solito. Ci tengo però a sottolineare come la positività di fondo dell’ispirazione zagoriana sia stata rispettata. I cattivi pagano il fio delle loro colpe, e c’è un messaggio di speranza e di redenzione consegnato al finale. In mezzo, si ritrovano tutti i consueti buoni sentimenti di amicizia, di amore, di legami famigliari, di lealtà, di coraggio e chi più ne ha più ne metta. C’è spazio persino per un po’ di umorismo, nella migliore tradizione nolittiana.

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