Intervista Monolith

Una Monolith targata LRNZ!

Il 12 gennaio arriva finalmente in libreria, fumetteria e sul nostro Shop Online il primo volume di Monolith. Il disegnatore Lorenzo LRNZ Ceccotti ce ne svela il dietro le quinte.

Dopo il successo ottenuto all'ultima Lucca Comics & Games, arriva finalmente in libreria, fumetteria e nella vetrina online del nostro Shop il volume Monolith. Primo Tempo, scritto da Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo e visualizzato da Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ. Il nostro Luca Barbieri ha intervistato il disegnatore romano per farsi raccontare il dietro le quinte di un progetto particolare, che si è sviluppato parallelamente nel mondo del fumetto e in quello del cinema. Il film di Monolith, infatti, è una coproduzione tra Sky Italia, Lock and Valentine e Sergio Bonelli Editore che, dopo la presentazione al FrightFest di Londra e al Science+Fiction di Trieste arriverà prossimamente sugli schermi italiani.

► Le tavole di Monolith sono davvero impressionanti, per impatto visivo: ci racconti qualche dettaglio del "dietro le quinte" della loro creazione?

L'idea alla base del graphic novel è stata quella di parlare un linguaggio il più vicino possibile a quello del cinema.

Moltissime delle scelte tecniche che ho preso hanno a che fare con la mia partecipazione massiccia alla realizzazione della pre-produzione del film, per non parlare dell’esperienza che ho vissuto sul set, nel deserto dello Utah. L’idea alla base del graphic novel è stata quella di parlare un linguaggio il più vicino possibile a quello - peraltro diversissimo - del cinema, cercando al contempo di mantenere intatte tutte le suggestioni visive che una location incredibile come il deserto ti regala in continuazione: un luogo con delle palette cromatiche uniche, dove il giorno e la notte si trasformano l’uno nell’altra offrendo uno spettacolo senza pari. Nel libro, è stata data un’attenzione particolare proprio a questa costante evoluzione cromatica del panorama, allo scopo di rendere nelĺa maniera più efficace e potente possibile lo scorrere del tempo, un elemento che nella storia svolge un ruolo fondamentale. Ad ogni modo, mi sono sforzato più che ho potuto di riprodurre su carta esattamente ciò che ho visto con i miei occhi.

► Il graphic novel contiene elementi di forte originalità, anche nel lettering, dove i balloon sono privi di tratto di contorno. Come mai questa scelta grafica?

Monolith, tranne in un paio di vignette, non usa segno di contorno per illustrare le forme. Le masse sono individuate esclusivamente da accostamenti cromatici, e sono dipinte in digitale. L’uso di una linea nera per i balloon avrebbe spezzato quindi la relazione magica fra testo e immagine che nel fumetto più tradizionale porta la scrittura sullo stesso piano grafico del disegno: se il disegno è al tratto, anche il balloon viene disegnato al tratto. Se invece, come nel nostro caso, il disegno non ha tratti, anche i balloon devono dunque essere individuati per il loro scarto cromatico con le masse su cui si vanno a stagliare. Questo comporta un problema ulteriore: ogni balloon deve essere collocato su colori che non entrino in conflitto con la leggibilità. Se di norma è possibile disegnare un balloon bianco sopra un fondo con colori chiarissimi, o addirittura bianco, nel nostro caso no, altrimenti se ne perderebbero i contorni: il disegno andava quindi pensato con questo limite ben chiaro in mente. Il bianco “vero”, in Monolith, è stato usato con estrema cura. Marina Sanfelice, che si è occupata nello specifico del lettering, si è trovata dunque davanti a un quesito fuori dall’ordinario, ed è stata costretta a trovare vignetta per vignetta, con enorme pazienza, la soluzione ideale. Per questo motivo le va detto un grazie davvero speciale!

► Monolith vanta anche un altro primato: avere un soggetto pensato contemporaneamente per due media diversi, fumetto e cinema. Tu ti sei occupato di entrambi i fronti, realizzando sia le tavole del graphic novel sia lo storyboard per il film: in quale dei due ruoli ti sei divertito di più?

Devo ammettere che trovarsi a costruire un’auto da due tonnellate con uno staff di maestri assoluti del settore a completa disposizione, è qualcosa di davvero difficile da battere. Va però anche detto che sedersi al tavolo da disegno con così tante immagini intrappolate nella testa, con tutte le suggestioni di Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo (che si sono occupati di soggetto e sceneggiatura) da raccontare, e mettere così alla prova tutti i miei limiti grafici, forse se la batte alla pari con la prima esperienza. Se da un lato è vero che l’auto, per costruirla, la devi prima disegnare, dall’altro, per raccontarla bene, devi poi averla anche vista muoversi nel deserto, ci devi essere stato dentro. Insomma, è come il quesito dell’uovo e della gallina: non c’è una vera soluzione.  Per darti una risposta, diciamo quindi che ci vogliono tutti e due per divertirsi davvero.

► Per lo storyboard hai preparato ben 1.500 disegni. Ti sanguina ancora la mano?

No, ma solo perché si è ormai completamente prosciugata! È tutto vero: buona parte sono disegni a tinte di grigio con l’uso di alcuni colori chiave (il rosso per i fanali posteriori, ad esempio). Sono stati fondamentali per esplorare tutte le possibilità di linguaggio visivo a disposizione sul set.

► Un’altra differenza tra fumetto e cinema, è che nel primo caso le fantasie dello sceneggiatore possono sempre trovare una realizzazione grafica, mentre al cinema bisogna fare i conti con la concreta fattibilità dell’idea e, soprattutto, con i costi di realizzazione. Avete avuto difficoltà in questo senso?

Non amo l'automobile come idea di veicolo privato, mi piacciono come oggetti di ricerca tecnica e morfologica.

Certamente. La macchina stessa, per ogni bullone fuori posto, costava diecimila euro in più. Il lavoro sul cinema non ha pietà: ogni cosa ha un costo. Il fumetto in questo senso offre una libertà senza pari: è senza dubbio il medium più efficiente possibile per raccontare storie per immagini, senza restrizioni alla fantasia, con un bassissimo budget.

► Visivamente, la Monolith l’hai creata tu. Com’è stato vestire per qualche tempo i panni del progettista e designer di automobili?

Sono onesto: non amo l’automobile come idea di veicolo privato, lo trovo profondamente miope. Mi piacciono come oggetti di ricerca tecnica e morfologica, quindi mi intriga molto l’idea di essere riuscito a disegnarne una che non avesse implicazioni industriali reali. È questo il bello del design per il cinema: ti prendi solo il meglio dei due mondi!

► Un’ultima domanda: tenendo conto di ciò che sai essere accaduto nella storia, tu guideresti mai una Monolith?

Non ho la patente!

A cura di Luca Barbieri


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