Intervista Dylan Dog

Un roadie di nome Dylan!

Abbiamo intervistato Barbara Baraldi, sceneggiatrice di “Gli anni selvaggi”, l’episodio di Dylan Dog che svela il passato dell’Indagatore dell’Incubo nelle vesti di road manager di un gruppo rock!


Barbara Baraldi vista da Mattia Surroz

Barbara Baraldi è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti. Fa il suo esordio nel mondo dell’Indagatore dell’Incubo nel 2012, con “Il bottone di madreperla”, uno dei racconti del nono Dylan Dog Color Fest, illustrato da Paolo Mottura. Successivamente, mentre porta avanti la sua attività letteraria (narrando, tra le altre cose, la saga dark fantasy per ragazzi “Scarlett”, edita da Mondadori), vincendo anche svariati premi, tra cui il Gran Giallo città di Cattolica e il premio Valtenesi, comincia a collaborare con regolarità alle sceneggiature di Dylan Dog, arrivando, questo mese, al suo quarto racconto. Un episodio davvero speciale, che scava nel passato dell’Inquilino di Craven Road, portando alla luce i suoi trascorsi come road manager di un’ambiziosa rock band. Ci siamo fatti accompagnare dietro le quinte di “Gli anni selvaggi” dalla stressa Barbara Baraldi. Ecco cosa ci ha raccontato.

► Alla tua quarta storia dylaniata, racconti un oscuro tassello del passato di Dylan. Una bella responsabilità, quella di inserire elementi di retro-continuità nell’ambito di una collana così popolare e con trent’anni di storie alle spalle. Come è nata l’idea di “Gli anni selvaggi”?

«Se un uomo può dire di aver avuto successo nella vita perché ha conosciuto ottimi amici, allora io ho avuto molto successo». È una frase di Johnny Ramone, ma è stata la morte dell’ultimo componente di quella che considero la più grande punk band della storia ad aver ispirato “Gli anni selvaggi”. Parlo di Tommy Ramone; la sua scomparsa mi lasciò parecchio turbata. Era il luglio di un paio di anni fa, e ricordo che nei giorni successivi non facevo che rileggere compulsivamente la biografia dei Ramones e ascoltare i loro dischi, come per trattenere dentro di me tutte le emozioni e i ricordi legati alla loro musica. Ma, parafrasando il brano di un’altra band che amo, i Placebo, a volte “serve una canzone per dire addio”. Nel mio caso, è stata una storia. Il mio modo per incanalare lo struggimento e la nostalgia in un racconto sul rock’n’roll in cui Dylan Dog fosse al centro della vicenda.

Quando ne ho parlato con Roberto Recchioni, l’idea gli è subito piaciuta. È stato lui a consigliarmi il libro che poi mi ha accompagnato per tutta la stesura: la biografia che Neil Strauss ha scritto sui Mötley Crüe, un libro intenso, sofferto, persino commovente, che è rimasto sulla mia postazione di lavoro finché non ho scritto la parola “fine”.


Signore e signori, i Bloody Hell!


Ambientare la storia in parte nel passato è stato inevitabile, e mi ha permesso di immergere Dylan senza compromessi nel mondo del rock, quello più ruvido, viscerale, fatto di scelte sbagliate, scantinati dove fare le prove, locali fumosi e vite vissute al limite. Un mondo in cui, letteralmente, l’amore ti può fare a pezzi.
Mentirei se ti dicessi che non mi tremano le gambe per come questa storia sarà accolta dai lettori. Spero che parli al loro cuore perché è con il cuore che è stata scritta. Per alcuni il passato di Dylan è un terreno sacro. Ma per me amare significa scavare. Anche a costo di sporcarsi le mani. È come succede quando ti innamori, o per un’amicizia che non ti sazia mai: vorresti saperne di più sulle scelte, sulle motivazioni, sui segreti e il passato dell’oggetto delle tue attenzioni.
Posso dire di aver affrontato la stesura con il massimo rispetto possibile, sotto l’occhio vigile di Roberto ma anche di Tiziano Sclavi, con cui mi sono confrontata per sbrogliare alcuni snodi della vicenda e che non ringrazierò mai abbastanza per aver creduto in me.

► A proposito di continuità, dunque: tra quali albi si inseriscono, idealmente, le vicende raccontate nel numero 364?

La storia procede su quattro piani temporali distinti, che Nicola Mari è stato straordinario nel caratterizzare con inchiostrazioni diverse. Uno di questi si colloca dopo le vicende raccontate nell’albo “Il lungo addio” e prima di “Finché morte non vi separi”.

► Quanto è giovane il Dylan che racconti nell’albo di dicembre e quanto è differente quel ragazzo rispetto al Dylan adulto?

Ne “Gli anni selvaggi” incontriamo per la prima volta un Dylan ventenne, un’età in cui ogni emozione viene vissuta al massimo.

Ne “Gli anni selvaggi” incontriamo per la prima volta un Dylan ventenne. È un’età in cui ogni emozione viene vissuta al massimo, ogni innamoramento sembra insieme il primo e l’ultimo, e l’amicizia può essere più forte di un legame di sangue. Ma il giovane Dylan è… sempre il Dylan che conosciamo e amiamo, anche se in questa storia è forse un po’ più impulsivo. Alcuni degli aspetti del suo carattere non sono ancora stati smussati dall’esperienza.

► Musica e fumetto si sono sempre sposati, tra le pagine di Dylan Dog, con ampie citazioni tratte da varie canzoni, sin dalle prime storie firmate da Sclavi. Qual è stata la musica che ha ispirato le atmosfere della tua storia? Quale colonna sonora consiglieresti a chi si appresta a leggerla?

“Take me out tonight, where there’s music and people and they’re young and alive”. La musica è sempre stato il mio modo per “andare via”, per evadere dai muri della realtà da cui spesso mi sentivo soffocata. Però ai miei tempi (a dirlo sembrano passanti cent’anni) trovare la musica che ti piaceva poteva essere piuttosto complicato. Il punk non era propriamente di moda, per non parlare del dark! I dischi che ascoltavo io erano considerati roba… per disadattati!

All’epoca capitava di sentire una canzone in un club e dover fare una specie di passaparola per scoprire il titolo, e più di una volta mi sono ritrovata a richiedere un brano alla radio locale per poi prepararmi a schiacciare il pulsante “rec” dello stereo per registrarla in cassetta senza perdere le prime note. C’era sempre l’amico di un amico dalla leggendaria collezione di vinili di importazione, o quello che non si perdeva mai un concerto al Livello 57 (centro sociale bolognese, NdR). E poi, sì, c’erano i brani che scoprivi su Dylan Dog e che facevano da colonna sonora alla lettura.


Una colonna sonora decisamente pericolosa


Oggi i servizi di streaming hanno rivoluzionato il modo con cui si ascolta la musica, quindi ho pensato di racchiudere in una playlist alcune delle canzoni che mi hanno accompagnato durante la scrittura. Niente pezzi da classifica, ovviamente, ma viscerale rock’n’roll della scena punk americana e inglese, con alcune perle underground come “Ain’t it fun” dei Dead Boys – un brano per cui, secondo me ,il volume non è mai abbastanza alto. Stiv Bators, il cantante della band, era un performer così estremo che, durante un concerto, è stato clinicamente morto per alcuni minuti per essersi soffocato con il cavo del microfono. Nemmeno Iggy Pop è mai arrivato a tanto!

La mia formazione musicale è principalmente dark-wave – te l’ho detto che in paese ero quella strana, no? Vestivo sempre di nero, smalto nero fin dalle medie quando il mio mito era Morticia Addams, e la tessitura sonora della storia è caratterizzata dalle atmosfere oscure e seducenti di Joy Division, The Cure, Depeche Mode, lo struggimento delle melodie degli Smiths, il tormento dei Nirvana, il glam dei New York Dolls, lo spirito ribelle del punk-rock di Ramones e Clash e la poesia di David Bowie. Proprio a quest’ultimo è dedicato il brano che apre la playlist: “Rock’n’roll suicide” che forse sintetizza più di qualsiasi altro brano l’essenza de “Gli anni selvaggi”. La trovate a questo link: goo.gl/qFWN5t

► Caratterizzando i componenti della band Bloody Hell, hai voluto richiamare qualche rockstar in particolare?

Durante la fase di disegno della storia, un altro lutto ha colpito il mondo del rock come uno tsunami. La morte di David Bowie è stata piuttosto destabilizzante, e proprio a lui avevo dedicato un “cameo” all’interno della sceneggiatura. Nicola era alle prese con una delle scene che lo vedevano protagonista nei giorni in cui si è saputo, ed era così turbato che ha esitato e inserire la parola “Duke” con cui il personaggio firmava un autografo, sostituendola con “Lord”. Solo durante la fase di revisione la redazione ha ripristinato la versione originale.

Del resto, come molti altri, anch’io mi sono sempre divertita a scovare le citazioni all’interno degli albi di Dylan Dog, quindi non voglio rovinare il piacere della scoperta ai lettori. Posso però anticipare che quasi ogni comprimario della storia è modellato sull’estetica di un celebre musicista rock del passato.


Il Duca


► L’albo è disegnato da Nicola Mari, appassionato di musica e abituato a disseminare di citazioni discografiche le sue storie, sin dagli esordi su Nathan Never. Come ti sei trovata con Nicola? Avete gusti affini e vi siete intesi subito riguardo l’atmosfera che doveva caratterizzare il racconto, oppure avete gusti musicali opposti e vi siete “scontrati” vignetta dopo vignetta?

Come Nicola ha avuto modo di ribadire durante una recente intervista, io e lui abbiamo un background estetico e musicale molto simile, che “viviamo” e interpretiamo in modo diverso, secondo la nostra personale sensibilità. Questo ha aiutato moltissimo nella lavorazione di una storia complessa e ricca di riferimenti come “Gli anni selvaggi”. Lavorare con Nicola è incredibile non solo per il suo immenso talento e per la sua professionalità, ma soprattutto perché è in grado di riversare su carta tutto il carico emotivo di ogni scena con il suo tratto conturbante, suggestivo, drammatico. Le sue immagini non potevano interpretare in maniera migliore le atmosfere degli “anni selvaggi”.

► A cosa stai lavorando, attualmente? Ti stai dedicando solo a Dylan o hai in cantiere nuovi progetti letterari?

Il mio impegno su Dylan è assolutamente prioritario, ma c’è un progetto letterario che sta per vedere la luce. Si tratta di un thriller a cui ho lavorato per anni e che uscirà per Giunti all’inizio dell’anno prossimo. Fino a oggi non ho svelato il titolo per scaramanzia, lo faccio ora: “Aurora nel buio”.

A cura di Luca Del Savio


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