Mister No

In volo sull’ilha do Marajó

Seconda puntata di “Sul Fiume Grande con Mister No”: mentre il fotografo Gabriele Croppi si muove tra i luoghi delle avventure di Jerry Drake, è lo stesso Jerry a raccontarci le sue esperienze amazzoniche!

Sul Fiume Grande con Mister No – Seconda puntata

In volo sull’ilha do Marajó

Vi ho mai parlato della Ilha do Marajó?
Si trova di fronte a Belém, oltre il grande fiume, e per raggiungerla basta prendere un battello. L'isola guarda l'Atlantico, ma è interamente circondata di acqua dolce, perché i fiumi Amazonas e Tocantins che la bagnano a Nord e a Sud spingono le loro correnti per molte miglia nell'oceano, generando il fenomeno che in Brasile chiamano "pororoca": una grande onda di acqua fluviale che si scontra con quelle del mare, procedendo in senso contrario e facendo ammattire i pescatori che navigano nella zona. E infatti Marajó è considerata la più grande isola d'acqua dolce del mondo: pensate, ha più o meno le stesse dimensioni della Svizzera o dell'Olanda! Sulla sua superficie crescono estese piantagioni di caucciù a Ovest, mentre nelle savane a Est pascolano immense mandrie di bufali. Da quelle parti potete trovare anche molte belle spiagge poco frequentate e una natura selvaggia, come piace a me. Oltre l'isola c'è il porto di Macapá, e non lontano da lì si trova il sito archeologico di Calcoene, di cui mi ha tanto parlato Patricia Rowlands, la mia amica archeologa dell'università di New York.

Se non vi ho mai raccontato dei giorni che ho trascorso sull'isola di Marajó, forse è perché ci sono stato bene e non mi è capitata nessuna disavventura degna di nota. Dite che non è possibile, perché i guai mi seguono dovunque vada? Rapazes, voi non sapete tutto quello che ho combinato nella mia vita... Se avete un po' di pazienza, chissà, forse qualche mia avventura a Marajó e dintorni potrei raccontarvela in futuro!
Per ora accontentatevi del fatto che l'ho sorvolata molte volte con il mio Piper, facendo rotta da Belém verso la Guyana e i Caraibi.
A proposito della mia carretta volante, vi dicevo che l'ho comperata a un'asta della polizia. Non ho saputo chi fosse il suo precedente padrone per molti anni, fino al mio ritorno dall'Africa. E di certo non avrei potuto immaginare che il mio Piper fosse la chiave di un vero tesoro.

A proposito della mia carretta volante, vi dicevo che l'ho comperata a un'asta della polizia, e di certo non avrei potuto immaginare che fosse la chiave di un vero tesoro.

Alla mia partenza per il continente nero, che era stata a dir poco precipitosa, avevo dovuto lasciarlo in un hangar della pista di Belém. Diversi mesi dopo, riuscii a fare una telefonata intercontinentale dall'Egitto a Manaus e chiesi al mio meccanico, Augustino, di andare a recuperare l'aereo. Quando tornai a casa, lui mi rivelò balbettando che era rimasto distrutto in un incidente: uno sfortunato tentativo di atterraggio nella giungla. Mi arrabbiai, lo strapazzai un po', poi mi rassegnai e bevvi alla memoria del Piper caduto. 

Ma non era vero niente. Augustino finì per raccontarmi che aveva perso l'aereo a poker, con un tale Jack Daniels, un pilota gringo che poi si era messo in società con la mia amica e collega Debora. Andai a cercarlo e quel tizio mi propose di giocarci il velivolo della discordia in una sfida, una specie di corsa nella foresta. Mi sembrava una buffonata, ma accettai. Era un inganno: mentre io saltabeccavo come un idiota fra acquitrini e alberi giganteschi, Jack Daniels tornò indietro a recuperare l'aereo, ma soprattutto il mazzo di chiavi del medesimo, che avevo tenuto in tasca come un amuleto durante tutte le mie peripezie attraverso l'Africa e che quel giorno avevamo usato per mettere in moto il Piper, visto che lui aveva dimenticato le sue in albergo. Io non lo sapevo ancora, ma in origine l'aereo era suo. Gli era stato sequestrato dalla polizia insieme a una mezza dozzina di chiavi, che mi erano state consegnate quando lo avevo acquistato alla famosa asta. Fra queste ce n'era una di cui avevo sempre ignorato la funzione, ma che per pigrizia non avevo mai voluto gettare.

Ci credereste? Quella chiave apriva una certa cassetta di sicurezza a Belém, e nella cassetta era custodito un bel bottino, un sacchetto di diamanti che "Jack Daniels" (ma a quei tempi usava un altro nome, ugualmente falso) aveva rubato a una compagnia mineraria presso cui lavorava come detective. Dopo varie vicissitudini, con l'aiuto di Debora e Augustino, riuscii a beccare quel furfante e a recuperare la refurtiva, tornando così finalmente in possesso del mio fidato aereo. Fu un nuovo inizio per me, e lo festeggiai degnamente insieme a tutti gli amici di Manaus.

Questa vicenda, però, ha un finale triste. Pochi anni dopo, il Piper che mi aveva scarrozzato innumerevoli volte sulla sconfinata foresta pluviale e oltre le Ande, da Manaus a Rio e São Paulo, spingendosi fino alla Patagonia e ai Caraibi, venne distrutto da una banda di gangster giapponesi. E in quella storia, per una tragica ironia della sorte, ci lasciò le penne anche il povero Augustino.


Persi il mio primo piper per colpa di una banda di gangster giapponesi. E non persi solo lui, purtroppo.
Illustrazione di Roberto Diso dalla copertina di Mister No 241 (cliccate sull'immagine per visualizzarla interamente).


Non sono mai riuscito a perdonarmi per quello che è successo. Voi direte che non è stata colpa mia. La verità è che un Piper puoi ricomprarlo uguale, come io poi effettivamente ho fatto. Ma ogni amico che perdi è unico, e assolutamente insostituibile.


Non perdetevi la rubrica che ogni venerdì, sul sito Sergio Bonelli Editore, proporrà i racconti di Mister No sul Fiume Grande e il diario del viaggio di Gabriele Croppi, arricchito dalle sue fotografie. Per voi lettori sarà possibile anche interagire con lui, sulla pagina Facebook di Mister No, rievocando le vostre pagine preferite delle avventure di Jerry Drake ambientate proprio nei luoghi dove Gabriele arriverà pochi giorni dopo, e magari chiedendogli di dare un'occhiata sul posto.

Qui trovate l'archivio delle puntate gia pubblicate.