Intervista Dylan Dog

Il nuovo copertinista dylaniato!

A partire da Dylan Dog 363, in edicola a fine novembre, cambia il disegnatore titolare delle copertine del mensile! A raccogliere l’eredità di Claudio Villa e Angelo Stano è stato chiamato Gigi Cavenago. L'abbiamo intervistato per voi!

Nato a Milano nel 1982, dopo la maturità scientifica frequenta per due anni la Scuola del Fumetto di Milano e un corso di grafica pubblicitaria, presso l'istituto di arti grafiche Rizzoli, esordisce nel mondo dei fumetti avviene nel 2005 sul n.1 della rivista Strike (edita da Star Comics). Dopo diverse esperienze editoriali ed aver alternato all'attività di fumettista quella di illustratore per editoria e pubblicità, inizia a collaborare con la nostra Casa editrice esordendo, nel 2010, tra le pagine della miniserie Cassidy. Il 2013 lo vede inserito nello staff di Orfani e il passaggio successivo è costituito dal debutto come copertinista della nuova veste del Maxi Dylan Dog, Old Boy. Scelto da Roberto Recchioni per visualizzare Mater Dolorosa, albo che festeggia il trentennale dell’Indagatore dell’Incubo, il passo successivo è quello di divenire nuovo copertinista della serie mensile. Stiamo parlando di Gigi Cavenago, che abbiamo intervistato per voi per scoprire come ci si senta a salire sulle spalle dei giganti!

A differenza di molti altri autori dylaniati, tu non puoi più di tanto dire “io c’ero!” quando è uscito il primo Dylan Dog. Il 26 settembre 1986 non avevi neppure quattro anni e non è credibile che stessi già sfogliando le pagine dell’Indagatore dell’Incubo. È stato più semplice lavorare sulla storia scelta per celebrare il trentennale del personaggio di Tiziano Sclavi, libero dall’”effetto nostalgia”, o il peso della responsabilità si è fatto comunque sentire?

Ti dirò, una delle cose che ha reso “gravoso” il mio compito è stato proprio essere approdato a Dylan dopo trent’anni di storie: trent’anni di autori che mi hanno preceduto, susseguendosi sulla serie e definendo il personaggio (e il suo mondo) anno dopo anno. Salire sulle spalle dei giganti, e poi cercare di rimanere in quota, è un obiettivo tosto, mette soggezione.

Se ho avuto un vantaggio in questa scalata è stato proprio nell’essere cresciuto, da lettore e autore, sulle loro pagine. Conoscevo il terreno che stavo percorrendo, me lo avevano già raccontato loro. Il primo termine di paragone è stato il lavoro inarrivabile di Massimo Carnevale, perché in origine Roberto Recchioni mi aveva proposto “semplicemente” un sequel (prequel?) di Mater Morbi. Quando poi mi è stato annunciato che la storia avrebbe abbracciato un quadro più ampio e che sarebbe stata collocata come numero celebrativo per il trentennale, mi si è presentata una sfida pazzesca!

C’è voluto un po’ di tempo a metabolizzare la cosa, e non finiva lì: c’era anche da pensare a una colorazione, e per me, che non avevo mai colorato 94 tavole tutte assieme, è stato un cruccio mica da ridere. Ma chi non risica non rosica, giusto?

Tra le pagine di Mater Dolorosa mi pare emergano tracce della tuo retaggio fumettistico. Nel tuo segno si intravedono i richiami a tanti grandi nomi, sia dylaniati (Angelo Stano, Pietro Dall’Agnol, Nicola Mari, tra gli altri) che non (Alberto Breccia, Bill Sienkiewicz...). È un “citazionismo" voluto oppure è solo l’influenza di questi grandi autori che emerge naturalmente dal tuo tratto?

Entrambe le cose. Come dicevo, sono cresciuto sui lavori dei disegnatori storici della testata, quindi si può dire che quando affronto Dylan la mente me li richiama in automatico.

C’è una copertina di Angelo Stano, per esempio, che adoro e che son riuscito a citare (o, se vuoi, a scopiazzare) per ben due volte. Si tratta della cover di Ritorno al crepuscolo, prima l’ho usata per la scena in cui Dylan spara agli zombie fuori da casa sua, e poi nella doppia splash-page coi Dylan “fluttuanti”. Di Nicola Mari ho cercato di prendere certe gestualità nei personaggi e tagli di ombre. Dall’Agnol invece mi è servito per una “grammatica del tratto”, sia in certi volti ma soprattutto negli ambienti. Se poi devo citare altre influenze aggiungo i nomi di Dino Battaglia, Ferdinando Tacconi, Alex Toth e Ken Anderson (uno dei direttori artistici storici della Disney).

E ora, oltre ai prossimi albi da disegnare, ti aspetta una nuova, importantissima sfida: essere il copertinista di Dylan Dog! Come affronti questa impresa? Utilizzerai uno stile pittorico o più asciutto e tradizionale, rispetto alle cover del Maxi Dylan Dog, ad esempio?

La affronto con le stesso senso di responsabilità che ho avuto su Mater Dolorosa. Ancora giganti da scalare. Poi, per me è un grosso riconoscimento, meglio di una medaglia.

Mentre ti rispondo, ho appena completato la primissima (che approderà in edicola a fine novembre). La redazione mi ha chiesto un risultato leggermente più grafico rispetto alle copertine realizzate per l’Old Boy, più diretto e meno pittorico.

Se potessi, quali “segreti” ruberesti ai grandi nomi che ti hanno preceduto? Quali erano, secondo te, i punti di forza delle copertine di Villa e di Stano che per tanti anni hanno accompagnato Dylan Dog in edicola?

I loro punti di forza sono quasi agli antipodi: se Claudio Villa eccelle per il suo tratto squisitamente classico, solidissimo e descrittivo, Angelo Stano ha sempre potuto contare sulla sintesi, su un approccio più espressionista e sulle sue influenze artistiche “alte”. Se potessi rubare qualcosa da loro diventerei avido, ruberei TUTTO. Prenderei questo mio duplice bottino e mescolerei tutti questi elementi per vedere cosa potrebbe venirne fuori.

A cura di Luca Del Savio