Mister No

Luigi Mignacco intervista Gabriele Croppi

Luigi Mignacco ci presenta il fotografo Gabriele Croppi che, nelle prossime settimane, ci accompagnerà nel viaggio amazzonico che sta per intraprendere, sulle orme di Jerry Drake!

► Ritorni in Amazzonia dopo più di quindici anni. Come è stato quel tuo viaggio?

Dalla mia prima spedizione amazzonica, iniziata nel lontano 2 dicembre 1999, di anni ne sono passati esattamente diciassette. È stato un viaggio molto importante, anzi, credo il più importante per me, perché è proprio in quell’occasione che mi sono formato come viaggiatore. A quella spedizione se ne aggiunse un'altra, l'anno successivo, e fu così che mi ritrovai a passare sette mesi della mia vita sul Grande Fiume e dintorni: un periodo trascorso navigando sul Rio Amazonas e sul Rio Negro e sostando per settimane con gli indios Saterè Mawè nell'Amazzonia brasiliana e con gli indios Tikuna in quella colombiana. Un viaggio di “formazione” che nacque quasi per caso, in risposta al fascino esotico e misterioso che quella parola, “Amazzonia”, esercita un po' su tutti noi.

► Attraverso le tue fotografie hai analizzato la metafisica del paesaggio urbano. Com'è quello che si affaccia sul Fiume Grande?

Le fotografie scattate da Sergio Bonelli forse non erano "belle immagini" ma ritraevano la "vita".

Il paesaggio amazzonico ha molte sfaccettature. In fase di navigazione è ai limiti della monotonia: per migliaia di chilometri vedi solo cielo, acqua e piante, il che si traduce in Tempo. Tempo prezioso da dedicare a quell'altro paesaggio che abbiamo dentro di noi e che spesso la vita frenetica di tutti i giorni ci impedisce di contemplare a dovere. Poi c'è il paesaggio urbano dei villaggi, in cui ho ritrovato una dimensione estetica “pionieristica”, con le baracche (e le tipiche palafitte) in legno, le strade in terra battuta, qui un bar o una chiesa, là una polverosa merceria che vende un po' di tutto, dal machete alla polvere da sparo, all'imprescindibile bottiglia di cachaça. Poi c'è il paesaggio contraddittorio di metropoli come Belèm e soprattutto Manaus, rifugio ostile e sofferto per indios e caboclos provenienti da un po' tutta la regione e terreno fertile per aziende multinazionali che approfittano (è questo il caso di Manaus) del particolare status fiscale di porto franco. E infine c'è la parte più misteriosa e più avventurosa, da cui è bandito qualsiasi tentativo di programmazione o previsione: parlo della foresta incontaminata e degli affluenti più lontani, delle comunità indigene, degli ultimi cercatori d'oro. Insomma: di tutti quei posti in cui si butta Mister No… e nei quali succede sempre qualche casino!


Viaggiando sul Fiume Grande bisogna prendere i suoi ritmi


► Chissà quanti personaggi interessanti si incontrano sul Rio delle Amazzoni...

Il più grande rammarico dei precedenti viaggi realizzati in Amazzonia (ma al tempo stesso il motivo che mi riporta oggi a tentare l'impresa di risalita del Grande Fiume) è proprio quello di non essere riuscito a registrare nel giusto modo certi incontri, di cui oggi conservo qualche vago ricordo e nulla più. Per esempio, nella zona del porto di Manaus mi imbattei in uno degli ultimi garimpeiros (cercatori d'oro, discendenti diretti e prosecutori del mito dell'El Dorado) che mi parlava di sparatorie in qualche sperduto affluente dell'alto Rio Negro. Oppure mi viene in mente quell'altro straordinario personaggio: un ingegnere giapponese che, licenziatosi dalla multinazionale per cui lavorava, trascorreva il resto della sua vita navigando su fiumi e affluenti amazzonici, a prua di battelli e canoe, con una macchina fotografica al collo, pronto ad immortalare un serpente d'acqua lungo cinquanta metri che giurava di aver visto da qualche parte...

► Tu hai vissuto per molto tempo in contatto con la natura della foresta amazzonica. E magari hai provato sensazioni che non si possono cogliere con l'obiettivo fotografico...

Penso che in molti casi la macchina fotografica mi sia stata d’ingombro, e abbia ostacolato una piena partecipazione agli aventi che si susseguivano durante quei viaggi. Uno dei motivi che mi ha portato a pianificare questa nuova spedizione è il desiderio di rivivere certe esperienze con più libertà, senza eccessive preoccupazioni legate all'ottenimento di “belle immagini fotografiche”. Qui in redazione, oggi ho sfogliato le immagini dell'Amazzonia realizzate da Sergio Bonelli e dai suoi compagni di viaggio e ho provato una certa invidia per quelle fotografie magari un po' bruttine, ma così spontanee, così vere, e soprattutto così intrise di moltissime informazioni sul territorio e sulla vita di quei posti... Secondo me, tutto il tempo che Sergio non aveva investito per la realizzazione di “belle immagini”, in fondo, era tempo guadagnato per una cosa che si chiama “vita”. Insomma: nel vedere quelle istantanee ho pensato, ancora una volta, al fatto che la fotografia, in questo nuovo viaggio, non dovrà essere di ostacolo alle relazioni che intesserò e alle esperienze che mi capiterà di fare. In questo, credo che la “scrittura”, come strumento di narrazione, sarà assai più funzionale. E ho deciso di aprire un blog (www.slowing.co) che spero di riuscire ad aggiornare con costanza per tutta la durata del viaggio.


Fotografia di Gabriele Croppi


► Il bianconero delle tue foto amazzoniche esalta i contrasti e il mistero di quei luoghi. Ma come sono i colori sul Fiume Grande?

La luce amazzonica non è molto funzionale al mio modo di fotografare, per il quale ho bisogno di condizioni molto particolari, e cioè di sole e di un cielo molto terso che l'umidità di quelle latitudini raramente è in grado di restituire. Insomma: per esprimere la mia arte preferisco New York a Manaus... Ma il fatto che un soggetto sia meno fotografabile di un altro non significa che sia meno interessante. Al contrario: in Amazzonia c'è uno scenario monotono in cui abbondano le infinite gradazioni di due soli colori, il verde e il blu, ma questo nasconde un mondo più complesso e misterioso, quello della foresta vergine. Questa monotonia di colori costituisce uno sfondo omogeneo su cui si stagliano improvvisamente delle macchie di colore a dir poco spiazzanti: ricordo con emozione intatta il giorno in cui, ai margini della foresta, vidi volare per la prima volta una coppia di pappagalli della specie che credo si chiami “Ara Arlecchino”, le cui coloratissime piume vengono utilizzate da molte tribù indigene per abbellire i propri corpi e costumi.

► Quando è nato il tuo interesse per l'Amazzonia? Conoscevi il personaggio di Mister No?

Nella mia infanzia mi è certamente capitato di leggere qualche numero di Mister No, di Tex o di Zagor: li trovavo sul comodino nella camera da letto di mio zio, e mi sembrava quasi un atto di “trasgressione” passare a quei fumetti da “grandi” dopo aver letto le storie di “Geppo”, “Tiramolla” e “Soldino”. Il vero incontro con Mister No lo feci qualche anno dopo il rientro dai primi viaggi in Amazzonia, quando Claudio Colombo, della Società Umanitaria di Milano, mi prospettò l'ipotesi di realizzare una mostra di fotografie e di fumetti con il grande Sergio Bonelli. Poi, come spesso succede, e per motivi che non ricordo, quella mostra non si fece. Così, purtroppo, mancai l'occasione di incontrare una persona con cui condividevo alcune esperienze così speciali, e l'amore decisamente poco comune per l'Amazzonia.

► Quali sono i tuoi fumetti preferiti?

Oggi sono alle prese con Mister No. Lo studio, cerco di comprendere il suo carattere. Mi piacciono molto il suo spirito anarchico e la spiccata indipendenza morale che lo porta ad agire secondo un proprio ideale.

Per una questione affettiva legata ai ricordi remoti dell'infanzia non posso non citare “Barbapapà” e “Topolino”. Su questa pubblicazione amavo molto il personaggio di Archimede, e preferivo le storie di Paperino rispetto a quelle di Topolino. Mi piaceva molto anche “Geppo”.
In età più matura ho letto moltissimo “Alan Ford”, che rimane la mia serie di fumetti preferita, della quale apprezzo molto l'insieme corale dei personaggi. Fra questi il mio preferito è Grunf. Mi sono sempre piaciuti gli eroi marginali e un po' pazzi, anche nella letteratura più classica: ho studiato per qualche mese l'Orlando Furioso, i personaggi che più mi hanno emozionato sono stati Astolfo (instancabile ed impulsivo viaggiatore) e Marfisa (ambigua donna guerriera allevata dal mago Atlante).
Oggi sono alle prese con Mister No. Lo studio, cerco di comprendere il suo carattere. Mi piacciono molto il suo spirito anarchico e la spiccata indipendenza morale che lo porta ad agire secondo un proprio ideale, spesso in contrasto con quello comune nella società in cui vive. Nell'albo numero 18 “Tragica palude” c'è un passaggio molto bello in cui Esse-Esse definisce Mister No come “un tipo straordinario... imprevedibile... matto come un cavallo! (Un tipo) capace delle più assurde stranezze, che riesce sempre a sorprenderti. Irascibile, tollerante, rissoso e pacifista, cinico ma anche romantico e generoso (…) un autentico rompicapo per chiunque voglia capire la sua vera personalità... (…) un tipo straordinario (che alla fine) riesce a farsi benvolere da tutti!”.

► Tu hai studiato le relazioni fra la fotografia e altre arti, come l'architettura, la pittura, la letteratura. Che rapporto c'è fra fumetto e fotografia? Che cosa t'interessa nella dinamica fra questi due linguaggi?

Non ho una grandissima competenza tecnica riguardante i fumetti. Mi pare molto più stretta la relazione esistente fra fumetto e cinema, e del resto, gli storyboard cinematografici sono, a tutti gli effetti, dei veri e propri fumetti. Oggi in redazione mi è capitato di fermarmi di fronte ad alcune tavole originali di Tex e le ho trovate esteticamente e fotograficamente vicine al cinema di Sergio Leone: sia per il formato delle tavole (molto simile al formato cinematografico 2,35:1), sia per l'impostazione estetica, con un ricorrente utilizzo di inquadrature grandangolari e una distribuzione dei pesi e degli ingombri molto ben bilanciata. È uno schema che ricorre spesso anche in Mister No, soprattutto nel cliché di alcune scene in cui il “campo lungo” della scena principale è bilanciato da una presenza in primo piano (un pappagallo, un'anaconda, un caimano eccetera): divertente! Anche la successione dei diversi piani di inquadratura mi ricorda molto l'impostazione del montaggio cinematografico, in cui si alternano campi lunghi, campi medi, primi piani, controcampi, e via discorrendo. Nella fotografia di ricerca, invece, a mio avviso è un po' diverso. Personalmente prediligo la serialità: un modulo grafico ed estetico che si ripete senza eccessive modifiche.


In Mister No la scena principale, in campo lungo, è spesso bilanciata da una presenza in primo piano.


► C'è qualcosa che vorresti dire o chiedere ai lettori di Mister No che seguiranno il tuo viaggio attraverso le pagine del nostro sito?

Nel leggere Mister No, dopo aver vissuto le mie esperienze amazzoniche, ho riscontrato una verisimiglianza incredibile fra le scene descritte nei fumetti e la realtà che ho avuto occasione di incontrare durante i miei viaggi. In particolare, ho riconosciuto una distinzione netta fra la realtà “cittadina” di Manaus (raccontata in maniera molto fedele e mai “esotizzante”, come sarebbe stato molto facile fare) e quella più selvaggia della foresta e degli affluenti più remoti, ancora oggi carichi di insidie. Insomma: l'Amazzonia di Nolitta mi è sembrata a tratti più verosimile e rispettosa di quella stereotipata e spettacolarizzante di alcuni pseudo-documentari che si vedono in televisione.
In questa mia spedizione vorrei sperimentare una particolare dimensione di viaggio. Come ho già detto: mi piacerebbe raccontare e condividere “in presa diretta” le esperienze che andrò facendo, non solo con la fotografia, ma anche attraverso la scrittura. In parole povere: cercherò di scrivere un libro senza conoscere in anticipo la trama. In qualche modo, le esigenze di scrittura condizioneranno le scelte di viaggio. Quando la scrittura si appiattirà, farò di tutto per cercare delle “situazioni” che possano smuoverla. Il libro che andrò scrivendo avrà bisogno di personaggi interessanti, e non è detto che alcuni di loro, incontrati durante il viaggio, non mi possano accompagnare per una parte o per l'intero percorso.
E poi ci sono tanti nodi da sciogliere e tanti posti da esplorare. In questo, credo che i lettori di Mister No mi possano dare un grande aiuto. Dove si trova la ferrovia perduta, che è stata costruita (e mai realizzata) in qualche angolo sperduto di Amazzonia e che mi è capitato di veder raffigurata in una fotografia all'ingresso dello studio di Bonelli? Dove erano state localizzate le “amazzoni” guerriere citate nei resoconti dei primi viaggiatori, e che sembrerebbero provenire da un fiume anticamente chiamato “Rio Canuris”, e che oggi (non riuscendo ad individuarlo su alcuna mappa) ha probabilmente cambiato nome?
Sono sicuro che i lettori di Mister No mi potranno aiutare a sciogliere questi primi enigmi e a darmi consigli e suggerimenti sulle situazioni che riuscirò a incontrare lungo il Grande Fiume. Lungo gli oltre 7000 chilometri che separano la foce dalla sorgente e che cercherò di risalire nei prossimi tre mesi.

A cura di Luigi Mignacco


Non perdetevi la rubrica che settimanalmente che sul sito Sergio Bonelli Editore proporrà i racconti di Mister No sul Fiume Grande e il diario del viaggio di Gabriele Croppi, arricchito dalle sue fotografie. Per voi lettori sarà possibile anche interagire con lui, sulla pagina Facebook di Mister No, rievocando le vostre pagine preferite delle avventure di Jerry Drake ambientate proprio nei luoghi dove Gabriele arriverà pochi giorni dopo, e magari chiedendogli di dare un'occhiata sul posto.
Il grande viaggio inizia la settimana prossima da Belèm, il porto sull'Atlantico del Rio Amazonas, dove il nostro viaggiatore arriverà ai primi di dicembre.