Intervista Le Storie

Da De Amicis a Lombroso

Per il numero 63 di Le Storie, lo sceneggiatore Davide Barzi ha immaginato una storia che mette il famoso e famigerato Cesare Lombroso di fronte ai personaggi - ormai adulti - del libro Cuore di Edmondo De Amicis. Ci siamo fatti spiegare perché.

Il 13 dicembre è arrivato in tutte le edicole "Il Cuore di Lombroso", scritto dall'esperto Davide Barzi e disegnato da Francesco de Stena, che fa qui il suo esordio sulle pagine di un albo Bonelli. Come suggerisce il titolo, il numero 63 di Le Storie vede il famoso (o famigerato?) Cesare Lombroso al centro di una vicenda criminale che lo porta a indagare su quei personaggi che, da ragazzi, sono stati i protagonisti del libro Cuore di Edmondo De Amicis. Per farci spiegare questa curiosa commistione, abbiamo intervistato Barzi; e per mettere in mostra l'abilità di de Stena con la matita, vi proponiamo un'ampia gallery di suoi disegni.

Potremmo definire "Il Cuore di Lombroso" come il seguito non ufficiale del "Cuore" di Edmondo De Amicis. Non hai avuto paura di compiere lesa maestà?

Tra i miei ricordi scolastici, gli approfondimenti che ricordo ancora oggi con maggiore soddisfazione sono quelli in cui i professori avevano il coraggio di scardinare i "sacri testi" dai vincoli didattici un po' asfissianti, riportandoceli con i loro segreti, i "dietro le quinte", l'umanità dei protagonisti. Tutto il "non detto", finalmente rivelato, mi metteva voglia di andare a recuperare quelle pagine a cui prima ero refrattario causa schede/domande/riassunti e quant'altro la scuola sa spesso fare bene per allontanare ogni possibilità di entusiasmo. 

Chissà mai: se anche il nostro "sequel non autorizzato" otterrà questo effetto, magari donerà al vecchio Edmondo qualche nuovo fan! Spero comunque che gli appassionati di De Amicis (ce ne sono ancora, fuori dal corpo insegnante?) percepiscano quale lavoro c'è dietro la "crescita ipotetica" di ognuno di quei bambini

Ma perché inserire Cesare Lombroso, in questa storia?

Il libro di De Amicis è del 1886, ma racconta di una terza classe di Scuola Elementare di qualche anno prima. Parlando della Torino di quegli anni, giocando tra realtà e finzione, era quasi automatico far incontrare quegli ex bambini con l'alienista che in quegli anni operava in quella città. 

L'idea di raccontare Lombroso mi frullava in testa sin dal 2000, quando rimasi folgorato dal libro "L'atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso" di Luigi Guarnieri: mi folgorarono quell'esistenza incredibile, struggente ma per certi versi anche comica, quella pervicacia con cui l'alienista portò avanti in parallelo intuizioni visionarie e idee visibilmente poco fondate. Insomma, mi sembrava egli stesso (che non a caso diede disposizione di analizzare il proprio corpo dopo la morte) la migliore incarnazione possibile del paradossale e sottilissimo filo su cui l'essere umano può camminare tra genio e follia. Vituperato ma iniziatore di un percorso che ha contribuito a strutturare la successiva criminologia, appassionato imbevuto di positivismo, mi sembrava potesse prestarsi meravigliosamente a diventare una sorta di Sherlock Holmes nostrano: "Uno studio in rosso" di Sir Arthur Conan Doyle è del 1887, la nostra vicenda del 1889. E il particolare approccio medico-biologico di Lombroso evita ogni possibilità di somiglianza con il più importante rappresentante del giallo deduttivo.

Poi, giusto per fugare ogni dubbio, l'albo non è un pamphlet sulle più note teorie lombrosiane, oggettivamente destituite di fondamento, e nemmeno una biografia dello studioso: il Lombroso che si muove nella nostra vicenda è una reinvenzione letteraria, un "what if" in cui storia e letteratura si incontrano e si reinventano a vicenda.


Cliccate sull'immagine per visualizzare la tavola intera.


È raro, anche se non inedito, che il fumetto bonelliano ambienti una storia in Italia. Hai usato particolare cautela, nel creare l'ambientazione torinese?

Più che cautela, uno scrupolo che ha sfiorato spesso la paranoia. Il Carcere "Le Nuove", il Cimitero Monumentale, il "ponte delle benne", l'Istituto Elementare Moncenisio, il Regio Manicomio di via Giulio 22 sono solo alcune delle location che fanno da sfondo, ma in realtà quasi da personaggi aggiuntivi, all'indagine. Per le strutture ancora esistenti, mi sono recato di persona e a più riprese nei luoghi per respirarli, fotografarli, toccarli e riportarli nella maniera più fedele possibile. Per i luoghi che invece si sono trasformati o che addirittura sono spariti, sono stati importantissimi gli archivi pubblici e privati. In particolare modo, voglio ringraziare l'Archivio storico dell'Ospedale Mauriziano e Manuela Vetrano, curatrice del sito "La Civetta di Torino".

A conti fatti, "Il Cuore di Lombroso" è un giallo in cui un patologo indaga su un omicidio. Ti sei riguardato qualche puntata di "Quincy", mentre scrivevi la sceneggiatura?

Ammetto che no, Quincy non ha fatto parte del "brodo di cultura" in cui mi sono immerso durante la lavorazione. Nulla contro il dottore della contea di Los Angeles, eh, ma ho preferito rimanere nel mood tardo ottocentesco. "The Knick", per esempio, è una serie che ho guardato in loop.

A fianco di quest'intervista presentiamo alcuni studi e bozzetti di Francesco de Stena. Ci racconti com'è stata, la vostra collaborazione?

Quando il curatore della collana (un sentito grazie a Mauro Marcheselli, che per primo apprezzò l'idea, e poi a Gianmaria Contro, che l'ha fatta crescere e trasformata in quello che è oggi) mi ha sbloccato il soggetto, mi disse che non c'era fretta, che ancora non c'era un disegnatore. Giustamente, cercava il disegnatore giusto, data la specificità storico/geografica della vicenda. Poi, a sorpresa, dopo qualche giorno, mi disse di averlo trovato. Mi fece vedere i lavori di Francesco e capii immediatamente che avevamo pescato il jolly. Pizzi, trini, merletti, carrozze: nei suoi lavori c'è una passione per l'ambientazione storica che mi spinse ad approfondire ancora di più questo aspetto. Più gli fornivo documentazione, più lui rilanciava con ulteriori approfondimenti. Un paio di volte ha anche corretto delle mie inesattezze. Una soddisfazione che non potete immaginare.

A cura di Alberto Cassani


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