Intervista Le Storie

Il Mugiko di Gianfranco Manfredi

Ivan Ivanovič è un spia. Una spia dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. È il 1962, in piena guerra fredda, e "Mugiko" viene spedito in Birmania. A raccontarci perché, lo sceneggiatore Gianfranco Manfredi.

Negli anni sessanta, non era solo l'Occidente a subire il fascino delle spy stories letterarie e cinematografiche. Anche l'Unione Sovietica aveva i suoi "James Bond" fittizi, che si muovevano dall'altra parte della Cortina di Ferro e riscuotevano un ottimo successo presso il pubblico. Gianfranco Manfredi ne ha creato uno apposta per il numero 59 di Le Storie, che arriverà in edicola il 12 agosto. In questa intervista ci racconta l'origine di "Mugiko".

Mugiko è un omaggio alla spy story alla James Bond, ambientata negli anni '60: cosa ha comportato a livello narrativo rendere protagonista una spia russa, un punto di vista che in Occidente si è visto raramente? E in generale cosa volevi stravolgere, di quello che possiamo considerare il "modello" dello spy-action bondiano?

Lo sanno in pochi, ma in realtà il modello reale di James Bond non era un agente segreto britannico, ma tedesco (nato in Armenia da madre russa e padre tedesco), che operava per il servizio segreto sovietico: Richard Sorge, che lo scrittore Tom Clancy ha definito "la migliore spia di tutti i tempi." Sorge e altri agenti sovietici degli anni venti e trenta , dei quali parlo nel mio nuovo romanzo "Splendore a Shanghai" (Skira) erano grandi uomini di mondo, che sapevano sempre infilarsi nei posti alla moda e nei locali di lusso frequentati dall'alta borghesia, dai politici, dai militari e dai trafficanti di vario tipo. Donnaioli impenitenti, lontanissimi dai modelli della tradizionale spia occidentale che era di solito un grigio funzionario, poco più di un impiegato, come viene raccontato nel celebre romanzo di Graham Greene "Il nostro agente all'avana". Insomma, Ian Fleming, ideando James Bond si ispirò in realtà allo stile avventuroso degli agenti segreti russi degli anni venti e trenta. Quindi, più che stravolgere, ho raddrizzato. Dopodiché la vicenda che racconto si svolge agli inizi del disgelo, cioè appena dopo la presa del potere di Kruscev, e il mio Mugiko è un ex dissidente reduce da un gulag in Siberia. Dunque ha una biografia tutta sua e molto particolare.

In questi anni, "The Americans" ha proposto una visione della guerra fredda dal punto di vista russo, nettamente più sfumato e meno propagandistico delle spy stories realizzate durante la guerra fredda. Soltanto la distanza storica ci permette una valutazione oggettiva di certi eventi? O forse abbiamo voglia di raccontare spy story che un mondo tecnologico come il contemporaneo rende inevitabilmente più "statiche"?

Sicuramente la distanza storica ha pesato molto. Oggi sono in corso nuovi studi sulla "Guerra Fredda" perché i documenti secretati all'epoca vengono gradatamente resi pubblici e si scoprono cose che all'epoca non si sospettavano neppure, molto poco riducibili a modelli propagandistici. Soprattutto se si guarda alla storia dei cosiddetti paesi non allineati,  che non erano rimasti coinvolti nella spartizione di Yalta. Questa storia di Mugiko è ambientata in Birmania, cioè nel paese che poi espresse il Segretario delle Nazioni Unite U Thant.


Una striscia di Pedro Mauro da "Mugiko", Le Storie n. 59. Testi di Gianfranco Manfredi.

I mugiko erano i contadini diventati proprietari terrieri nel sud della Russia zarista dal '700 in poi: come mai il protagonista sceglie questo come nome in codice?

Di fatto Ivan Ivanovič, vero nome del mio protagonista, passa da soldato a dissidente, finisce in prigionia e poi viene liberato per occuparsi di missioni impossibili, in scenari esotici, con totale facoltà di spesa a carico dello Stato. Rimarcare la sua origine è per lui una forma ironica e sarcastica di riscatto.

La storia è perfettamente autoconclusiva, ma il finale sembra lasciare aperta la possibilità di nuove avventure: è un caso, una semplice possibilità da tenere aperta, o hai già in mente altre storie con protagonista Ivan?

Per me non fa differenza, quando invento un personaggio nuovo, che sia protagonista di un numero unico oppure di una serie. Lo preparo studiando molto e come se dovesse dar vita a una serie. Se un numero singolo o una mini diventano una serie, non lo decido io, e in fondo non lo decide nemmeno l'editore, lo decide il pubblico. Se il personaggio incontra il gradimento dei lettori, è ovvio che continuerà o riprenderà le sue avventure a distanza di qualche tempo. Dipende sempre dai lettori.

Potresti dirci su quali progetti sei al lavoro per Bonelli?

Non posso dirlo proprio sul sito Bonelli in quanto mi sono assunto un impegno di riservatezza proprio con Bonelli! Come faccio a violarlo in casa sua? A parte gli scherzi, io lavoro sempre e scrivo molto, quindi ha poco senso parlarne prima, meglio aspettare che le cose siano in uscita e parlarne al momento opportuno. Non usciranno necessariamente nell'ordine in cui le ho scritte, perché molto dipende dal format e dal tempo che impiegano i disegnatori a completarle. Aggiungo però un piccolo dettaglio stuzzicante: le storie che sto scrivendo in questo momento, non si sono mai viste prima sugli albi Bonelli. Nemmeno io avevo mai scritto un fumetto di questo tipo, e sono molto felice che me ne sia stata data l'opportunità da Michele Masiero. Sarà una grande sorpresa, per i lettori. Speriamo possa uscire già nel prossimo anno. Stiamo lavorando per questo.

A cura di Adriano Barone


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