Sul Fiume Grande con Mister No

Il mio nome è Mister No - 2

Si conclude qui il racconto di come Jerry Drake si è guadagnato il soprannome di "Mister No" durante la Seconda Guerra Mondiale. Un'avventura iniziata in Birmania e conclusasi nella Cina di Chiang Kai Shek...

"Jerry e i pirati": nel 1941, mentre sorvolavo la Cina pilotando un caccia delle Tigri Volanti, immaginavo di essere come il protagonista del fumetto che leggevo quando mi capitava in mano un quotidiano americano, nella nostra base in Birmania. Anche vista dall'alto, la Cina era troppo grande e complessa per un giovane americano. C'erano i nazionalisti di Chiang Kai Shek e i comunisti di Mao Tse Tung, che combattevano insieme i giapponesi ma si guardavano in cagnesco fra loro. E c'erano un'infinità di "signori della guerra" locali che si alleavano oppure si avversavano ferocemente, alcuni collaborando addirittura con i giapponesi. Insomma, un bel casino. Finii per perdermici. Volavamo verso Chungking, allora capitale della Repubblica Cinese, facendo da scorta all'aereo del generalissimo Chiang. Io ero in coda alla squadriglia, quando mi accorsi che la mia radio era rotta e che stavo per esaurire il carburante. Fui costretto a un atterraggio di fortuna fra le montagne, senza poterlo segnalare ai miei compagni. Il mio P40 ne uscì con le ali rotte, e io pure. Dopo uno scontro con la soldataglia locale, finii in una buia cella fra topi, scarafaggi e un milione di dubbi. Ero venuto a combattere per gente che non capiva la mia lingua e non mi riconosceva come alleato.


Una vignetta di Franco Bignotti da "Le Tigri Volanti", Mister No n. 146. Testi di Luigi Mignacco.

Venne un angelo a tirarmi fuori dai guai. Li Chao aveva un viso di porcellana, un tocco lieve come le ali di una farfalla e un'anima d'acciaio. Era una cortigiana del colonnello Kung, il boss del villaggio: un grassone con testa a palla da biliardo e baffi alla Fu Manchu che, una volta appurato che entrambi eravamo alleati di Chiang, mi affidò alle cure amorevoli della fanciulla. Non mi mancava nulla, tranne il mio P40. Fino a quando i soldati di Kung mi portarono in un hangar fuori dal villaggio, dove ritrovai l'aereo, i pezzi di ricambio per ripararlo, inviati dalla base delle Tigri Volanti, e un meccanico cinese per aiutarmi. Il giovane sapeva l'inglese, ma parlammo poco. Eravamo sorvegliati dai soldati di Kung e dormivamo in una stanzetta nell'hangar. Terminammo il lavoro in pochi giorni. Mancava solo la radio dell'aereo, misteriosamente rimossa. Il mio giovane aiuto andò al villaggio con i soldati per informarsi presso il colonnello Kung. Rimasto solo, decisi di dare un'occhiata a un baule che il meccanico custodiva sotto la sua branda. Dentro c'era una divisa giapponese. In quel momento il mio compagno di lavoro, si chiamava Saiko ed era capitano dell'aviazione imperiale nipponica, si ripresentò con una pistola puntata contro di me. Mi disse che colonnello Kung non perdonava a Chiang Kai-Shek di essersi alleato con i comunisti, e che lui era stato inviato dietro le linee nemiche per uccidere il generalissimo... Pilotando un aereo delle Tigri Volanti americane! Riuscii a disarmare quel muso giallo divenuto troppo loquace. Ma lui mi mandò a fare la nanna con un colpo di lotta giapponese. Al mio risveglio mi aspettava una delle peggiori nottate della mia vita.

Ero incatenato a una parete di pietre umide, nei sotterranei della dimora di Kung. Davanti a me il capitano Saiko in divisa arroventava una katana in un braciere. Prima di partire per la sua missione omicida, voleva interrogarmi sui piani degli americani in Cina, sui progetti di nuovi aerei, sulla composizione delle Tigri Volanti. Tutte cose che non sapevo. Anche se lui accompagnava le sue domande con carezze di una lama arroventata, io potevo solo rispondere "no". E allora quel dannato sadico cominciò a chiamami nel modo che tutti voi conoscete: "Mister No"! Quel nome beffardo mi echeggiava nelle orecchie attraverso una nebbia di dolore: Saiko era un professionista della tortura, sapeva come far soffrire le sue vittime senza ucciderle. All'alba partì per il suo "appuntamento" con Chiang, lasciando a Kung l'onore di uccidermi. Chiusi gli occhi aspettando il proiettile che avrebbe messo fine alla mia breve vita piena di errori. 


Una striscia di Franco Bignotti da "Il mio nome è Mister No", Mister No n. 148. Testi di Luigi Mignacco.

Il rumore di uno sparo, e Kung stramazzò al suolo. Dietro di lui c'era Li Chao, nientemeno che comandante della sezione locale del Partito Comunità Cinese. Mentre i suoi partigiani prendevano possesso della base, lei mi disse che era diventata la concubina di Kung solo per tenerlo d'occhio. Le spiegai il diabolico piano di Saiko. Li Chao balzò alla guida di una jeep e mi portò fino a un granaio in mezzo alla campagna. Lì era nascosto un caccia FIAT CR 32 dell'aviazione cinese: un vecchio aereo che i partigiani avevano mantenuto in efficienza, con una scorta di carburante sufficiente per arrivare a Kunming. A sentire Li Chao, con quella carretta io avrei potuto tentare di fermare il P-40 di Saiko. Le risposi che ero stufo di dire sì a tutti: l'aguzzino giapponese mi aveva chiamato Mister No, e io avevo deciso che il mio nome fosse quello. Lei si rassegnò, non poteva chiedere a nessuno di rischiare la vita in modo così sciocco. E io le risposi, per l'animaccia mia, che non avrei meritato il nome di Mister No, se non avessi provato a fare cose impossibili!

Il resto è Storia, anche se nessun libro la racconterà mai. Volai fino a Kunming e nel mio primo duello aereo affrontai proprio un caccia delle Tigri Volanti. Ebbi una fortuna sfacciata: riuscii a colpirlo con una sola raffica e il P-40 saltò per aria come una fabbrica di fuochi d'artificio nel cielo cinese. Quel pazzo di Saiko l'aveva riempito di esplosivo perché voleva immolarsi nel nome del suo imperatore, polverizzando il palco dove Chiang sedeva accanto all'immancabile moglie e agli ambasciatori delle potenze occidentali sue alleate. Credete che al mio atterraggio sia stato trattato come un eroe? Finii in cella, mentre le autorità cinesi e americane, vista la delicatezza dei rapporti fra Stati Uniti e Giappone, decisero che la vicenda doveva restare segreta. Un generale americano mi comunicò che ero considerato renitente alla leva, perché non avevo risposto alla chiamata alle armi (avvenuta quando io già mi trovavo in Birmania), e mi spedì in un campo di addestramento dell'aviazione dell'esercito, nelle Filippine. Non tornai al campo di Kyedow con gli amici delle Tigri Volanti. 

Ma da allora, per tutto il resto della guerra e per tutta la bellicosa pace che seguì, se qualcuno ha voluto raccontare le disavventure di Jerry Drake, e se qualcun altro ha avuto la pazienza di ascoltarle... Beh, lo sapete... "Il mio nome è Mister No".


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