Sul Fiume Grande con Mister No

Il mio nome è Mister No

Trent'anni fa, usciva la prima storia di Mister No sceneggiata da Luigi Mignacco. Una storia importante, perché raccontava una parte del passato di Jerry Drake e spiegava come avesse ottenuto il suo soprannome. E oggi ce lo racconta di nuovo...

IL MIO NOME È MISTER NO

Non so se vi ho mai raccontato l'origine del nome con cui sono noto da un bel mucchio di anni. Non è un soprannome affibbiatomi a causa del mio caratteraccio dagli amici brasiliani, come quello di Esse-Esse. E neppure un nomignolo che mi sono guadagnato per la mia indisciplina durante la guerra di Corea, come si diceva a Manaus i primi tempi che vivevo là: io non ho partecipato a quell'assurdo conflitto (su quel fronte ci fu davvero un soldato che si chiamava come me, ma questa è un'altra storia...). Il racconto di come il giovane Jerry Drake è diventato "Mister No" l'ho fatto solo qualche anno dopo il mio arrivo in Brasile, in seguito all'apparizione di un vecchio aereo da caccia con i denti da squalo disegnati sul muso. Perché il mio "battesimo di guerra" è stato impartito veramente con il ferro e con il fuoco, e io questo nome me lo porto addosso come una cicatrice. 

Vi ho già parlato di Bat Barlington e dello scherzo che gli giocai facendogli credere di essere un pilota provetto, quando in realtà ero un pivello che non aveva mai volato. Dopo la distruzione del suo aereo a causa mia, tornammo a San Francisco squattrinati e senza lavoro. Ne rimediai uno per entrambi in un bar malfamato della città, dove conobbi Bill Carson, pilota dell'aviazione di marina che indossava un improbabile clergyman perché era in partenza per una missione segreta in oriente. A quei tempi, primavera del '41, l'America non era ancora in guerra, ma i tedeschi dilagavano in Europa e i giapponesi avevano invaso la Cina. Il generalissimo Chiang Kai Shek aveva chiesto aiuto agli americani e i nostri vertici militari, per aggirare il neutralismo del congresso, avevano messo in piedi un bel trucco: alcuni nostri piloti si dimettevano dall'esercito o dalla marina e andavano a combattere per i cinesi nell'American Volunteer Group, agli ordini di un tale colonnello Chennault. Lo dissi a Bat e venne fuori che quell'ufficiale era stato suo istruttore quando era nell'esercito, e che lui aveva gettato la divisa proprio per non avere mai più a che fare con tipi simili. Eppure, lui e io ci arruolammo per 675 dollari al mese, più 500 per ogni aereo giapponese abbattuto. 


Una vignetta di Franco Bignotti da "Vento di guerra", Mister No n. 145. Testi di Luigi Mignacco.

Meno di tre mesi più tardi eravamo a Kyedow, una vecchia base della RAF nella giungla birmana ceduta all'AVG per l'addestramento sui caccia P40. Invece che contro i giapponesi, combattevamo il caldo, le zanzare e la noia. Claire Lee Chennault, un duro con il viso scolpito da tutto il vento che aveva preso quando si volava su trabiccoli senza cabina, ci chiese di scegliere un nome di battaglia per la squadriglia. Decidemmo per "Tigri Volanti", e un pilota che aveva lavorato per la Disney (mi pare si chiamasse Al Levin) disegnò la mascotte. Dipingemmo denti da squalo sui musi dei nostri caccia e Bat ci aggiunse il quadrifoglio portafortuna che metteva sulla carlinga di tutti i suoi aerei. Beh, quello non è l'unico trucchetto che gli ho rubato!

Quando Chennault annunciò che un gruppo di noi gli avrebbe fatto da scorta aerea in territorio cinese, dove andava a incontrare Chiang e signora, ci offrimmo tutti volontari, a parte Bat che sapeva a quali grane andavamo incontro. Il colonnello impose a lui di guidare la squadriglia, gli altri cinque piloti furono estratti a sorte. Io non ebbi fortuna, ma fra i prescelti ci fu il mio amico Larry Tree, ex tenente dell'aviazione di marina, che aveva una mezza cotta per Linda, un'infermiera della base con cui filavo a quei tempi. Gli feci credere che la bionda fosse innamorata di lui e gli dissi che, se mi lasciava andare in Cina al posto suo, gli avrei ceduto il mio appuntamento con la ragazza. Lui era indeciso fra amore e guerra, così finimmo per giocarci tutto in una gara. Eravamo arrivati in risciò a Toungoo, villaggio indigeno a poche miglia dalla base. Facemmo salire sulle carrozzelle i due indigeni birmani che avevano organizzato questo servizio di "taxi" (convincendoli con un paio di cazzotti) e tornammo indietro di corsa trascinandole noi. A meno di un miglio dalla base, Larry era in vantaggio e io stringevo i denti per non perdere terreno, quando sentimmo il rombo di un aereo da caccia. E non era uno dei nostri P40!

Durò meno di un minuto. Lo Zero scese in picchiata sulla strada che correva fra le risaie, io e Larry ci gettammo nell'acquitrino appena prima che la mitragliata trasformasse le nostre due carrozzelle in rottami. Io me la cavai senza un graffio, Larry si beccò una pallottola nella spalla. Ma per i due birmani, che erano ancora KO per i nostri cazzotti e ronfavano seduti al posto per loro insolito di passeggeri, non ci fu nulla da fare: passarono dal sonno alla morte senza accorgersene. Questo fu il mio primo incontro con uno di quei dannati Zero, e con l'assurdità della guerra.


Una vignetta di Franco Bignotti da "Cielo giallo", Mister No n. 147. Testi di Luigi Mignacco.

Insomma, avrete capito che ero un pivello totale. Certo, fino a quel momento la mia vita non era stata tutta rose e fiori: avevo conosciuto la New York dei gangsters quando ero poco più che un bambino, avevo visto finire in galera mio padre con l'accusa di omicidio, in un villaggio dell'Iowa avevo visto morire le mie illusioni adolescenziali su amicizia e amore, fino ai guai che mi erano capitati come aiuto pilota di Bat Barlington. Eppure, ero ancora un ragazzo idealista che partiva per la guerra come se fosse una grande avventura. Mentre il mio amico Larry finì in infermeria, dove scoprì a sue spese tutte le balle che gli avevo raccontato su Linda, io volai in Cina. Dove Jerry Drake, il giovane americano così desideroso di combattere, avrebbe ceduto il posto a Mister No, che si sentiva già un reduce prima ancora che l'America entrasse in guerra. Come e perché accadde, ve lo racconterò la prossima settimana.

A cura di Luigi Mignacco


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