Sul Fiume Grande con Mister No

Vacanze in Italia - Seconda parte

Se la prima "vacanza" di Mister No in Italia era stata nel centro della penisola durante la guerra, la seconda è invece nell'assolata Campania. In particolare, è l'isola di Capri a fare da sfondo al suo racconto di questa settimana.

VACANZE IN ITALIA

La mia seconda vacanza in Italia iniziò con una lettera di Steve Mallory, un ex commilitone che mi aveva salvato la buccia a Guadalcanal. Mi inviava anche un biglietto aereo e un bel po' di bigliettoni verdi. Lo raggiunsi a Paestum, davanti alle rovine del tempio greco di Poseidonia, con la Fiat "Topolino" che avevo comperato: sapete, quel macinino di auto che avete  battezzato con il nome italiano del nostro Mickey Mouse. Mallory era diventato uno sbirro dell'FBI, e la sua missione era recuperare una lettera che avrebbe dimostrato il diretto coinvolgimento del boss mafioso Lucky Luciano nello sbarco alleato in Sicilia. Era in mano a uno dei boss che furono contattati allora, tale Santorino, detto "o' Marinariello", che si era rifugiato a Positano, un paesino di pescatori arroccato sulla costiera amalfitana.

Fu là che ci stabilimmo io e Steve, in una casetta bianca fra cespugli di mirto profumati, con una stretta scalinata che la collegava alla spiaggia cinquanta metri più in basso. Ci fingevamo turisti e passavamo le giornate fra i bar, le pizzerie e il mare, facendo amicizia con la gente del posto e cercando notizie su Santorino, senza risultati. Finì che qualcuno venne a cercare noi. Due tizi in completo bianco, cravatta e cappello da gangster, esibendo come biglietto da visita un'automatica e un bel coltello a serramanico, ci invitarono a casa del dottor Gaetano Angiolillo: una villa sulla scogliera a sud di Positano, con piscina hollywoodiana abbellita da tre sventole che non avrebbero sfigurato in un film. Il "dottore" ci offrì cinquantamila dollari, forniti da un "amico americano", se riuscivamo a mettere le mani su quella lettera e la consegnavamo a lui invece che ai capoccia dell'FBI. Mallory, prudente, rispose che gli avremmo fatto sapere. Io dissi che intendevo approfittare della sua piscina, rifiutai costume e asciugamano che voleva fornirmi il nostro ospite e a bagno ci mandai i suoi scagnozzi, con un paio di cazzotti ben assestati. Il pomeriggio dello stesso giorno ero dal barbiere Michele che m'insaponava la faccia quando una pennellata decisa mi riempì gli occhi, accecandomi. Non feci in tempo a protestare che sentii la lama del rasoio puntata alla gola. Era "O' Marinariello" che mi dava appuntamento quella notte alla spiaggia di Cala Bianca, al baracchino gestito dalla vecchia zi' Teresa, per scambiare una certa lettera con trentamila bigliettoni. Chiuse il discorso con una rasoiata che mi liberò mezza faccia dal sapone senza lasciarmi un graffio. Stavo riflettendo sulla sua abilità di tagliagole quando Michele mi ripulì gli occhi scusandosi per avervi fatto cadere il sapone. Non ci fu verso di fargli ammettere che qualcuno era stato in negozio impugnando il suo pennello e il suo rasoio.


Una striscia da "La mafia non perdona", Mister No n. 76. Testi di Guido Nolitta, disegni di Roberto Diso.

Quella notte finì a mitragliate fra "zi' Teresa", alias Santorino, spalleggiato da uno scafista che lui chiamò Sarracino, e Angiolillo con i suoi due scagnozzi, che volevano mettere le mani sulla lettera e sulla valigetta dei dollari: i gangster s'impiombarono fra loro e Mallory si beccò una pallottola in una gamba. Recuperai la valigetta dei soldi e la busta, ma poi scoprimmo che al posto della lettera di Lucky Luciano c'erano solo dei dannati fogli di giornale. Mallory era ridotto male, lo curò il capitano Tommy Walcott, l'agente FBI in servizio presso la base della marina militare americana a Napoli, che era un ufficiale medico. Steve, costretto temporaneamente su una sedia a rotelle, era depresso per il fallimento della sua missione, ma io gli ricordai che una pista ce l'avevamo: lo scafista del nostro defunto venditore era riuscito a squagliarsela. Così io ripresi la mia indagine da solo, e grazie a due racchione mie connazionali scoprii che "o' Sarracino" era famoso a Capri: aveva un bel motoscafo con cui ti faceva fare tre volte il giro dell'isola, faraglioni e grotta azzurra compresi, suonava la chitarra e sapeva divertire le sue clienti in vari modi. Non mi serviva sapere di più: salpai alla volta di Capri.

Vi risparmio la solfa dell'altopiano verdissimo che si staglia contro il colore smeraldo del mare, e poi la manciata di case bianche sparse miracolosamente sulla scogliera irta sopra le acque, i blocchi di pietra dei due faraglioni che emergono come pinne di squali giganti, eccetera. Appena sbarcato, mi procurai come guida un simpatico guaglione che mi accompagnò alla famosa piazzetta: quasi una scenografia teatrale, un palcoscenico che ospitava i protagonisti dell'esibizionismo e della vanità internazionale. E lì, fra un conte Oderico Aldovrandi Scotti e una baronessa Beatrice Niguarda Jenner, fra un regista teatrale Teo Morazzoni e un poeta Alvaro Degoli, trovai Mimì Caruso detto o' Sarracino nell'esercizio delle sue funzioni: cioè corteggiare una carampana che aveva almeno il doppio dei suoi anni. Riuscii a incontrarmi a tu per tu con lui solo a notte fonda, e dopo una scaramuccia con uno di quegli spilloni a serramanico che sembravano essere l'argomento più convincente fra gli abitanti del luogo lo misi a cuccia e lo convinsi concludere lo stesso affare in cui il suo padrone aveva tentato di fregarmi, allo stesso prezzo. Pochi giorni dopo, Sarracino mi accompagnò in una rada appartata dell'isola, dentro una casa modesta ma dignitosa, dove una vedova in gramaglie insieme a un bicchierino di liquore Strega mi consegnò la vera lettera di Luciano in cambio di trentamila dollari. Sembrava tutto troppo facile. E infatti sul più bello entrarono tre giovanottoni americani con le pistole spianate, guidati da un capitano in borghese che io conoscevo bene: Walcott con i suoi soci voleva beccarsi tutto, i soldi dell'FBI e la dannata lettera con cui spillarne altri. Vorrei dirvi che me la sono cavata perché avevo capito in anticipo il suo sporco gioco e preparato le contromosse. Invece mi salvò un black out elettrico, tardiva conseguenza dei bombardamenti alleati, che mi permise di recuperare la pistola e di trasformare quel salotto italiano in un campo di battaglia. Riuscii a stendere i miei connazionali traditori, anche con l'aiuto di Sarracino moribondo, e riportai la lettera di Lucky Luciano al mio amico Steve Mallory. Non avevo capito che il compagno di tante battaglie, dalle spiagge di Guadalcanal fino alle scogliere di Positano, aveva deciso di pensare solo al proprio tornaconto e di vendere quella lettera al miglior offerente. Io e lui ci ritrovammo a combattere su campi opposti. L'ultima immagine che ho di quella "vacanza" italiana è la carrozzella con Steve che vola dalla bianca terrazza in cima al paese verso il mare scuro, cinquanta metri più sotto, accompagnata da un urlo straziante. Scusate, ma i ricordi del mio secondo viaggio nel vostro paese si interrompono qui.

A cura di Luigi Mignacco


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