Speciale Le Storie

A Panda piace Lavennder?

Il 12 luglio arriva in edicola il quarto albo speciale di Le Storie. Scritto, disegnato e colorato da Giacomo "Keison" Bevilacqua, "Lavennder" è un'avventura allegra e spensierata su un'isola deserta. O no?

Prima esperienza bonelliana per Giacomo Keison Bevilacqua, "Lavennder" è lo Speciale 2017 di Le Storie, disponibile in edicola a partire dal 12 luglio e in fumetteria e nel nostro Shop online dal 20. 128 pagine che trasportano il lettore su un'isola deserta per una vacanza alternativa all'insegna della natura e del relax, ma che si fanno via via più tese e inquietanti. Ne abbiamo parlato con l'autore, per farci raccontare com'è nato l'albo, e cosa ne pensa il suo amico Panda.

Sei famoso soprattutto per "A Panda piace", ma "Lavennder" non è il tuo primo fumetto "serio". Come cambia il tuo lavoro tra una striscia comica e un fumetto d'avventura come questo?

Dopo "A Panda piace", avevo già fatto il "passaggio" dal comico all'avventura nel 2012 con "Metamorphosis", che è stato un po' il mio "biglietto da visita" da autore completo per entrare in Bonelli. Dopo "Metamorphosis" c'è stato "Il suono del mondo a memoria", pubblicato da Bao nel 2016, che è stato il mio primo fumetto a colori. "Lavennder" è un po' la commistione di queste due opere, c'è uno spirito di mistero e avventura più affine alle atmosfere di "Metamorphosis", ma una palette di colori che viene dagli studi che ho intrapreso con "Il suono...".

Il passaggio non è stato per niente facile, nessun passaggio è mai facile, per questo ho passato un anno intero a lavorare alle avventure di Panda di giorno e a studiare teorie e applicazioni del colore di notte, e appena avevo qualche minuto libero, facendo tavole di prova e schizzi o disegni. Quando mi sono sentito abbastanza pronto, ho proposto questa storia in Bonelli. E pensare che l'ho proposta in bianco e nero e toni di grigio, tanto ero ancora insicuro dei miei "risultati" a colori... È stato Michele Masiero a convincermi a farla a colori.

Rispetto a "Il suono del mondo a memoria", qui ti sei dovuto adattare alla "gabbia bonelliana". Ti è stato difficile?

Questa storia è molto più lineare, e avevo bene in mente da subito tutti i passaggi chiave della trama, mentre "Il suono..." è stato più un libro realizzato in divenire. La gabbia bonelliana si prestava appieno per incasellare ogni singolo evento che avevo in testa, dall'inizio fino al finale, ed è riuscita ad accogliere perfettamente tutto ciò che volevo dire, nel modo in cui volevo farlo.

Gran parte dell'albo vede in scena solo due personaggi, su un'isola deserta, senza niente di particolare da fare. Come sei riuscito a rendere interessante questa situazione?

Ogni fumetto che ho realizzato da autore ha una particolarità: niente è messo per caso. Sono un grande amante dei gialli, ma sono pessimo a scriverli, per questo realizzo fumetti completamente diversi dal genere, ma che nascondono una marea di indizi al loro interno.

Tutto ciò che succede ai due protagonisti da pagina 1 fino a poche pagine dal finale, è messo lì per dare uno spunto al lettore, per fargli capire la direzione che la storia prenderà. Era così per "Metamorphosis", è stato così per "Ansia la mia migliore amica" e per "Il suono...". In "Lavennder" uso lo stesso stratagemma, ma lo spingo all'estremo: gli indizi ci sono, ma sono ben nascosti, e sono tirati fino a pochissime pagine dalla fine. Fine che, sono sicuro, in molti non si aspetteranno.


Una vignetta di "Lavennder", Speciale Le Storie n. 4. Testi, disegni e colori di Giacomo Bevilacqua.

Parlare dell'idea alla base della storia è difficile, perché vorrebbe dire rischiare di svelarne il finale. Quindi ti chiedo, cosa ti proponevi di suscitare, nel lettore?

Per me i libri e i film migliori sono quelli che ti lasciano con la voglia di avere un qualcosa in più, anche solo altri 5 minuti, o un'altra pagina soltanto. In "Lavennder" c'è tutto quello che io volevo raccontare, non ho tenuto fuori nulla. Ogni mio fumetto si rivela nel finale, sempre. Dunque quello che io vorrei facesse il lettore dopo aver chiuso l'albo è la stessa cosa che ha sempre fatto con ogni mio fumetto (almeno a quanto dicono le testimonianze), ovvero ricominciarlo da capo e notare tutti gli elementi che hanno portato la storia fino a lì e che magari gli erano sfuggiti. Rileggere i miei fumetti una seconda volta fa notare cose che non si erano notate prima. E poi, mi piace l'idea che spendi i soldi per comprarne uno, e finisci per leggerne due.

Ma a Panda piace "Lavennder"?

Panda è in tutto e per tutto il mio "avatar", quindi come me (anche se non lo ammetterà mai, perché lui gioca a fare il tenero), è un grande appassionato di cinema horror di serie B degli anni '70 e '80. "Lavennder" è un po' figlio di quel tipo di cinema, i protagonisti sono molto "standard", le azioni che svolgono sono molto più che da copione, finché non ci si accorge che in realtà i protagonisti non sono loro. Panda spesso, nelle sue avventure, si comporta in maniera analoga, usa se stesso come un espediente per parlarti di tutt'altro, e lo fa dandoti diversi livelli di lettura. Ma d'altronde, anche lui è "figlio" mio, no?

Per concludere, ci vuoi raccontare qualcosa dell'albetto di Groucho che uscirà a Lucca? 

Ma certo! Il mio "grouchino" l'ho finito nel 2015, è una storia che vede Groucho impegnato in una mattinata particolare di settembre, perché è appena uscito dall'oculista e si ritrova in un quartiere di Londra completamente deserto, incapace di capire cosa sta succedendo e incapace di vedere al di là del suo naso per via delle gocce che il dottore gli ha messo, mentre in realtà qualcosa di "mostruoso" sta accadendo tutto attorno a lui, in special modo sui muri della città. Il titolo è "La sindrome di Stencil" e parla di arte. Ma lo fa in modo molto particolare...


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