Sul Fiume Grande con Mister No

Vacanze in Italia

Nel corso delle sue mille avventure, Mister No si è trovato anche ad attraversare l'Italia, prima sorvolando i nostri cieli durante la Seconda Guerra Mondiale, poi visitando uno dei siti archeologici più importanti del mondo, a nord del Lago di Bracciano...

VACANZE IN ITALIA

Non so se vi ho mai detto che l'Italia è un po' la mia seconda patria. Dopo il Brasile, ovviamente. Sono stato per la prima volta dalle vostre parti verso la fine del 1943, in una vacanza organizzata dallo Zio Sam (la stessa agenzia che in quel periodo aveva curato i miei viaggi fra varie isole del Pacifico: un po' troppo piene di Giapponesi, per i miei gusti). Arrivato a Tripoli direttamente dall'altra parte del mondo, fui imbarcato su un Savoia Marchetti 79 classe "Sparviero" diretto a Napoli: un modello di aerosilurante italiano che, per via della postazione di mitragliatrice che gli deformava la schiena, era chiamato "gobbo maledetto". Infatti, il mio era stato ribattezzato "Rigoletto" dall'inglese amante dell'opera che lo pilotava. In quegli anni, il volo sul Mediterraneo non era senza rischi: il nostro aereo fu intercettato da un paio di Messerschmitt tedeschi che crivellarono di colpi la cabina, mandando all'altro mondo i piloti. Ma per fortuna io me la cavo mica male, con la cloche in mano. Mi piazzai al posto di guida e riuscii a tenere in scacco i caccia nemici fino a quando non arrivò a darci manforte una pattuglia dei nostri, che fecero fare ai crucchi un bel tuffo dal cielo d'Italia direttamente nelle grinfie di Belzebù.


Una striscia di "Attacco suicida", Mister No n. 131. Testi di Guido Nolitta, disegni di Roberto Diso.

Sceso a Napoli, scoprii che non era la stagione migliore per una vacanza. Mi ero appena lasciato alle spalle gli acquazzoni torrenziali e il calore asfissiante dei tropici, e già mi trovavo immerso nelle piogge gelide, nelle nevicate e nella nebbia del più rigido inverno che gli italiani di quelle regioni riuscissero a ricordare. Io finii a campeggiare con una compagnia di simpatici texani nella valle del fiume Rapido. Tutta la zona era dominata da Monte Cassino, sulla cui vetta sorgeva un'antica abbazia che secondo i nostri capoccioni era la base di quei crucchi che già sapete. Per questo la bombardammo, il 15 febbraio 1944, distruggendola e provocando indignazione in tutto il mondo. Poi si venne a sapere che nessun corpo militare nemico vi era installato. Ma vi garantisco che allora non eravamo nella condizione ideale per ragionare sui valori eterni dell'arte. Intanto, io e i miei amici texani avevamo un altro problema: passare il fiume Rapido sotto il fuoco di mitragliere MG 92, cannoni anticarro, carri armati, e con migliaia di mine e tutti i tipi di filo spinato che ci aspettavano dall'altra parte. Un fiumiciattolo largo solo dodici schifosi metri si trasformò in una gelida tomba liquida per centinaia di ragazzi del Texas. Non so spiegarmi come arrivai vivo sulla sponda opposta, ma là trovai il deserto e il silenzio più totali: l'attacco era fallito, i nostri si erano ritirati. Fu allora che conobbi il capitano Stafford, che nella vita civile a Philadelphia era un ricco borghese con il pallino dell'antiquariato, e lo aiutai a riportare indietro la pellaccia dopo quell'ingloriosa battaglia.

La mia prima vacanza italiana proseguì a Roma, dove ebbi il tempo di fidanzarmi con una mezza dozzina di ragazze e incontrai la donna della mia vita: si chiamava Laura, per una settimana fu il centro del mio universo. Credo di averla baciata solo una volta ma, sapete come dice la canzone: "a kiss is just a kiss". Mi tirò il bidone proprio la sera in cui l'avevo invitata alla proiezione di "Casablanca" organizzata dal comando. Sarà per quello che non sono mai riuscito a vedere il film con la Bergman e Bogey? Bah, mi sembra di avervene già parlato... Comunque, la mia vita sarebbe stata molto diversa, se avessi seguito il sogno di quell'estate romana.


Una vignetta di "Storia di un eroe", Almanacco dell'Avventura 1996. Testi di Luigi Mignacco, disegni di Ferdinando Tacconi.

Poi mi spostai nell'alto Lazio, fra Tarquinia e Viterbo, poco a nord del lago di Bracciano, al centro di uno dei siti archeologici più importanti del mondo. La febbre dell'archeologia aveva preso anche molti miei compagni di viaggio americani che nelle ore libere, e soprattutto di notte, si dedicavano a saccheggiare le numerose tombe etrusche della zona, insieme a certe guide italiane. A loro rischio e pericolo. Più che dalla legge italiana o dall'autorità dell'esercito alleato, i predatori di tombe potevano essere puniti da un misterioso giustiziere che sembrava richiamarsi alla tradizione degli etruschi: Tuchulca, il demone della morte, rappresentato in un affresco della Tomba dell'Orco, a Tarquinia. La maledizione finì per colpire due amici miei: Stafford, che si era dedicato al saccheggio di tombe insieme a Martinez, un ragazzo di Portorico con cui avevo condiviso un bel po' di quella tormentata vacanza. Io, che sapevo in quale tomba stavano scavando, fui il primo a trovare i loro cadaveri. E mi trovai di fronte anche il demone in carne e ossa: oltre alla micidiale punta di lancia con cui li aveva uccisi, impugnava una luger e guidava una jeep con cui mi sfuggì nella campagna laziale, dopo aver tentato di accopparmi un paio di volte. Non sembrava un fantasma del passato, ma quando la sua moderna quattroruote lo lasciò a piedi, sparì dentro una parete di roccia come fosse fatto di nebbia. Io seguii la sua pista, perché aveva lasciato anche tracce piuttosto concrete, fino a un luogo turistico che avrei voluto visitare in occasioni migliori: il Sacro Bosco di Bomarzo è un bel posto se ci andate armati di macchina fotografica (o magari con uno dei vostri cellulari ipertecnologici), ma io mi trovai ad affrontare un ufficiale nazista con tanto di mitra, spalleggiato da una bella contessa italiana con cui avevo appena iniziato una storia che mi sembrava promettente. Riuscii a liquidare il crucco che aveva indossato le vesti del demone etrusco, ma la sua amichetta italiana mi avrebbe spezzato il cuore con una pallottola, se non fosse intervenuto un ufficiale del servizio segreto americano che mi pedinava con discrezione.

La mia vacanza europea a spese dello Zio Sam proseguì per parecchi mesi, fino a una foresta delle Ardenne dove una pallottola mi rispedì a casa. In Italia ci tornai alcuni anni dopo. Come, dove e perché, ve lo racconterò la prossima volta...

A cura di Luigi Mignacco


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