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Mister No. Yanoama

Arriva il 6 luglio in libreria, fumetteria e nel nostro Shop online, il libro "Mister No. Yanoama", dedicata alle storie che hanno raccontato l'incontro tra Jerry Drake e gli indios della tribù degli Yanoama.

Era il 1980 quando Mister No incrocia per la prima volta il cammino degli indios Yanoama, aiutando gli uomini di un piccolo villaggio amazzonico a recuperare le loro donne, rapite da una banda di bianchi sfruttatori. Gli Yanoama sono una tribù di indios tra le meno numerose, e questo estratto dall'articolo di presentazione pubblicato in apertura dI "Mister No. Yanoama" - arrivato in questi giorni in libreria, fumetteria e nel nostro Shop Online - ci racconta alcune loro particolarità.

Non ci può essere Mister No senza Amazzonia, e che Amazzonia sarebbe senza indios?

Come i pellerossa nelle storie di Tex, gli indios sono un elemento imprescindibile delle avventure di Mister No. Non è detto che debbano essere presenti in ogni albo (e, infatti, non lo sono), ma rappresentano - insieme alla fitta foresta pluviale, a giaguari e caimani, e a fiumi lunghi come autostrade - uno degli angoli della cornice entro la quale Jerry Drake dipinge le proprie peripezie. In definitiva: non ci può essere Mister No senza Amazzonia, e che Amazzonia sarebbe senza indios? Il vero problema - drammaticamente sempre più attuale - è che l'Amazzonia rischia di rimanerne a corto, di indios, esattamente come gli Stati Uniti lo sono di pellerossa, una similitudine che spinge a individuare anche cause analoghe per la loro scomparsa, prima fra tutte la fame di terra e di ricchezza dei bianchi.

Gli Yanoama (o Yanomami o Yanohama o Yanomamo, l’esatta grafia è impossibile da stabilire) sono molto pochi, appena uno sparuto pugno di indigeni sparsi nell'immensità della foresta amazzonica. Proprio alla loro natura schiva e solitaria ("mimetica", verrebbe da dire) devono la fortuna di esistere ancora e la sfortuna di essere un'etnia esigua, a perenne rischio d'estinzione. Ai membri di questo straordinario popolo appartengono i villaggi che, di tanto in tanto, compaiono quasi per magia tra le intricate selve pluviali, scorti per qualche istante da isolati trasvolatori i quali, soltanto se hanno a disposizione una macchina fotografica e sono lesti a usarla, possono documentare le loro asserzioni, altrimenti incredibili. Possono esistere, infatti, tribù che hanno consumato generazioni su generazioni senza aver avuto contatto alcuno con altri popoli? Dato il presupposto di una natura talmente selvaggia e impervia da sconsigliare esplorazioni e, al contempo, così vasta da poter essere battuta per anni da squadre di ricercatori senza che costoro passino due volte per lo stesso punto, la risposta è senz'altro positiva. Gli Yanoama ne sono un esempio. La loro forza costituisce anche una profonda debolezza: questi gruppi etnici sono talmente fragili che basta pochissimo, appena una spinta, per mandarli in frantumi. Si dovrebbero osservare e conoscere senza influenzarli, corromperne le usanze o, ancora peggio, cercare di estirparle. Molto difficile, soprattutto se a venire a contatto con loro non sono disciplinati e rigorosi antropologi bensì avidi e spietati garimperois, ovvero i cercatori d'oro (quasi sempre irregolari e non autorizzati) che setacciano la foresta amazzonica. Sono loro, nel proprio caotico e distruttivo avanzare, a imbattersi, talvolta, nei villaggi indios con conseguenze facilmente immaginabili.

L'Amazzonia, in questo momento, rappresenta un novello Far West, pronto ad assistere al massacro di un altro popolo. Ma la Storia dovrebbe averci insegnato qualcosa...

Ma gli Yanoama non sono docili agnellini: vivono in una società fortemente orientata alla violenza, dove le tribù sono impegnate in continui conflitti volti quasi esclusivamente alla razzia di donne. Il motivo non è difficile da intuire: il rinnovo di sangue in gruppi etnici numericamente ridotti e fatti di parentele incrociate è un'assoluta necessità, pena la degenerazione della specie. Per assuefarli rapidamente a questo clima, i bambini vengono educati rudemente, in famiglie scarsamente inclini all'affetto, e vengono addestrati sin da piccoli a comportamenti aggressivi. I villaggi dove questi ultimi crescono seguono invariabilmente la medesima architettura: un cerchio costituito da un unico, enorme tetto di foglie e liane (detto "shabono"), sostenuto da intelaiature di legno che servono anche a dividere gli spazi sottostanti in vani abitati dalle singole famiglie. Al centro si apre uno spazio aperto, dove si svolge la comune vita quotidiana. Strutture di questo tipo sono evidentemente molto fragili ed eccezionalmente soggette all'usura delle intemperie, per cui la tribù deve spostarsi ogni due anni circa per ricostruire altrove il proprio villaggio. Qualche volta, l'esterno dello "shabono" è fortificato, ma se questo può avere qualche utilità nel respingere le incursioni dei vicini, non ne ha alcuna nel fermare i garimpeiros, che devastano la foresta in cerca d'oro e di minerali preziosi, senza alcuna pietà né per l'ambiente né per chi lo abita. Spesso si tratta di disperati in cerca di sostentamento per sé e le famiglie, ma questa loro triste sorte non fa che rendere più crudelmente amara la situazione, verso la quale il governo brasiliano afferma di essere impotente. L'Amazzonia, in questo momento, rappresenta un novello Far West, pronto ad assistere al massacro di un altro popolo. Ma la Storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. O, almeno, così ci auguriamo.

A cura di Luca Barbieri


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