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Di nuovo nel crepuscolo!

È arrivato in libreria, fumetteria e nel nostro Shop online il volume dedicato alla trilogia dylaniata di Tiziano Sclavi, Michele Masiero e Montanari & Grassani, ambientata a Inverary, in piena Zona del Crepuscolo.

Iniziata nel 1987 sulle pagine di Dylan Dog, grazie alla fantasia di Tiziano Sclavi e ai disegni di Montanari & Grassani, proseguita quattro anni dopo dagli stessi autori e conclusa nel 2006 (stavolta con i testi di Michele Masiero), la saga di Mabel Carpenter arriva ora in libreria, fumetteria e nel nostro Shop online. Dylan Dog. La Zona del Crepuscolo è un volume degno di nota anche perché, oltre a raccogliere un ciclo di storie particolarmente inquietante quanto popolare, è la prima volta che il capitolo più recente viene stampato a colori. Un'ottima occasione per ripercorrere le vie di Inverary, tenendo magari a mente ciò che scrive Gianmaria Contro nella postfazione al volume, di cui riportiamo qui la prima parte.

Per non morire basta smettere di vivere, giusto?

"Punxsutawney" non è - per quanto paia sensato pensarlo - una parola in dialetto Klingon. In effetti, è un termine dell'antica lingua dei nativi-americani Delaware, e signica più o meno "città delle zanzare"... Il paesone che porta questo invitante nome - poco più che una punta di spillo sulla carta geografica della Pennsylvania - ebbe i suoi quindici minuti di celebrità nel 1993, quando il compianto regista-attore Harold Ramis ne fece la scenografia del suo Ricomincio da capo (alias Groundhog Day). In quel film - sorta di mini-cult movie che molti di voi ricorderanno - l'attore Bill Murray interpretava un cinico e annoiato reporter misteriosamente imprigionato in un loop spaziotemporale: gli toccava vivere e rivivere in eterno la stessa giornata...

È il destino che tocca anche alla Mabel Carpenter di Tiziano Sclavi, si direbbe. Svegliarsi ogni mattina nel quieto grigiore di Inverary e rivivere gli stessi eventi, gli stessi gesti, gli stessi incontri e dialoghi, congelati da un'impossibile Macchina del Moto Perpetuo, paradosso termodinamico che produce routine senza mai dissipare energia.
Ma il gioco è truccato due volte. Non è il Tempo a essere Out of joint, fuori sesto, incrinato, ripiegato in uno di quegli anelli tanto amati dalla narrazione fantastica da La Jetée (Chris Marker, 1962) a Edge of Tomorrow (Doug Liman, 2014). No, in questo caso è piuttosto la madrina e musa ispiratrice del Tempo, sua madre, sua causa e suo effetto - la Morte - a essere intermittente, o meglio vacante. Nelle strade di Inverary, l'estinzione, la Final Destination del nostro viaggio è stata dirottata in un limbo ipnotico, nel sonnambulismo di una trance imperturbabile, e dunque non può toccarci. Perché per non morire basta smettere di vivere, giusto?

Citazionismo (o furto d'autore, se preferite) è una parola-chiave del vocabolario bonelliano.

Citazionismo (o furto d'autore, se preferite) è una parola-chiave del vocabolario sclaviano, e, del resto, è soprattutto la parola che alimenta da sempre la caldaia del fumetto bonelliano. Qualcuno lo chiama, storcendo un po' il naso, parassitismo. Qualcun altro, viceversa, trova che sia il sale della vita, ciò che dà spessore alla bidimensionalità delle pagine dylandoghiane... Probabilmente hanno ragione entrambi i partiti, anche se, d’altro canto, c’è un ulteriore modo di vedere la questione. Mettiamola così: cosa sarebbe accaduto alla Twilight Zone (la Zona del Crepuscolo televisiva di Rod Serling che noi conosciamo come Ai confini della realtà), cosa ai libri di Frank Belknap Long (da cui sono nati il signor Belknap e la signora Long), e al The Facts on the Case of M. Valdemar di Poe, se l'Indagatore dell'Incubo - e altre dieci, cento, mille avventure dell'immaginazione - non li avessero ospitati in casa propria? Indubbiamente sarebbero sopravvissuti, nelle memorie dei collezionisti, sugli scaffali dei fanta-fanatici, lungo i corridoi delle scuole e tra le righe della saggistica letteraria, certo. Ma non avrebbero potuto fecondare - o meglio infettare - la fantasia di un pubblico così vasto e vario, brulicante massa di intelligenze pronte a trasmettere a loro volta il virus. Citare, insomma, è come riparare la bicicletta del nonno - che rischia d'arrugginirsi in cantina - per riportarla su strada. È fare buon uso di ciò che abbiamo ereditato.