Sul Fiume Grande con Mister No

Il ritorno di Ananga

Ananga, lo Spirito del Male dei Tupì-Guaranì, non è ancora stato definitivamente sconfitto. Ecco quindi il racconto del suo secondo incontro con Mister No, che vede l'intervento di un ospite d'eccezione.

Come avevo previsto, la storia di Ananga non era finita con la morte di Abigail Wolfe. Più di quattro decenni dopo, un amico professore mi telefonò da New York cercando informazioni sullo Spirito del Male dei Tupì-Guaranì. Vi ho già parlato di Martin Mystére, e prima o poi vi racconterò di come ci siamo conosciuti e dell'incredibile avventura che abbiamo vissuto in Amazzonia. Lui aveva scritto di Ananga in un suo libro, e mi chiese di raccontargli il mio incontro con quell'essere misterioso e terribile. Lo accontentai, a patto che mi spiegasse per quale motivo gli interessava una vecchia storia che tutti ritenevano frutto dei miei deliri alcolici. Mi disse che Ananga era tornato a mietere vittime molto lontano dalla foresta amazzonica, addirittura nella giungla d'asfalto di Londra. Mentre Scotland Yard cercava il serial killer che la stampa aveva soprannominato Artiglio, un detective amico di Martin si era messo in testa che l'assassino fosse posseduto dallo Spirito del Male citato nel libro del professor Mystére. Era un indagatore specializzato in un campo d'indagine del tutto particolare, l'incubo. Si chiamava Dylan Dog.


Una striscia da "L'urlo del giaguaro". Testi di Tiziano Sclavi, disegni di Giovanni Freghieri.

Quel nome bizzarro mi fece scattare qualcosa. Non avevo mai sentito parlare di lui, che in Europa era piuttosto famoso, eppure mi sembrava di conoscerlo da tempo. Sentivo una inspiegabile affinità con quello sconosciuto. Chiesi a Martin di tenermi informato sulla faccenda, e lui qualche tempo dopo mi chiamò per dirmi che il caso era definitivamente risolto. A quanto pare, Ananga era arrivato a Londra attraverso un giaguaro catturato nella foresta amazzonica e poi venduto a un circo. Lì lo Spirito del Male aveva trovato un ospite umano, diventando il killer dell'artiglio: pane per i denti di Dylan Dog, l'Indagatore dell'Incubo. Nella vicenda erano coinvolti un clown triste, un mago cialtrone e una bella trapezista. Alla fine Dylan aveva consegnato alla polizia il vero colpevole, che è sempre anche una vittima, e aveva preso in sé lo Spirito del Male riportandolo qui, in Amazzonia. Martin mi ha detto che non sa come il suo amico abbia varcato l'oceano, visto che ha la fobia di viaggiare in aereo. Io non ho ritenuto opportuno raccontargli del mio incontro con un giovane in abiti cittadini - giacca nera, camicia rossa e Clark's ai piedi - arrivato fino a Manaus con un lunghissimo viaggio in cargo, che mi aveva costretto a tirar fuori dall'hangar il mio decrepito Piper e a condurlo proprio nel luogo dove avevo incontrato Ananga. Insomma, quel tizio sul mio aereo non avrebbe dovuto salirci, no? E il mio Piper come ci è atterrato in mezzo alla giungla? No, credo davvero che questo mio incontro con un giovane londinese ombroso e taciturno sia una fantasia, o meglio un altro delirio causato dall'abuso di alcol.

Avevo dimenticato anche la vicenda del ritorno di Ananga, come la precedente. Quando si entra in contatto con l'oscurità più profonda, la nostra memoria non riesce a trattenere qualcosa che ci fa soffrire. Ma tutto mi è tornato in mente poco tempo fa, in modo improvviso e inspiegabile. Risvegliandomi da un sonno senza sogni, ho ricordato con grande chiarezza e in colori vividissimi il mio primo incontro con l'uomo chiamato Dylan Dog, avvenuto molti anni fa, ben prima del mio scontro con Ananga. Avevo salvato quel forestiero dall'aggressione di una banda di tagliagole, in un vicolo di Manaus. Lui mi aveva assunto per farsi portare in un certo punto della foresta, e aveva preteso di arrivarci via fiume e via terra perché non saliva su nessun aereo. Dylan Dog era un tipo molto diverso da me: non fumava, non beveva, non mangiava carne (anche se non sembrava sfuggire ai piaceri della medesima, sotto forma di graziose fanciulle), si ostinava a camminare nella giungla con le sue scarpe da città provviste di stringhe rosse, eppure sentivo una certa affinità con lui. Anch'io sono piuttosto anticonformista, no? Arrivammo nella radura in mezzo alla foresta dove sorgeva la statua di Ananga, che io non avevo mai visto prima, e proprio lì fummo aggrediti da una magnifica e letale donna giaguaro. La uccisi con un colpo di pistola, salvando la vita a Dylan Dog che era finito sotto le sue grinfie. E in quel momento vidi la storia del guerriero indio che per primo aveva ospitato lo Spirito del Male, e che per tentare di fermarlo si era ucciso gettandosi sulla propria lancia. Ma il suo sacrificio era stato vano, perché il suo corpo trafitto era divenuto la statua del Dio Giaguaro, abitata dallo spirito immortale di Ananga.


Una striscia di Fabio Civitelli da "Le radici del male", Dylan Dog Color Fest n.12. Testi di Michele Masiero.

Se tutto questo è successo prima del mio primo incontro con quel dannato mostro, perché io non me ne sono ricordato quando ho affrontato i coniugi Wolfe? E perché mi è tornato in mente all'improvviso, circa sei decenni dopo? Me lo stavo domandando quando ho letto su internet che a Londra era in corso una serie di omicidi misteriosi, con vittime dilaniate come se fossero cadute preda di un giaguaro. Ma quello che la stampa aveva soprannominato il nuovo Artiglio non uccideva da qualche giorno. E allora capii che il mio primo, dimenticato incontro con Dylan Dog e con Ananga era stato l'inizio e la fine di un cerchio di orrore. Quel mostro non ritornerà mai più, a Londra e neppure in Amazzonia.

A cura di Luigi Mignacco


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