Mister No

Le mie prigioni - Terza parte

Il racconto delle avventure "dietro le sbarre" di Mister No si avvia alla conclusione. Dalle carceri di Cayenna, Jerry Drake viene trasferito alla temuta Isola del Diavolo, dove ritrova l'odioso Dega.

LE MIE PRIGIONI III

Dove eravamo rimasti? Come vi ho raccontato la scorsa settimana, ero arrivato a Cayenna, nella Guyana francese, portando un certo Alan Marcel, e in meno di ventiquattr'ore mi ero trovato rinchiuso nelle vecchie carceri cittadine con l'accusa di avere ucciso Annie Moran, una ragazza conosciuta al night la sera prima. Il mio principale inquisitore era il commissario Ducros, un violento moralista. Ma in città avevo avuto dei guai anche con Guzman, il boss della malavita locale, che cercava il mio cliente. In prigione mi ero procurato alcuni amici e un acerrimo nemico, l'ergastolano Dega. Poi da Manaus era arrivato Esse-esse, portandomi mille dollari nascosti in un pacchetto di sigarette, come riserva per la mia permanenza alla famigerata Isola del Diavolo, posta alla foce del Rio Approague.


Una vignetta da "Relitti umani" Mister No 58. Testi di Alfredo Castelli, disegni di Franco Brignotti.

Nel penitenziario fui messo al lavoro in un campo sorvegliato, chiuso fra un'alta recinzione e una scogliera a strapiombo. Noi prigionieri guadagnavamo qualche soldo fabbricando falsi cimeli "firmati" dai prigionieri più famosi della storica Isola del Diavolo, come Alfred Dreyfus, e ce li giocavamo a poker. Il mio migliore amico dietro le sbarre, Moreno, mi disse che vinceva sempre Dega perché lui teneva il banco. Io incassai un discreto gruzzolo e lo nascosi nel buco dove tenevo il pacchetto di sigarette: qualcuno mi spiò e il giorno dopo per puro caso beccai un tizio che frugava nel mio nascondiglio, lottai e salvai i miei soldi ma nella penombra della baracca non riuscii a individuare il ladro. Non poteva trattarsi di Dega, che era al lavoro con altri detenuti, ma capii che mi aveva fatto vincere per trovare dove nascondevo il mio malloppo e poi aveva mandato qualcuno.  

Studiai un piano di fuga con Moreno e un paio di altri detenuti, partendo dall'infermeria. Ma lì ci finii davvero: mi slogai una caviglia combattendo un galeotto che aveva aggredito Monique Valmont, la bionda figlia del direttore. Era una bella ragazza dall'animo gentile, e si era spinta fino al campo di lavoro per spiare il trattamento inumano che il padre imponeva ai detenuti. Con una caviglia inservibile non potevo partecipare all'evasione, ma in infermeria scoprii che la guardia corrotta per far fuggire gli altri era lo stesso che aveva tentato di derubarmi, portava ancora i segni della lotta che avevo sostenuto con lui. Era una spia di Dega, chiaro che l'ergastolano era in combutta con i secondini. Corsi ad avvisare gli amici in fuga nonostante la mia caviglia dolorante, ma loro decisero di scappare lo stesso: una raffica di mitra li liberò per sempre dall'Isola del Diavolo. Solo Moreno fu ricondotto indietro vivo per essere frustato a sangue davanti a tutti, e allora denunciò Dega come spia degli sbirri. L'infame fu trasferito alla "reception", il villaggio dei secondini, molto più confortevole per i prigionieri, dove viveva anche Monique con il direttore suo padre. Invece Moreno fu gettato nell'Alveare, una punizione inventata alla vecchia Isola del Diavolo: una serie di celle sudicie e malsane, senza porte ne finestre, sormontate dai camminatoi delle guardie. Intanto un comitato di detenuti e secondini aveva deciso di punire Dega e offrì a me l'occasione di farlo. Lui, che aveva una certa libertà di movimento, fu attirato alla spiaggia con il miraggio di un traffico di marijuana. A me diedero un coltello e una notte di relativa libertà. Avrei potuto pugnalarlo alle spalle, preferii sfidarlo a viso aperto. Finì con Dega agonizzante sulla spiaggia e il vostro Mister No che bruciava le banconote che quel trafficante gli aveva offerto per salvarlo. La morte di Dega provocò una violenta punizione per detenuti e secondini. Qualcuno fece il mio nome e fui rinchiuso nell'Alveare. Qui rividi il povero Moreno, ormai in preda alla follia, e nei lunghi giorni che seguirono rischiai di diventare come lui, ma poi venni liberato per intercessione di Monique, anche se il padre non voleva. Fui messo a lavorare alla "reception", nel villaggio dei secondini.

A Cayenna, intanto, il boss Guzman aveva deciso di rompere il patto che aveva stretto con Esse-esse, perché lui non era riuscito a ritrovare Marcel. Mandò i suoi killer, e per aiutare il tedesco emerse dall'ombra l'ex rapinatore che era arrivato alla Guyana proprio per vendicarsi di quello che quindici anni prima era stato suo complice in una rapina a Rio de Janeiro, ma lo aveva tradito fuggendo con il bottino e consegnandolo alla polizia. Marcel aveva un rifugio segreto in città, un nascondiglio rivelatogli da un ex compagno di cella, e chiese aiuto a Esse-esse per rubare i documenti con cui il boss Guzman ricattava i potenti di Cayenna.


Una vignetta da "Catturatelo vivo!", Mister No 59. Testi di Alfredo Castelli, disegni di Franco Brignotti.

Io all'Isola del Diavolo non me la passavo male: mi vedevo con Monique, che era prigioniera di suo padre non meno dei detenuti, e con il suo aiuto avevo elaborato un nuovo piano di fuga. Ma quando arrivai alla spiaggia, dopo aver superato la recinzione, e vidi la scialuppa che avevo comperato da un barcaiolo spendendo buona parte dei miei mille dollari, trovai una sorpresa: anche Monique aveva deciso di evadere insieme a me, e non ci fu modo di dissuaderla. Credo che Esse-esse abbia fatto il colpo con Marcel quella notte stessa. Un lavoro da professionisti: dalle fognature, passando per il vano dell'ascensore, raggiunsero l'appartamento di Guzman, sorvegliato da guardie e da modernissime cellule fotoelettriche, che non impedirono a Marcel di aprire la cassaforte. Fra i documenti trovarono quello con cui Guzman teneva in pugno la polizia di Cayenna: una confessione del commissario Ducros, assassino di una prostituta nel 1945. Intanto la mia fuga era andata male, malissimo. Avevo raggiunto la terraferma con Monique e avremmo dovuto attraversare la giungla, che per me è come essere a casa, ma lei scivolò in un acquitrino e fu punta da un serpentello insignificante, il cui veleno è irrimediabilmente mortale. Forse avrei dovuto lasciarla lì e fuggire. Deposi il suo corpo ancora tiepido sulla barca e tornai all'Isola del Diavolo. Fui rinchiuso ancora nell'Alveare.

Dei giorni che seguirono ricordo soltanto una cosa, l'unico pensiero lucido che emerse dal mio delirio quando capii chi aveva ucciso Annie Moran, la ragazza di Cayenna: l'assassino era il commissario Ducros, che mi aveva accusato di omicidio prima di entrare nella stanza dove lei giaceva in un lago di sangue. Nel frattempo, a Cayenna, Esse-esse aveva ottenuto la revisione del processo e quel pazzo maniaco del poliziotto aveva confessato. A questo punto tutto accadde molto rapidamente. Il crucco venne a prendermi e tornammo insieme a Manaus: le mie prigioni erano finite. Certo, in seguito mi è capitato ancora di andare in cella e una volta mi sono addirittura fatto rinchiudere in un carcere messicano, per dare la caccia a un tipaccio ospitato lì. Ma nulla ha mai superato in orrore l'Isola del Diavolo.

A cura di Luigi Mignacco


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