Mister No

Le mie prigioni - Prima parte

Nelle sue tante avventure, Mister No ha avuto più di un'occasione per guardare il mondo da dietro le sbarre. Oggi ci racconta di quando fu fatto prigioniero dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

LE MIE PRIGIONI I

Il sole a scacchi l'ho visto più di una volta, a Manaus, soprattutto i primi tempi che vivevo là. Che il motivo fosse una discussione troppo accesa con qualche piantagrane incontrato al bar, una canzone intonata a volume troppo alto nel cuore della notte o una parola di troppo detta a un bellimbusto in divisa, il finale era sempre lo stesso: gli sbirri mi mettevano in prigione! E io non mi facevo troppi problemi a stare dietro le sbarre. Un po' perché la cella non era poi così diversa dalla catapecchia dove vivevo, e più di una volta mi è capitato di risvegliarmi in galera convinto di essere a casa, o viceversa. E soprattutto perché avevo conosciuto una prigione e dei carcerieri molto peggiori che quelli di Manaus solo pochi anni prima, durante la guerra.


Una vignetta da "Il tempio dei Maya", Mister No n.15. Testi di Guido Nolitta, disegni di Roberto Diso.

Nel 1942 ho partecipato alla resa di Bataan, nelle Filippine, dove fui catturato dai giapponesi insieme a settantamila militari alleati, dodicimila dei quali americani. Il campo di lavoro in mezzo alla giungla dove fui deportato era diretto dal colonnello Omoto, un ometto basso e occhialuto, ma anche una delle peggiori belve che abbia mai conosciuto. Al nostro arrivo ci disse che avremmo contribuito alla costruzione di un grande aeroporto militare per l'aviazione nipponica, promise un buon trattamento a chi lavorava, punizioni a chi batteva la fiacca, morte certa a chi avesse tentato di fuggire. Oltre a lui, dovevamo ubbidire al colonnello Morrison, l'ufficiale più alto in grado fra i prigionieri, che si era scontrato con Omoto per ottenere il rispetto della convenzione di Ginevra. Quando tre prigionieri tentarono la fuga, furono catturati e giustiziati davanti a tutti noi, dopo una settimana di prigionia inumana. Morrison commentò che l'esecuzione era una violazione dei trattati, ma che i fuggiaschi con la loro iniziativa avevano messo a repentaglio la sicurezza di tutti. Non potevo sopportarlo, e gli dissi in faccia che sarei evaso da lì. Lui rispose che mi avrebbe fatto sorvegliare dai suoi ufficiali, esentati dai compiti più faticosi. Ma c'era una cosa di me che né gli aguzzini giapponesi né i miei compagni di prigionia sapevano: io ero un pilota, e avevo elaborato un piano per squagliarmela alla guida di un cargo giapponese con una trentina di prigionieri a bordo. Rivelai il mio progetto a Jimmy Collins, un prigioniero inglese del Kenia che era diventato il mio miglior amico. Lui mi dissuase, disse che gli Zero giapponesi avrebbero abbattuto il cargo, mi convinse a evadere da solo dicendo che sarei stato un simbolo di speranza  per gli altri prigionieri. Anche Jimmy fu responsabile per quello che accadde dopo. Fuggii la sera in cui la pista fu completata. Per celebrare l'evento, il colonnello Omoto fece distribuire i pacchi inviati dalla Croce Rossa per i prigionieri. Ci fu una festa, e la sorveglianza allentata mi permise di sgattaiolare verso la pista. Decollai e puntai verso la Tailandia, a est. All'alba mi raggiunsero tre Zero. Aiutato dalla fortuna o forse dalla rabbia, riuscii ad abbatterli prima di precipitare sulla giungla. Fui accolto da Tung, partigiano birmano che mi ospitò nella sua capanna e, mentre le sue tre belle figlie si prendevano cura di me, si mise in contatto radio con il comando alleato. La rete di trasporti affidata alla resistenza mi fece attraversare tutta la regione occupata dai giapponesi, fino all'appuntamento con un sommergibile inglese nel golfo del Bengala.

A Ceylon, sede del comando britannico, mi presentai come tenente Drake, dell'aviazione americana, anche se in realtà ero stato degradato a fante ormai da parecchi mesi. Mi chiesero informazioni sul campo e sull'aeroporto, utili per i corpi speciali istituiti dal colonnello Orde Wingate, l'uomo che il generale britannico Wawell aveva incaricato di liberare la Birmania e che voleva applicare lo stesso metodo usato in Etiopia, cioè far agire dei piccoli gruppi di soldati dietro le linee nemiche. Il maggiore Hawkins, comandante dei commandos, aveva scoperto che non ero un vero ufficiale e mi costrinse a entrare nella sua squadra, completata dall'artificiere Achison e dal fante di marina australiano Neale, esperto di guerriglia. Nella giungla ci aspettava per farci da guida il mio amico Tung, accompagnato dalle sue figlie in veste di portatrici. Le tre ragazze erano vere partigiane e ci portarono fino all'aeroporto militare anche dopo che i giapponesi avevano ucciso loro padre. La pista era recintata. Individuammo senza difficoltà la santabarbara e il deposito di carburante. Non sto a raccontarvi come riuscimmo a farli esplodere, distruggendo la pista del colonnello Omoto nel cuore della giungla che era stata la mia prigione. Vi dirò solo che in quella missione di eroi senza gloria persero la vita tutti i commandos e anche le ragazze birmane, che furono le più coraggiose di tutti. L'ultima di loro, che si chiamava Poo, si fece saltare in aria per togliere di mezzo il colonnello Omoto e la motovedetta che ci impediva la fuga. Sopravvivemmo solo io e Jimmy Collins, l'unico prigioniero rimasto al campo, che avevamo liberato e partecipò con noi all'assalto.

Fu lui a raccontarmi quello che era successo il giorno dopo la mia fuga. Omoto per punire il mio gesto aveva scelto a caso dieci prigionieri che sarebbero stati giustiziati. Il colonnello Morrison aveva chiesto di essere considerato l'unico responsabile, ma aveva ottenuto solo di essere aggiunto ai condannati. Che non erano stati fucilati, ma sepolti nella sabbia fino al collo e lasciati morire di fame e di sete, come esempio per i loro compagni. Collins si sentiva responsabile quanto me per quello che era accaduto, perché mi aveva incoraggiato a fuggire. Anni dopo andai a trovarlo nella sua tenuta in Kenia. Il colono idealista, che si era arruolato per impedire che il mondo finisse sotto una dittatura e per costruire un futuro migliore per tutti, era in guerra contro gli indigeni della sua terra, che combattevano per l'indipendenza dalle autorità coloniali inglesi. La ragione non sta da una parte sola e i Mau Mau hanno commesso molte atrocità, ma io credo che i sogni di Jimmy Collins abbiano cominciato a morire in quel campo di prigionia in Birmania.


Una vignetta da "Tempesta sul Kenya", Mister No n.182. Testi di Guido Nolitta, disegni di Bignotti/Di Vitto.

Anch'io ho aggiunto quella ferita alle molte che mi ha lasciato la guerra. Per questo motivo, pur amando la libertà, ogni volta che i poliziotti di Manaus mi hanno messo in galera non ho mai pensato di fuggire. In prigione non stavo bene, ma il ricordo di com'era andata la mia grande fuga in Birmania, il pensiero delle conseguenze che aveva scatenato mi hanno sempre dissuaso dall'idea di evadere. Fino a quando non ho conosciuto una prigione peggiore di quella birmana. Accadde nella Guyana francese, a metà degli anni '50. Ma questa è un'altra storia... e ve la racconterò la prossima volta!

A cura di Luigi Mignacco


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