Intervista Dragonero

Dragonero: verso il numero 50!

In occasione della vittoria di Dragonero ai premi Micheluzzi 2017 come miglior serie dal tratto realistico, il curatore redazionale Luca Barbieri ha incontrato i due autori, Stefano Vietti e Luca Enoch, rivolgendo loro quattro domande a bruciapelo.

C'è molto da festeggiare per Dragonero: l'affetto del pubblico, anzitutto, sempre più entusiasta e costante nel seguire le avventure di Ian & soci. Il Premio Micheluzzi è la ciliegina su una torta che sarà sempre più succulenta e appetitosa. Per questo abbiamo deciso di festeggiare tutti insieme con un numero 50 (in uscita a luglio) interamente a colori, con un anticipo di ben cinquanta numeri e circa quattro anni, mese più mese meno, sulle consuetudini della Casa editrice (ovvero i mitici "Numero Cento"). Nel frattempo, in attesa della calda estate, abbiamo chiesto a Luca Enoch e Stefano Vietti, sempre cortesi e disponibili, una mezz'ora del loro tempo per rispondere a qualche domanda.

Dragonero ha vinto il premio Micheluzzi, a dimostrazione di un apprezzamento sempre crescente di pubblico e critica. Considerando anche il successo dei vostri due romanzi tratti dalla serie ("La maledizione di Thule" di Stefano Vietti e "Il risveglio del potente" di  Luca Enoch, entrambi editi da Mondadori), la domanda è d'obbligo: qual è la ricetta per scrivere un buon fantasy?

Amare il genere, in ogni sua sfaccettatura: letteraria, cinematografica, fumettistica... Ma non idolatrarlo, in modo da essere in grado di "tradirlo" quanto basta per dare vita a un prodotto originale.

Stefano Vietti: Ci vogliono soprattutto dei personaggi forti... e li avevamo già pronti: i protagonisti di Dragonero, calati direttamente dalla serie mensile a fumetti. Personaggi forti, ma soprattutto collaudati, "già scritti" e vissuti... pronti quindi per dire la loro dentro le nuove avventure in prosa.

Luca Enoch: Prima cosa, amare il genere, in ogni sua sfaccettatura: letteraria, cinematografica, fumettistica... Amarlo ma non idolatrarlo, in modo da essere in grado di "tradirlo" quanto basta per dare vita a un prodotto originale.  Almeno nelle intenzioni. E poi si devono amare le mappe. Non si può fare un buon fantasy se non si ha una fissa per le mappe, specialmente quelle incomplete. Non a caso il mio romanzo è una storia di viaggio, fuori dai confini conosciuti.

I numeri della serie presi in esame dalla giuria sono stati quelli che vanno dal 32 ("La tratta delle schiave") al 43 ("L'orrore di Teoan"). Di questi, qual è il vostro preferito e perché?

SV: "L'ultima Difesa", il numero 33, è il mio preferito. È una storia di guerra con belle scene d'azione di massa, piccoli e grandi eroismi personali, una battaglia finale tra le rovine di una città perduta in mezzo al deserto... cose da raccontare poi davanti al camino acceso di una locanda, se hai avuto la fortuna di essere tra i sopravvissuti.

LE: Forse le tre storielle del Magazine 2016, perché fuori continuity e lontane dai drammatici eventi della serie regolare. Una piccola parentesi di vita cittadina tra gare di carriole, tentativi di cucinare lo smardjass, lotte senza esclusione di colpi tra tifoserie e festa finale con lancio di lanterne volanti. Molto divertenti da scrivere e da leggere.

Il numero 33, è il mio preferito. Una storia  da raccontare davanti al camino acceso di una locanda, se hai avuto la fortuna di essere tra i sopravvissuti...

Tra poco arriverà la saga delle Regine Nere, destinata a sconvolgere l'universo di Ian, Gmor e Sera. Evitiamo di raccontare troppo, ma diamo un aggettivo che ritenete indispensabile per commentare questa saga.

SV: Epica.

LE: Catastrofica.

Nel prossimo futuro, il mondo di Dragonero si amplierà: in autunno è prevista l'uscita della serie "young", per un pubblico più giovane, mentre il prossimo anno ci sarà il debutto della collana "adult", dedicata invece a un pubblico più maturo. Senza contare le moltissime, ulteriori novità ben custodite nei cassetti della Redazione. Ditemi sinceramente: come riuscirete a far fronte a tutto?

SV: Dedizione, impegno, organizzazione del lavoro... e giornate di 36 ore grazie a un macchinario di nostra invenzione.

LE: Totale incoscienza, completa ignoranza dei propri limiti psico-fisici, spavalda - e immeritata - fiducia nelle proprie competenze, e assoluta incapacità di valutare preventivamente la mole di lavoro che ci aspetta.

A cura di Luca Barbieri


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