Mister No

Western!

Qualcuno è solito prendere in giro Mister No dicendo che è nato con un secolo di ritardo, da tanto sembra un pistolero del vecchio west. Ma lui nel far west c'è stato veramente, e più di una volta!

WESTERN!

A Manaus qualcuno mi prende in giro dicendo che sono nato con un secolo di ritardo: porto il cinturone al fianco come un pistolero del far west, viaggio sul mio Piper bianco al posto del cavallo, e sono venuto in Amazzonia per cercare una frontiera che dalle mie parti non esiste più. Questi spiritosoni non sanno che là nel selvaggio west io ci sono stato per davvero, in almeno un paio di occasioni.

La prima volta fu ad Albuquerque, New Mexico. Io ero il pistolero più temuto della frontiera, il cowboy dal grilletto facile, il dito più veloce di tutto il sud ovest. Peccato che un certo Baker sia riuscito a fregarmi, piantandomi una pallottola in corpo e lasciandomi disteso nella main street sotto il sole di mezzogiorno. Questo non m'impedì di partecipare a una rissa colossale nel saloon del villaggio, poco dopo. E neppure di contribuire all'assalto indiano che interruppe la scazzottata, combattendo però fra le fila dei fieri Apaches. Ero stato assunto come comparsa in un film western dal budget davvero basso, e prima di licenziarmi avevo fatto troppe parti in commedia. Era il 1945 e all'ovest c'ero arrivato per mantenere la promessa fatta a un commilitone morto nell'ospedale dove ero stato ricoverato dopo la guerra. Così avevo conosciuto una famiglia di moderni Apaches e li avevo aiutati a difendere la loro terra da certi visi pallidi, autentiche iene. Poi ho portato le ceneri di un altro mio commilitone dalla pelle rossa fino al Cerro Puerto de Layas, la montagna sacra degli Apaches in territorio messicano. Un vero viaggio nel far west, fra indiani e fuorilegge, ma a bordo di un'assurda cadillac rosa.


Una vignetta da "Una storia del west" Speciale Mister No 15. Disegni di Giuseppe Viglioglia, testi di Michele Masiero

Alla frontiera ci sono tornato cinque anni dopo, scoprendo che da quelle parti può succedere di tutto. Che la diligenza con cui vieni accolto alla stazione del treno venga assalita dagli Apaches, in pieno 1950. Che stegosauri, triceratopi e tirannosauri pascolino tra i derrick insieme a mandrie di cavalli selvaggi. Che nella main street di un villaggio fantasma ti affronti un implacabile pistolero robot. Che i soliti indiani attacchino un palazzo veneziano eretto in mezzo al deserto dell'Arizona. E che ogni tanto sbuchi un tizio con stetson in testa e chitarra fra le braccia, seduto sulla staccionata di un ranch, e commenti il tutto con una canzone country.

Ero andato in Arizona per prendermi una vacanza dai miei guai di New York, ospite di John Trevor, un riccone amico di amici. Vennero a prendermi con una diligenza, che fu assalita dagli indiani mentre attraversava la Monument Valley, nemmeno fossimo in "Ombre Rosse". La pagliacciata era stata organizzata per accogliermi, e finì in tragedia. Uno dei figuranti indiani, che poi era un indiano vero, fu ucciso da una vera pallottola. A indagare sul caso arrivò lo sceriffo Ford, John Ford, che aveva una benda sull'occhio ed era nato ai tempi del west. Immaginatevelo come il regista, e non sarete lontani dal vero. Si spostava soltanto a cavallo e il suo vice Jedson lo seguiva in auto con il motore al minimo, pronunciando una frase che mi risuona ancora nell'orecchio: "Johnson. Mi chiamo Johnson".

Trevor assomigliava a un attore da film western di serie B. Mi accolse al suo ranch insieme a tutti gli altri sospettati. Che poi erano i suoi familiari: la  giovane seconda moglie Claire, la figlia Louise, il cognato Keit Corradine, l'avvocato Stewart, e poi Mitchell, medico di famiglia, Walter, soprastante del ranch, e il maggiordomo Donald. Me li ricordo con le facce degli attori di Ombre Rosse, forse perché li ho conosciuti tutti sulla diligenza con indosso i costumi del film. Magari a voi sembrerà che questa sia una frottola inventata dal solito Mister No. E invece è tutto vero. Trevor era un pazzoide fanatico del west e amava ricostruire i vecchi film. Aveva riempito le sue proprietà con mandrie di cavalli, che lasciava liberi, e con pupazzi meccanici fabbricati dal suo amico Walt Disney per il parco divertimenti che stava per inaugurare a Burbank, Calfornia: dinosauri in grandezza naturale, un inquietante pistolero invulnerabile e chissà che altro. Il palazzo veneziano l'aveva comprato e fatto trasportare in Arizona mattone per mattone. Sua figlia era più pazza di lui e continuava a simulare la propria morte usando trucchi cinematografici come coltelli e sangue finto. E gli altri inquilini del ranch non erano meno svitati.  L'unico con un po' di sale in zucca, in tutta questa storia, era Sam Hokahey, l'anziano capo degli Apaches e padre di Billy Jack, l'indiano ucciso. L'altro suo figlio Billy Jack (tutti i suoi sette figli si chiamavano così, perché era un nome facile da ricordare, e avevano anche dei veri nomi indiani che per noi non significano nulla) voleva vendicare il fratello.  


Una vignetta di "Il marchio dell'assassino" Mister No 106. Disegni di Roberto Diso, testi di Tiziano Sclavi

Comunque, le indagini dello sceriffo avevano appurato che il proiettile assassino era stato sparato alle spalle e non dalla diligenza. Fu arrestato Dustin, un altro figurante indiano, che però fuggì dall'ufficio dello sceriffo e finì per farsi uccidere nella ghost town. Alla fine fui io a risolvere il caso, improvvisandomi detective. Ma prima scoprii due cose: che il ricchissimo Trevor era in bancarotta, assediato da creditori che scacciava a colpi di pistola come fossero noiosi desperados. E che il terreno della sua proprietà traboccava di petrolio, anche se lui odiava l'oro nero e dopo i primi test era stato lieto di credere il contrario. L'assassino, o meglio gli assassini, erano TUTTI gli ospiti del ranch, dalla moglie fino al maggiordomo, che avevano complottato per far fallire Trevor e dividersi la sua proprietà. L'indiano onesto voleva rivelare tutto al ranchero e per questo era stato ucciso da Dustin, pagato dai cospiratori e poi da loro eliminato in quanto pericoloso testimone. Svelato il mistero, mi ritrovai solo contro tutti, nella migliore tradizione del west, e fui salvato dallo sceriffo, idem come sopra. Così ripartii verso ovest, come un povero cowboy solitario, la cui casa è tanto lontana.

Quando racconto questi fatti, a Manaus, nessuno mi prende sul serio e molti se ne vanno prima che abbia finito. Eppure non è una vicenda più brutta delle altre, o meno vera. Anzi. Secondo me, il problema di questa storia è che è troppo divertente. Se vuoi che la gente ti creda, devi dargli un po' di dramma o qualche tragedia. La commedia è sottovalutata.

A cura di Luigi Mignacco


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