Intervista "La Bestia"

Rosa rosso sangue

In uscita giovedì 11 maggio, "La Bestia" è una violenta storia di serial killer ambientata negli Stati Uniti del passato non troppo lontano. Lo sceneggiatore Bruno Enna ci racconta com'è nato questo Romanzo a Fumetti.

Nuova uscita del bimestrale Romanzi a Fumetti, "La Bestia" è sceneggiato da Bruno Enna e disegnato da Luigi Siniscalchi, che ci immergono in un'America dura e violenta, che sta iniziando a scoprire la figura del serial killer. Abbiamo chiacchierato con Bruno Enna per farci raccontare com'è nata la storia e cosa esattamente ci ha voluto raccontare.

Tu sei un autore poliedrico, che ha realizzato storie diversissime per editori diversissimi. Come e quando è nata l'idea di scrivere un fumetto come "La Bestia"?

Credo di essere più che altro fortunato: non capita a tutti di avere la possibilità di potersi esprimere in tanti modi e in vari contesti. La nascita de "La Bestia" è stata una fortuna nella fortuna, poiché mi è stato concesso di esplorare nuove strade narrative in completa libertà. Michele Masiero mi ha chiesto di proporre un'idea per i Romanzi a Fumetti e, in effetti, è stato proprio lui a fornirmi certi preziosi spunti iniziali, suggerendomi poi di osare e di provare a utilizzare un linguaggio diverso da quello "classico" bonelliano.

Volevo raccontare dell'inadeguatezza di determinati strumenti messi in campo dalla giustizia statunitense (e non solo) in indagini di questo genere.

Il racconto inizia nel 1969 e si sviluppa nel 1980. Perché hai sentito il bisogno di ambientarlo nel passato?

Perché trae ispirazione da romanzi e film girati o ambientati in quel periodo, come "Il silenzio degli innocenti" e "Zodiac". Perché io sono nato nel 1969 (svegliando mio padre la notte dell'allunaggio e permettendogli così di seguirlo in diretta). E perché avevo l'esigenza di creare una narrazione dal respiro lungo, in grado di suggerire al lettore un aspetto che mi stava a cuore: la difficoltà di trovare e incriminare i veri colpevoli di certi delitti, che spesso restano impuniti. Volevo raccontare anche dell'inadeguatezza di determinati strumenti messi in campo dalla giustizia statunitense (e non solo) in indagini di questo genere. Per non parlare degli assassini seriali, spesso tratteggiati come dei veri e propri "geni del male", ma che in realtà sono tutt'altro. La vita è sempre molto più complessa e sfaccettata. Ho provato a descriverla, a modo mio.

"La Bestia" è molto palese nella rappresentazione della violenza, che è una cosa cui forse i nostri lettori non sono abituati. C'è qualche caso di cronaca a cui ti sei ispirato?

Non uno, nello specifico. Di certo, mi ha ispirato la descrizione fatta dall'ex agente dell'FBI John Douglas nel suo "Nella mente del serial killer", pubblicato Edizioni Clandestine, che parla della caccia a BTK, lo Strangolatore di Wichita, catturato (non certo per merito della polizia) dopo ben 31 anni. Si tratta della cronaca di fatti realmente accaduti e leggere del modo in cui quel folle uccideva le sue vittime (intere famiglie) mi ha colpito molto.


Un disegno di prova di Luigi Siniscalchi per "La bestia", testi di Bruno Enna.

Ma quali elementi, nella storia, sono reali e quali di fiction?

La storia in sé è pura fiction, ma si muove in un periodo storico reale, esplorando alcuni fatti legati alla nascita del concetto stesso di "serial killer", nel 1969 questo termine non era ancora stato definitivamente coniato. Non che al tempo non esistessero gli assassini seriali (nella storia dell'uomo non sono mai mancati), ma semmai scarseggiavano le figure in grado di studiarli e classificarli. Il fenomeno veniva sottovalutato (mentre oggi - forse complici anche i libri, i film e le serie TV - viene stimato eccessivamente) e le forze di polizia avevano difficoltà a cooperare per incrociare i dati sui delitti. La vicenda narrata procede in questa direzione. Non a caso la protagonista, Mary Jane Patridge, è un'analista della BSU (Behavioral Science Unit), l'unità speciale nata nel 1972 (e chiusa nel 2014) nell'alveo della Divisione Formazione dell'Accademia dell'FBI, per lo studio e la comprensione dei cosiddetti "crimini violenti".

La storia in sé è pura fiction, ma si muove in un periodo storico reale, esplorando la nascita del concetto stesso di "serial killer". Nel 1969 questo termine non era ancora stato definitivamente coniato.

Dopo un boom tra gli anni ’80 e ’90, sembra quasi che oggi la fiction sia meno interessata alla figura del serial killer. Hai anche tu la stessa impressione?

In realtà credo che l'argomento sia sempre molto d'attualità: praticamente in tutte le serie televisive statunitensi, prima o poi, emerge la figura del serial killer. Anzi, di solito è proprio lui a trainare la continuity stagionale: penso a serie popolari come "Bones" - e il malefico "Pelant" della penultima stagione - oppure a "The Mentalist" e al suo inafferrabile "John il Rosso", buono per tutte le stagioni. Immagino che a stufare, alla lunga, non sia tanto l'argomento in sé quanto il modo in cui è trattato: questi assassini televisivi sono talmente geniali e inafferrabili da risultare quasi soprannaturali. Viene a mancare l'elemento realistico e il tutto assume toni grotteschi (penso agli elaborati "indovinelli" che quei poveri assassini devono inventarsi, ogni volta, per tentare d'infinocchiare gli investigatori di turno...). Negli ultimi anni, però, qualcuno ha cercato di proporre un nuovo approccio, mi riferisco ad esempio alla prima stagione di "True Detective" e all'ottima "The Bridge": due serie che, pur intrattenendo, riescono ad approfondire e a mostrare gli elementi più morbosi, realistici e inquietanti del fenomeno.


Nelle ultime settimane il remake Disney di La bella e la bestia ha fatto sfracelli, al cinema. Nel tuo fumetto, tu accenni una lettura molto diversa, della fiaba originale. Come mai hai scelto l'opera di Beaumont, per il tuo racconto?

Senza togliere niente alle narrazioni cinematografiche, credo che le fiabe originali siano molto meno rassicuranti: spesso esprimono concetti inquietanti e sono per me spunto di riflessione. L'opera di Beaumont non fa eccezione (anche se si può considerare una versione meno estesa e più "educativa" rispetto a quella di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, del 1740). In questa fiaba c'erano tutti gli elementi utili alla mia storia: la tensione sessuale, il tradimento, l'amore e (in un certo senso) la morte. 


Un disegno di Luigi Siniscalchi per "La Bestia", testi di Bruno Enna.

Il segno di Siniscalchi è molto duro, spigoloso, e questo aggiunge qualcosa alle atmosfere disturbanti che hai creato. Gli hai dato qualche indicazione particolare, in questo senso?

Gli ho fornito tutta la documentazione che ritenevo adeguata, ma lui ha fatto gran parte del lavoro, andando a cercarsi costumi (persino acconciature), mezzi, ambienti che potessero ben adattarsi al lungo arco narrativo descritto. A mio avviso il suo tratto è unico e subito riconoscibile, nel panorama fumettistico nostrano. Lui non cerca la perfezione, la vignetta "leccata" con tutte le righine al loro posto, ma il giusto modo per interpretare una data scena e comunicare al lettore forti emozioni. Basta vedere la caratterizzazione della protagonista e notare la sua incredibile varietà espressiva. Mary Jane è viva e lotta con noi. Mentre leggiamo la storia, speriamo insieme a lei, soffriamo con lei, vignetta dopo vignetta. Ogni personaggio realizzato da Luigi respira, pensa, è tridimensionale, reale. Ho scritto la sceneggiatura pensando al suo modo di disegnare e lui l'ha realizzata pensandola come un film. Il risultato, a mio parere, è esaltante.

La trama poliziesca si dipana come un gioco di specchi, che convince il lettore di una cosa per poi dimostrargli il contrario. Questo porta diverse scene ad essere vere e proprie sorprese, quando invece in un film molto spesso le stesse scene appaiono telefonate. Quant'e difficile, portare il lettore dove si vuole come hai fatto tu in questa occasione?

Non è facile, in effetti, anche se in fase di scrittura vengono in aiuto certe specificità tipiche della narrazione fumettistica. Il mio obiettivo, comunque, non era semplicemente quello di depistare o spiazzare il lettore (infatti, ho cercato di fornirgli gli elementi per arrivare, da solo, alla soluzione del "giallo"). Volevo invece mantenere alta la tensione, ma anche provare a trasmettere un costante senso di inquietudine. Avendo a disposizione un autore della caratura e della versatilità di Luigi Siniscalchi, ho deciso di scrivere un vero e proprio thriller "cinematografico" (di quelli che mi appassionavano, proprio tra gli anni '80 e '90). La mia intenzione era quella di intrattenere, divertire e coinvolgere. Spero di esserci riuscito. 

A cura di Alberto Cassani e Adriano Barone


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