Intervista Nathan Never

De Angelis Annozero!

Abbiamo chiesto a Roberto De Angelis di portarci dietro le quinte di Nathan Never Annozero, la miniserie in sei parti che, in questi mesi, è tra gli avvenimenti più attesi e chiacchierati tra i fan neveriani. Ecco cosa ci ha raccontato!

Roberto De Angelis, napoletano, classe 1959, è uno dei veterani dello staff di Nathan Never, e il suo nome e le sue chine inconfondibili accompagnano il personaggio creato dalla Banda dei Sardi sin dagli esordi in edicola. Dopo venticinque anni (e oltre!) trascorsi nel mondo dell’Agente Speciale Alfa (con alcune digressioni su altre collane bonelliane, quali “Tex”, “Dylan Dog” e “Caravan”), con l’uscita di Nathan Never Annozero, Roberto dimostra di avere ancora tanta voglia di muoversi nell’universo neveriano, offrendo una prova vigorosa del suo stile e delle sue capacità di narratore per immagini e di creatore di splendide e memorabili atmosfere futuribili. Mentre in edicola arriva "Agenti Alfa", la quarta puntata di Annozero, e l’avventura si dipana in modo sempre più accattivante, abbiamo incontrato il disegnatore campano per fare quattro chiacchiere sul suo lavoro sulla miniserie scritta da Bepi Vigna, nonché sulla sua lunga frequentazione del mondo del futuro “made in Bonelli”.

► Quando hai iniziato a lavorare ad Annozero? Quanto tempo ci è voluto per completare la miniserie che sta uscendo in questi mesi in edicola?

Ho cominciato a disegnare Annozero nell’ inverno del 2012, subito dopo aver concluso i due albi che chiudevano la lunga saga della “Guerra dei Mondi”. Saga che impegnò non poco redazione e autori, costretti a lavorare in tempi strettissimi e in un sistema a incastro che lasciava margini praticamente nulli a eventuali intoppi. Intoppi che si sono puntualmente verificati, tant’è che non riuscii, per una serie di motivi indipendenti dalla mia volontà, a terminare l’ ultimo e conclusivo albo.

Annozero ha richiesto quasi tre anni di lavoro continuativo e dedizione assoluta.

Annozero ha richiesto quasi tre anni di lavoro continuativo e dedizione assoluta: per affrontare un lavoro tanto lungo e impegnativo occorre un tipo di concentrazione difficile da mantenere in un arco temporale insolitamente ampio, almeno per i nostri standard. Inoltre lavori di questa portata documentano, in forma supercompressa, l’evoluzione dello stile di un autore. In tre anni il tratto di un disegnatore può subire cambiamenti tanto significativi da creare una certa disomogeneità tra la prima parte del lavoro e l’ultima. Per questo motivo, prima di consegnare definitivamente l’intero blocco di tavole, ho rivisto ampiamente la prima parte ed effettuato una lunga serie di correzioni, mirate a minimizzare le inevitabili differenze tra prime e ultime tavole.

► Quali sono state le indicazioni di Bepi, utili a farti immergere nell’atmosfera del racconto?

Bepi è uno sceneggiatore che lascia sempre ampi margini di manovra al disegnatore. La nostra, poi, è una “coppia” molto ben rodata: lavoriamo insieme fin dai primissimi anni ‘90 e conosciamo molto bene le nostre reciproche caratteristiche. Questa mini, però, si sviluppa su un preciso presupposto: raccontare PER INTERO E SENZA OMISSIONI la storia delle origini Nathan Never e farlo da un punto di vista il più crudo e diretto possibile. Quindi Bepi mi ha chiesto un approccio più realistico rispetto a quello della serie regolare e un’atmosfera “noir” al limite dell’ espressionismo. Ho accolto questi suggerimenti con grande entusiasmo perché rappresentavano il punto cardinale verso cui avevo già deciso di indirizzare il mio stile, fin troppo “linea chiara” a mio parere. Un bagno di nero di china e carta ruvida era esattamente quello che cercavo e, fortunatamente, anche quello che serviva per la buona riuscita di questa storia.


"Un bagno di nero di china e carta ruvida era esattamente quello che cercavo [...]"

► Sei uno dei veterani della serie dell’Agente Speciale Alfa: che effetto ti ha fatto riraccontarne le origini – seppure con ampie riscritture –, riprendere alcuni elementi delle prime storie di Nathan e visualizzarle con il tuo stile attuale?

Molto, molto piacevole. Non ho mai nascosto il mio affetto per il Nathan Never del primo periodo, per il suo carico di dolore, disincanto, rimorso e per quel suo romanticismo che lo porta a collezionare vecchi vinili, libri, oggetti. Un uomo in cortocircuito che vive ingabbiato in un ruolo che non gli si addice e usa il tempo che gli resta per salvare la propria anima. Un po’ come un killer che coltiva rose rare. Riportare indietro le lancette fino ad uno dei momenti cruciali della sua esistenza mi ha permesso di rispolverare vecchie atmosfere senza il timore di cadere nel cliché dell’antieroe dolente perché, ricordiamolo, nella sceneggiatura di Bepi, tutto quello che accade, accade qui, tra queste pagine, e per la prima volta.

► A proposito di stile: ti capita mai di ripensare alle tue prime prove per la serie? Sia i veri e proprio test per entrare nello staff che i primissimi albi da te firmati?

Certo che le ricordo. Erano sei tavole di prova standard (credo che vengano usate ancora oggi per testare le capacità dei disegnatori in prova) con le varie ambientazioni che caratterizzano la nostra testata. Non erano così male, almeno se viste alla luce delle mie capacità di allora. I primi albi, invece, evito di riguardarli: tanti errori, un linguaggio ancora zoppicante e un pizzico di immotivata presunzione li rendono piuttosto indigesti. Fortunatamente la grande passione che nutrivo, e nutro ancora oggi, per il disegno e per la Sci-Fi ha, in parte, salvato il risultato finale. Potrei intitolare quel capitolo della mia vita “Dove non arriva il talento, arriva l’ impegno”.


"Riportare indietro le lancette fino a uno dei momenti cruciali della sua esistenza [...]"

► Gli ultimi venticinque anni di esperienza, come hanno cambiato il tuo modo di approcciarti alle tavole? Come si è evoluta la tua tecnica?

Caoticamente. O, per meglio dire, senza un piano preciso, una rotta premeditata. Cambio per il gusto di cambiare più che per raggiungere un obiettivo prefissato. Cerco di modificare continuamente metodo e strumenti di lavoro perché solo agendo su questi aspetti, apparentemente secondari, si riesce a incidere sullo stile. Lo stile nasce da regioni troppo remote del nostro io perché lo si possa manipolare a piacimento. È un potentissimo giroscopio che, per quanto ci si dibatta, ci riporta sempre nella posizione di partenza. È qualcosa che confina pericolosamente con l’immobilità e con l’involuzione che fatalmente segue. Una sana azione di contrasto alla tirannia dello stile è un dovere più che un’opzione.

► Le tue tavole sono sempre ricche di affascinanti dettagli tecnologici, architettonici e di design: sembri divertirti ancora molto nell’inserire un palazzo dalla struttura particolare, un’auto dalla linea insolita… tutti elementi che restituiscono al lettore un certo “profumo” di futuro. È così? Quali sono le principali fonti della tua ispirazione, in quest’ambito?

Inventare strutture, architetture, meccanismi e tecnologia varia è un esercizio stimolante, divertente, faticoso e, talvolta, frustrante: bisogna improvvisarsi ingegneri, architetti, costumisti, designer e così via. Questo lavoro, però, è cambiato molto e negli ultimi tempi la richiesta di un maggiore realismo ha portato i disegnatori ad attenuare certi voli di fantasia, suggestivi sul piano visivo ma deboli su quello dell’anticipazione. Faccio un esempio: i computer, nei primi albi di Nathan, erano degli ingombrantissimi scatoloni, zeppi di sezioni e tubi come un organo a canne. Ed erano belli, sia da disegnare che da guardare. Ma poco credibili.


"Inventare strutture, architetture, meccanismi e tecnologia varia è un esercizio stimolante [...]"

Oggi disegniamo fogli fluttuanti molto più verosimili ma, ahimè, desolatamente banali (soprattutto in un fumetto in bianco/nero), quindi mi chiedo: cosa è meglio? Anticipare (ma sarebbe già tanto riuscire a tenere il passo) la tecnologia o piegare il suo futuro aspetto ai nostri scopi, senza curarsi troppo della plausibilità?

► E parlando di futuro, so che hai fatto una capatina anche su un’altra serie fantascientifica bonelliana… Come è andata? Puoi fornirci una piccola anteprima?

In effetti ho appena concluso il primo albo di una mini serie di tre numeri, uno spin off di “Orfani” interamente dedicato al personaggio di Jsana Juric, la spietata presidente vista nelle tre stagioni precedenti. Il testo, interamente scritto da Paola Barbato con intermezzi di Roberto Recchioni, ricostruisce la vita della Juric seguendola nel percorso che, da piccola profuga, la porta a diventare presidente di un mondo in agonia. La fantascienza non sarà il tema centrale di questa storia, più votata all’introspezione che all’azione, il cui scopo è quello di dare tridimensionalità a un personaggio con un potenziale difficile da sviluppare in una serie corale come “Orfani”.

A cura di Luca Del Savio


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