Intervista Dylan Dog

Bilotta incontra De Tommaso

Un’amichevole chiacchierata tra i due autori ci porta dietro le quinte di “La macchina umana”, Dylan Dog 356, l’albo dell’Indagatore dell’Incubo attualmente in edicola.

Dylan Dog si ritrova all’improvviso impiegato in un ufficio, nel quale l’orrore non è più quello rappresentato da mostri, serial killer e incubi soprannaturali bensì quello dell’ordinaria, aberrante quotidianità all’interno di una multinazionale dagli scopi oscuri. Ma che cosa ci fa lì dentro Dylan? Come ci è finito? Come è successo che l’orrore del reale si sia sostituito a quello dell’immaginario? Questa la trama di “La macchina umana”, numero 356 di Dylan Dog, attualmente in edicola, del quale hanno chiacchierato tra loro i due autori: Alessandro Bilotta e Fabrizio De Tommaso.

Alessandro Bilotta: Ti interessava il tema? Hai mai vissuto una situazione di lavoro simile?

Fabrizio De Tommaso: Il tema mi interessava, sì, anche se insolito. Non mi sarei mai aspettato di affrontare un argomento simile: nel corso degli anni, mi è capitato di lavorare in un call-center. La situazione non era assolutamente paragonabile a quella vissuta da Dylan Dog in questa avventura, tuttavia disegnare l’albo mi ha ricordato quei tempi.

La storia, perfino il logo dell’azienda, mi sono stati ispirati da una mia esperienza in ufficio. Ma in realtà penso che le dinamiche del lavoro siano sempre le stesse, non c’è bisogno di andarsi a rinchiudere in un ufficio.

AB: La storia, perfino il logo dell’azienda, mi sono stati ispirati da una mia esperienza in ufficio. Ma in realtà penso che le dinamiche del lavoro siano sempre le stesse, non c’è bisogno di andarsi a rinchiudere in un ufficio. Anche se si pensa che noi scrittori e disegnatori chissà che vita meravigliosa conduciamo, siamo i datori di lavoro di noi stessi e siamo i nostri schiavisti, non possiamo fuggire da noi, dalla nostra ambizione, dal nostro perfezionismo. Mi interessa capire anche quali siano i motivi delle nostre fissazioni senza le quali, però, non potremmo fare quello che facciamo. È una trappola. Tu che lavoro faresti, se non avessi questo, e che lavoro farai quando tutti smetteranno di leggere fumetti?

FDT: Probabilmente ripiegherei su di un call-center!

AB: È un’ottima scelta, solo un paio di tacche più gratificante del lavoro che fai. Quali sono i momenti o le scene della storia che ti hanno più coinvolto?

FDT: Sicuramente la morte di Kalyn, è stato il momento più toccante.

AB: Ora però, se chi sta leggendo questa conversazione non ha letto la storia, gliel’hai rovinata senza dubbio. Com’è quel termine inglese che usano i giovani in rete per avvertire che c’è il rischio di anticipare la trama?
Comunque questa è la tua prima storia lunga. È cambiato qualcosa rispetto al tuo modo di lavorare in precedenza?

FDT: La prima cosa che ho modificato, ahimè, è stato il formato della tavola! Ho scoperto, con grande sorpresa, che la grandezza è inversamente proporzionale al tempo di realizzazione: più la scadenza si avvicina, più le tavole si rimpiccioliscono. Fosse stato un albo di centocinquanta pagine, probabilmente le tavole sarebbero state dei francobolli.

AB: Una delle cose che mi hanno colpito più favorevolmente è come sei riuscito a rendere la luce. Tutto sembra avere una luce fredda, sembra illuminato al neon, eppure è una storia in bianco e nero. Questo è venuto casualmente perché è il tuo stile o hai fatto una ricerca?

FDT: Sono felice che l’intenzione di creare un ambiente asettico sia stata recepita. L’idea di proporre quel tipo di illuminazione è arrivata dopo l’inizio della lavorazione, dalla seconda metà dell’albo ho progressivamente eliminato le campiture nere.


La luce fredda che pervade gli ambienti, in una vignetta di Fabrizio De Tommaso.

AB: Anche se s’intravedono le tue influenze, in questo modo, a mio giudizio, hai comunque dato forma a uno stile tuo. Per quanto riguarda le mie influenze, io non le ricordo più, sono talmente complementari e contraddittorie che non saprei dirti cosa influenza oggi il mio modo di intendere una storia. Tu riesci ancora a dire quali sono i disegnatori che più hanno esercitato un’influenza su di te e quali i fumetti?

FDT: In primis Alberto Breccia con Mort Cinder, poi, di seguito, Jorge Zaffino, Tommy Lee Edwards, naturalmente Massimo Carnevale e tanti altri…

AB: Il nostro lavoro su questa storia è stato un po’ frammentato, siamo andati avanti a lungo. A parte questo, come ti sei trovato? Che pensieri ti sono passati per la mente in questi tre anni di lavorazione?

FDT: Mi sono trovato molto bene, la sceneggiatura era estremamente fluida ed entusiasmante, per questo ci ho messo mille giorni: avevo paura che finisse.

AB: Questa è un’ottima risposta per arruffianarti lo sceneggiatore, distraendolo dal pensiero che ci hai messo mille giorni. Ammesso che tu sia riuscito ad arruffianarmi, che tipo di storia ti piacerebbe scrivessi per te? Cosa ameresti raccontare?

FDT: Mi piacerebbe realizzare una storia incentrata su Groucho, mi diverte molto disegnarlo, e poi i mostri. Brutti.

AB: E tra Groucho e i mostri non c’è tutta questa differenza.
Grazie della chiacchierata, Fab.

A cura di Alessandro Bilotta


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