Intervista Orfani

Uno Zaghi per Ringo!

L'ultimo capitolo della seconda stagione di Orfani è splendidamente visualizzato da Roberto Zaghi: abbiamo intervistato il disegnatore ferrarese, anche per farci portare dietro le quinte dell'albo in edicola dal 15 settembre.

Dalla fantascienza e il fantastico di Nathan Never, Legs Weaver e Zona X della fine degli anni '90 ai tre lustri trascorsi tra le strade "gialle" della Garden City di Julia, per arrivare, oggi, all'ultimo, disperato episodio di Orfani: Ringo: ne ha fatta di strada, Roberto Zaghi! Proprio in occasione dell'uscita dell'attesissimo capitolo conclusivo della seconda stagione dei personaggi creati da Recchioni & Mammucari, abbiamo intervistato il versatile disegnatore ferrarese, per farci raccontare qualcosa della sua carriera e del suo lavoro.

► Quali momenti, legati al tuo lungo viaggio nei fumetti Bonelli, ti piace ricordare?

Davvero tanti… vediamo di fare una sintesi. L’inizio, ovviamente, con l’interesse di Antonio Serra per il mio portfolio di aspirante disegnatore, "cresciuto” agli insegnamenti dei maestri Germano Bonazzi e Nicola Mari. L’incarico di visualizzare i personaggi della Magic Patrol per la mia prima storia di Zona X (numero 16), scritta da Vincenzo Beretta, con relative "schiarite di idee" da parte di Antonio (che mi esortava a migliorare nel disegno femminile, non a torto). L’arrivo della busta con la sceneggiatura di Michele Medda per Legs Weaver numero 4: uno "script" dal taglio cinematografico, con subito una bella scena a base di motociclisti (tema che amo). Il Nathan Never di Pasquale Ruju e il suo schizzo per il personaggio di Salomon Wolface, che già conteneva tutto il fascino del co-protagonista di “Thor 14” (Nathan Never 57). Le storie di Magic Patrol di Stefano Vietti e Alessandro Russo, divertimento puro e occasione di sbizzarrirmi con la fantasia. Poi il passaggio a Julia, tappa fondamentale della mia carriera, iniziato un pomeriggio con una telefonata di Giancarlo Berardi totalmente inaspettata che portò tanti cambiamenti e una lunga serie di storie prodotte insieme. Infine il presente: Orfani, e ringrazio gli autori per avermi convocato e la redazione per aver reso possibile questo albo.

Il momento più speciale fra tutti, però, fu la telefonata che ricevetti da Sergio Bonelli nell'estate del 2000, in occasione dell’uscita del mio primo numero della criminologa di Garden City.


Rosa e Ringo stanno per giungere alla fine del loro tormentato percorso.

Quando sei passato dalle pagine di Zona X a quelle di Julia hai dovuto reinventare il tuo segno, adattandolo anche a una gabbia più regolare di quella a cui eri abituato, lavorando per le nostre pubblicazioni a tema fantastico. Ora, i canoni narrativi di Ringo ti hanno suggerito un'impaginazione molto più aperta. Come riesci a muoverti con abilità attraverso questi diversi stili di racconto?

Passo senza problemi da un tipo di pagina all’altra, anzi la cosa mi diverte. Il tema della gabbia è spesso avvertito anche dai lettori. Fa parte del primissimo impatto visivo di un fumetto, eppure personalmente non lo considero un elemento così determinante.

Mi piace concentrarmi sulla concatenazione narrativa, cercando di creare una pista impalpabile che guida il lettore e gli consente di calarsi negli ambienti a fianco dei personaggi.

Ciò che a me preme è la scelta delle inquadrature all’interno delle singole vignette e soprattutto il legame che si sviluppa tra di loro. Mi piace concentrarmi sulla concatenazione narrativa, cercando di creare insieme allo sceneggiatore una pista impalpabile che guida il lettore e gli consente quasi di calarsi negli ambienti a fianco dei personaggi.

Lo script di Roberto Recchioni per il dodicesimo numero di Orfani: Ringo permette tutto ciò e contiene anche le informazioni necessarie all'impaginazione, lasciando al contempo al disegnatore un buon margine d’azione a livello di inquadrature. Questo ha fatto sì che si creasse fin da subito un bell’equilibrio tra le rispettive visioni del racconto.

In particolare mi sono trovato a mio agio nelle numerose scene d’atmosfera in cui dialoghi e messa in scena, scavando nelle emozioni, evidenziano le forti tensioni presenti tra i personaggi. Credo che il finale della storia, nella sua costruzione geometrica, riassuma bene il tutto.  

► È stato difficile centrare il "tuo" Ringo e gli altri personaggi della serie? Chi ti ha creato più problemi e chi, magari, ti entrato nel pennino al primo colpo?

Non troppo difficile, ma neanche semplicissimo, come sempre accade dovendosi impadronire pro tempore di personaggi creati da altre mani. In questo senso il dossier preparatorio di Emiliano Mammucari sul character design di tutto il cast è stato una vera manna. Il Ringo della seconda stagione di Orfani, graficamente molto potente, deve risultare sia un supersoldato (pur se ribelle) che un uomo dotato di sentimenti, un padre: connubio interessante da sviluppare.

Arrivato al termine della parabola, il mio Ringo trascina con sé tutte le vicissitudini patite negli albi precedenti, e ho cercato, per quanto possibile, di evidenziarlo. È stato bello anche riprendere il design delle armature, delle astronavi, delle armi eccetera... insomma, il mondo di Orfani mi ha riservato parecchie soddisfazioni.

Sul versante tecnico ho continuato la mia sperimentazione, alternando tavole realizzate al computer ad altre su carta, secondo l’ispirazione che di volta in volta veniva dalla storia.


Ringo!

Avevi mai lavorato pensando che i tuoi disegni sarebbero poi stati colorati? Come ha funzionato il tuo rapporto con la colorista, Giovanna Niro?

Collaborando da anni anche per il mercato francese, su volumi a colori, sono ormai abituato al passaggio di consegne al colorista. È un momento chiave, la cui incidenza sul lavoro finale è evidente. A mio avviso il fascino del bianco e nero ben dosato è pressoché inarrivabile, ma ci sono notevoli eccezioni e Orfani ne è sicuramente un esempio.

Di fronte alle tavole “restituitemi” da Giovanna ho avuto la conferma che una grande colorista sa aggiungere al bianco e nero una magia e un’efficacia in grado di sorprendere lo stesso disegnatore. La comunicazione tra noi è stata semplicissima, anche perché le indicazioni di colore narrativamente importanti erano già presenti in sceneggiatura, per cui la mia è stata davvero una passeggiata.

Sfogliando l'albo, sembra che ti sia molto divertito a visualizzare gli elementi tecnologici presenti nella storia: pensi ti mancheranno, tornando a disegnare Julia?

Tra le vie di Garden City ritroverò le sfumature del reale, la dissezione introspettiva della vita di personaggi che mi hanno accompagnato in momenti chiave della mia vita professionale, l’amore per il bianco e nero, il cinema noir e l’illustrazione classica, che proprio il proficuo rapporto con Berardi e Lorenzo Calza hanno rinfocolato.

Come dicevo prima, l’approdo a questa serie è stato un punto nodale, cui ha fatto seguito una collaborazione lunga tre lustri. Julia mi ha proiettato in una dimensione di approfondimento delle potenzialità del fumetto e mi ha invitato a scandagliare l’inquietudine del quotidiano, le pieghe della mente dei criminali, le gradazioni sottili della recitazione.

Ritornando alla serie cercherò di continuare un percorso che si nutre anche della mia personale, tuttora inesausta, battaglia per disegnare meglio i fumetti!

a cura di Luca Del Savio