Intervista Tex

Rotundo: il mio Texone!

Il 20 giugno, arriva in edicola il trentesimo Tex Speciale: scopriamolo anticipandovi alcune tavole dell'avventura e dei lunghi estratti dell'intervista con il disegnatore dell'albo, Massimo Rotundo, ospitata – in versione integrale – tra le pagine del Texone!

A cura di Gianmaria Contro

Sul conto di Massimo Rotundo, almeno una cosa si può dire con certezza: non ama starsene con le mani in mano. In più di quarant’anni di attività, non ha mai smesso di sperimentare e di mettersi alla prova, cimentandosi sui più vari terreni dell’espressione artistica.


Massimo Rotundo

Nato a Roma nel 1955, approda, verso la fine degli anni Settanta, al mondo delle nuvole parlanti, dove si afferma rapidamente, raggiungendo una notorietà internazionale. Il suo stile ricco e raffinato ne fa un professionista richiestissimo: dall’esordio sulle pagine del popolare settimanale “Lanciostory”, alla fucina del fumetto d’autore – su testate come “Heavy Metal”, “Orient Express”, “L’Eternauta”, “Comic Art” – per lui il passo è breve. Spaziando attraverso tutti i generi narrativi, giunge, nel 1998, al fantasy post-apocalittico del bonelliano Brendon, del quale sarà prima illustratore, poi copertinista, senza trascurare – dal 2007 – di prendere parte alle avventure esotiche di Volto Nascosto e Shanghai Devil. Ma tutto questo non è che un singolo capitolo della sua biografia creativa. Rotundo, infatti, si muove agevolmente anche sul terreno del concept design teatrale e cinematografico, dove la sua immaginazione si è più volte messa al servizio di costumisti, scenografi e registi di fama mondiale (Paul Verhoeven o Martin Scorsese, per non citarne che due). E ancora non è tutto! Alle radici del proprio percorso, l’artista capitolino vede la passione per la vera e propria creazione pittorica, che ancora oggi coltiva sotto il nome d'arte di Max Grecoriaz…

► È noto che lei ama spaziare ben oltre i confini delle nuvole parlanti. Il fumetto è una vocazione o un sentiero imboccato “per caso”?

Considero la mia “esuberanza creativa” come una via di mezzo tra un difetto e un pregio. Mi è capitato spesso di venire colto dal dubbio: “Forse sto danneggiando la mia carriera”, mi dicevo. “Dovrei specializzarmi in un settore, non saltare da una parte all’altra, senza un rigore specifico…”. Ma, con il tempo, l’ho accettato: è il mio modo di essere.

Ho bisogno di stimoli per sentirmi felice e continuare a dare il meglio. Se ho deciso di dedicarmi al fumetto forse è proprio per questo: perché amo le contaminazioni.

Quando faccio sempre la stessa cosa, mi annoio. Ho bisogno di stimoli per sentirmi felice e continuare a dare il meglio. Se ho deciso di dedicarmi al fumetto forse è proprio per questo: perché amo le contaminazioni. È lo stesso motivo per cui ho abbandonato le gallerie d’arte e dipingo per conto mio, dando sfogo a un’esigenza personale. Per me, la pittura così com’è non funziona più. Gli artisti, oggi, attingono alla Storia dell’Arte, ricalcano modelli tracciati da altri proponendo “rotture” e “rivoluzioni” che avevano senso in altri contesti, quando le Avanguardie della prima metà del Novecento erano vive e attive… un percorso che mi pare si sia esaurito e che andrebbe ripensato.

Il nostro mondo, “qui e ora”, è fatto di contaminazioni, e se l’artista deve rappresentare il mondo in cui vive è proprio questo che va rappresentato. Nel fumetto, è presente tutto il mondo dell’immagine. Non a caso, è prezioso anche come strumento didattico: c’è tutto, dal cinema alla letteratura, dalla concept art alla pittura. Quindi, mi viene da pensare che non l’ho scelto per caso… Anche se, lo ammetto, è stato il modo più immediato per procurarmi il pane!

► Facciamo un passo indietro: quando inizia il suo rapporto con il disegno?

Non saprei fissare una “data d’inizio” vera e propria. Da che ho memoria, ho sempre avuto una predisposizione naturale per il disegno realistico. Ma mi sono a lungo rimproverato di lavorare senza uno stile preciso, mi mancavano – come dire? – le basi accademiche.


Rotundo e Tex (cliccate sull'immagine per ingrandirla).

Così, appena ho potuto, mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti, mi sono rimboccato le maniche e ho imparato. Anzi, sto ancora imparando… Mi ha aiutato molto lavorare a stretto contatto con altri disegnatori, ci si confrontava in continuazione e ognuno traeva ispirazione dall’altro. Un poco alla volta, ho acquisito un livello di professionalità che mi pareva accettabile, e ho cominciato a “sentirmi a posto”. È importante imparare un mestiere.

► Quali sono i suoi “generi” preferiti?

Dopo una carriera lunga come la mia, i generi li ho affrontati quasi tutti, compreso quello erotico. Ma, se devo parlare delle mie vere affinità, quelle più profonde, direi: il Noir e l’Avventura. Che sono più che altro “stili” narrativi, sovrapponibili a qualsiasi plot… Insomma, per me è inevitabile muovermi saltando attraverso i confini! L’interesse per il Noir nasce dalla simpatia per il personaggio di Hercule Poirot di Agatha Christie, anche se definirlo in questo modo forse è un po’ riduttivo; alla fine Poirot è Poirot, punto e basta. Poi, inevitabilmente, c’è il cinema americano degli anni Trenta-Cinquanta: “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton, “Il mistero del falco” di John Huston, “L’infernale Quinlan” di Orson Welles, “La fiamma del peccato” di Billy Wilder, e così via. Li ho usati come se fossero dei libri di testo, per le inquadrature e per l’uso delle ombre… L’Avventura l’ho incontrata molto presto, grazie ai fumetti (Tex, "Il Grande Blek”, Il Piccolo Ranger e, più avanti, “Corto Maltese”) e ai romanzi di Emilio Salgari. In Italia, questo tipo di narrativa è tradizionalmente etichettata come “d’evasione” a differenza di quanto accade nell’ambito anglosassone, dove ha prodotto capolavori assoluti… E poi, naturalmente, c’era la televisione, che, per la mia generazione, è stata una vera e propria “finestra sul mondo”. Ricordo ancora il vetusto apparecchio in bianco e nero dove scorrevano le imprese rocambolesche di Errol Flynn, Gary Cooper, Spencer Tracy… “La carica dei seicento”, “Tamburi lontani”, “Passaggio a Nord-Ovest”… Un imprinting niente male.

► E il Fantastico? È un buon pretesto per ricordare la sua lunga militanza nell’universo post-apocalittico di “Brendon”...

Per me, Brendon è stata la collana che ha simboleggiato un nuovo, ulteriore punto di svolta professionale, e conservo sempre la speranza – se non la sensazione – che, prima o poi, io e il cavaliere di ventura creato da Claudio Chiaverotti torneremo a incontrarci...

Ho cominciato a studiare il personaggio, anche se poi, alla fine, ho deciso di disegnare d’istinto, seguendo l’ispirazione che mi veniva naturalmente dal fatto di essere io stesso un lettore affezionato del Ranger.

È stata una fase di rinnovamento, un’esperienza importante. Sia per la realizzazione delle storie che per l’illustrazione delle copertine, ho cercato di ripensare il mio stile grafico e pittorico facendo riferimento alla tradizione del fumetto Fantasy e d’Avventura, nonché di attingere all’immaginario cinematografico.

► Arriviamo ad oggi: come è stato affrontare il mondo di Tex Willer?

Ho cominciato a lavorare su Tex con un certo timore reverenziale, perché, in verità, il Western era forse il genere in cui avevo meno esperienza e lo sentivo un po’ come il mio Tallone d’Achille…

Probabilmente, però, la “resa dei conti” con questo universo narrativo era già nell’aria, quasi fosse destino. Pochi mesi prima, infatti, le Edizioni If di Gianni Bono mi avevano proposto di realizzare le copertine per la riedizione de Il Piccolo Ranger, così mi ero già fatto un po’ le ossa.

Dunque, mi sono messo al lavoro e ho cominciato a studiare il personaggio, anche se poi, alla fine, ho deciso di disegnare d’istinto, seguendo l’ispirazione che mi veniva naturalmente dal fatto di essere io stesso un lettore affezionato del Ranger. Certo, lungo il cammino ho dovuto risolvere vari problemi – specie per quanto riguardava la documentazione – ma, attingendo alla mia memoria, al mio ricco archivio mentale del cinema americano, mi sono accorto di essere “impregnato” di western. L’unico punto che mi ha dato veramente filo da torcere è stato forse un dettaglio tecnico: coniugare la mia preferenza per il fumetto cinematografico – con i suoi campi lunghi e le sue panoramiche – e la giusta esigenza di Tex di “stare sui personaggi”.

Comunque, credo di aver trovato il giusto compromesso. Mi sono impegnato al massimo e spero proprio che i lettori ne siano soddisfatti. Il solo rammarico che mi rimane è facile da immaginare: chissà cosa ne avrebbe pensato Sergio Bonelli

La ricca intervista completa potete leggerla tra le pagine di "Tempesta su Galveston", Speciale Tex n. 30 (scritto da Pasquale Ruju), in edicola dal 20 giugno!