Intervista Julia

Duecento volte Julia!

Nella prima parte di una lunga intervista, Giancarlo Berardi ripercorre l'avventura editoriale della criminologa di Garden City, che con l'albo in edicola taglia il traguardo del numero 200!

Sono passati quasi diciassette anni da quando il primo numero di Julia è apparso in edicola, nell’ottobre 1998, e otto da quando ha festeggiato i suoi primi cento numeri con il consueto albo speciale a colori (Clowns).


Giancarlo Berardi

Possono non sembrare molti, ma se pensiamo a quante cose sono successe a ognuno di noi nello stesso tempo, be’, allora un po’ di impressione la fa, per un attimo ti viene da trattenere il respiro. E ora siamo qui a mettere in fila duecento storie, una moltitudine di personaggi conosciuti ed emozioni provate, una pila infinita di tavole disegnate. E la sensazione più bella è che non è venuta meno in voi lettori la voglia e la curiosità di vedere cosa ci sarà nel prossimo numero, cosa avranno in serbo Giancarlo Berardi e il suo staff di sceneggiatori e disegnatori.

Vogliamo perciò celebrare Julia e i suoi duecento numeri, cogliendo l’occasione per rivolgere qualche domanda al suo creatore.

► Forse è inevitabile partire dall’inizio, per questo ti chiedo: come è nata Julia? Da quali suggestioni è venuta alla luce, come ha preso forma nella tua mente?

A metà degli anni Novanta, la serie "Ken Parker" raggiunse il suo minimo storico di vendite. A ogni uscita, Sergio Bonelli mi riferiva l'entità della perdita economica, e m'invitava a sottoporgli qualcosa di nuovo. Prendendo spunto dalla mia passione per il genere hardboiled e dalla conseguente tesi di laurea sulla "Sociologia del romanzo poliziesco", pensai a una collana noir, il cui personaggio principale fosse una donna, la vera protagonista della nostra epoca.

Presentai il progetto a Sergio Bonelli, il quale, dopo un'ora di discorsi, mi disse: "Ci ho capito poco, ma mi fido di Lei. Proceda".

Nacque così Julia Kendall, "l'investigatrice dell'animo", a cavallo tra la criminologia e la psicanalisi. Una persona, più che un personaggio, il cui aspetto, dolce e aristocratico insieme, s'ispirava all'attrice cinematografica Audrey Hepburn.

Presentai il progetto a Sergio, il quale, dopo un'ora di discorsi a tu per tu, nel suo studio, mi disse: "Ci ho capito poco, ma mi fido di Lei. Proceda". Un gran complimento ma anche una bella responsabilità. Oggi mi piacerebbe tanto che fosse qui con noi a festeggiare il duecentesimo numero della serie.

► Più volte hai dichiarato che nella progettazione della serie di Julia hai fatto tesoro, e non poteva essere diversamente, di tutte le tue esperienze precedenti, degli errori e delle ingenuità commessi. E mi è venuto da pensare se sentivi il peso di una nuova ripartenza. O magari la responsabilità per la creazione di una nuova serie, in particolare in una realtà editoriale come Bonelli, con tutto ciò che comportava in termini di staff coinvolto e di investimenti editoriali.

Quello che mi preoccupava era la cadenza mensile delle uscite. Ken Parker si era presentato in edicola con ritardi spaventosi. Abbandonai subito l'idea di una trama su base cronologica, partii con un congruo numero di episodi di scorta e scelsi uno stile preciso da indicare ai realizzatori grafici. Per le sceneggiature contavo anche su Maurizio Mantero, mio storico collaboratore e amico, a cui qualche anno dopo si unì il giovane Lorenzo Calza.

Per me fu come ricominciare. Fino a quel momento avevo lavorato in tandem con Ivo Milazzo, al quale ero legato da una particolare affinità. Ora dovevo costruire uno staff da zero. Decisi di arruolare disegnatori giovani, dotati di umiltà e di voglia d'imparare. Fu una scelta azzeccata.


Il primo numero di "Julia".

► Fin dall’inizio, Julia ha avuto una struttura di serie molto ben calibrata, procedendo per storie autoconclusive ma inserendo dei minicicli dedicati a personaggi particolari che, oltre a dare corpo narrativo alla serie, consentono al personaggio principale di aumentare, diciamo così, il suo bagaglio umano. È corretta questa lettura?

Sì. Oltre che arricchire la serie, questi filoni secondari mi permettono di variare il materiale narrativo, mantenendo spazi di libertà mentale in un lavoro il cui rischio maggiore è la routine.

► Hai spesso dichiarato di partire sempre dai dialoghi quando scrivi una storia, di creare le voci dei personaggi per poi “metterle in scena” nei tuoi precisissimi storyboard e infine di passare alla sceneggiatura vera e propria. Questo metodo di scrittura mi ha ricordato Francis Scott Fitzgerald, quando diceva che “il personaggio è azione”. Condividi questa affermazione?

Certo. Ma il mio faro letterario è Giovanni Verga. Questo straordinario interprete del "verismo" ci ha insegnato l'oggettività del racconto, "il quale deve sembrare nascere da se stesso", senza l'intervento dell'autore.
I dialoghi corrispondono a un pentagramma musicale, con i suoi "crescendo" e le sue pause di silenzio. Danno il ritmo, senza il quale una storia si sgonfia come un sacco vuoto. Per trovare la giusta cadenza, li recito a voce alta, controllando in questo modo anche la verosimiglianza.

La particolarità del lavoro di sceneggiatore è che la sua scrittura precede l’opera, ne costituisce la trama nascosta, ma diventa sempre qualcosa di diverso nel momento in cui viene tradotta nelle tavole disegnate. Come vivi questa situazione di impossibile sovrapposizione, se così vogliamo dire?

Non è poi così impossibile. In quarant'anni di carriera, mi è capitato molte volte di veder realizzata una storia esattamente come l'avevo immaginata. Anche perché riservo a me stesso l'onere della regia, attraverso descrizioni e layout. Ma soprattutto instauro un rapporto continuo, al di là del lavoro, con i disegnatori: più ci si conosce e più si entra in sintonia. Il mio obiettivo è che ogni storia sia tagliata su misura per chi la deve realizzare.

Cinema, televisione, romanzo: il mezzo importa poco. Da un racconto ci si aspetta un pezzo di vita, con il suo carico di emozioni.

► Restando al rapporto tra scrittura e disegno nei fumetti di Julia, nella tua scrittura c’è una grande attenzione alla “recitazione” dei personaggi, a come esprimono i propri sentimenti, e infatti i disegnatori del tuo staff dedicano molta cura a questi aspetti. Pensi che il fumetto sia un buon linguaggio per esprimere le emozioni dei personaggi?

Cinema, televisione, romanzo: il mezzo importa poco. Da un racconto ci si aspetta un pezzo di vita, con il suo carico di emozioni. E le emozioni si esprimono attraverso i gesti, le espressioni del viso e le posture. Esiste un vero e proprio linguaggio del corpo che sceneggiatori e disegnatori dovrebbero conoscere.

► Lo staff di disegnatori che si occupa di Julia è di grandissima qualità, molti hanno iniziato giovani proprio con te e oggi hanno raggiunto un livello di dimestichezza con il personaggio e gli ambienti veramente notevole. Ma al di là dei collaboratori consueti, c’è un fumettista – di oggi o del passato – che ti piacerebbe vedere idealmente alle prese con Julia?

È una grande soddisfazione constatare la crescita professionale di un ragazzo che ho seguito per anni. Ne sono passati tanti per il mio studio, e alcuni – inevitabilmente – hanno preso il volo verso lidi diversi. Chi ha la fortuna di raggiungere certi traguardi, deve mettere le proprie competenze a disposizione degli altri. Soprattutto dei giovani, a cui abbiamo preparato un mondo difficile, con pochi spazi per la progettazione e la realizzazione personale.


Illustrazione di Cristiano Spadoni per la copertina del n.200 di Julia.

Il mio disegnatore preferito è Alex Toth, con cui sono rimasto in contatto epistolare per un po'. Era una persona complicata, con una visione "eroica" del fumetto, non corrispondente all'evoluzione dei tempi.

► Il cinema è una delle tue grandi passioni, e anche una tua importante fonte di ispirazione. Quali riferimenti cinematografici, diretti o indiretti che siano, ti sentiresti di evocare per Julia?

Troppi per citarli tutti. Mi hanno portato al cinema quando avevo quattro anni, e non ho più smesso. Ho imparato molte cose sull'esistenza attraverso lo schermo d'argento, comprese alcune illusioni. È uno dei tre poli fondamentali della mia professione. Gli altri sono la letteratura e l'osservazione della realtà.

► Restando in tema, so che tra i tuoi registi preferiti ci sono Vittorio De Sica, Mario Monicelli, John Ford, Billy Wilder. Registi diversi tra loro, ma mi pare si possa dire accomunati da una grande attenzione alla scrittura e alla solidità della struttura narrativa. È forse questo che te li fa amare?

Questo è un giudizio "colto", che posso formulare con la maturità di oggi, ma da ragazzo li amavo per la loro capacità di raccontare brani della vita che si svolgeva intorno a me, con parole e immagini semplici, eppure di straordinaria efficacia.

Continua...

A cura di Giovanni Mattioli

"Julia raccontata da Berardi", la seconda parte dell'intervista a Giancarlo Berardi.