Anteprima Dampyr

Horror napoletano!

Uno sceneggiatore partenopeo svela per noi gli angoli oscuri della città del sole nel Dampyr in uscita a luglio! Claudio Falco racconta di come è nato l'episodio di Dampyr in uscita a luglio, "La monaca", ambientato nella "sua" Napoli.

Facciamoci accompagnare dalle parole dello sceneggiatore partenopeo alla scoperta della nuova trasferta italiana di Harlan e dei suoi compagni ammazzavampiri.

RITORNO A NAPOLI
Quando con Mauro Boselli si parlò per la prima volta della possibilità che io scrivessi, dopo il suo “La maledizione di Varney” (Dampyr nn.52-53 CORRELIAMOLI ALLA FINE), una nuova avventura di Dampyr ambientata a Napoli, la mia prima reazione fu di entusiasmo… Cinque minuti dopo mi vennero i sudori freddi, ma ormai non potevo più tirarmi indietro! Come affrontare, con “l’aggravante” di esserci nato, il “terreno minato” delle atmosfere e delle tradizioni di un luogo scolpito nell’immaginario collettivo da mille e mille romanzi, film e testi teatrali? Come riuscire a non sprofondare nella palude del bozzettismo e dei luoghi comuni? E, soprattutto, dove trovare un’idea che mi permettesse di evocare il passato così pieno di magia della mia città, ma che non fosse stata già usata troppe, troppe volte? 
Scartati a priori i vari Principe di Sansevero, Bella ‘mbriana, Virgilio mago e similari, ero seriamente preoccupato di essermi infilato in un vicolo cieco. Per fortuna, a tirarmi fuori dall’impasse giunse il fantasma di Marie-Henri Beyle, meglio noto come Stendhal. Questi, invece di fornirmi, come nella migliore tradizione partenopea, i classici “tre numeri al lotto”, mi ricordò di un libro, all’epoca un autentico best seller, attribuito (molto probabilmente senza alcun fondamento, ma questa è un’altra storia) alla sua penna illustre: “La cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Baiano estratta dagli archivi di Napoli”. Era la storia che cercavo, a tinte fosche, piena di sangue e mistero, cupa e barocca, era lì! Harlan e Kurjak potevano partire per Napoli. Per quanto strano possa sembrare a chi non è nato qui, Napoli, "‘o paese d’o sole", è un luogo quasi ideale per ambientarvi una storia horror. I palazzi del centro storico, i vicoli, via Tribunali e Spaccanapoli che ripetono in superficie il tracciato dei decumani di epoca romana, ancora in gran parte percorribili nella Napoli sotterranea, forniscono una scenografia ideale. 
Così, mi sono armato di macchina fotografica e me ne sono andato in giro a raccogliere la documentazione per Nicola Genzianella, il disegnatore dell’albo (un torinese così bravo a trasferire sulle sue tavole lo “spirito” della città da farmi sorgere il dubbio che abbia qualche lontano ascendente partenopeo). E allora, Palazzo Sangro Casacalenda è diventato, nella finzione, Palazzo Ayala e Palazzo Firrao ha ospitato l’appartamento di "‘o Prufessore". Qui e là si sono prestati lo storico Caffè da sempre ritrovo degli intellettuali napoletani, il chiostro del Convento di san Gregorio Armeno, l’antica Pizzeria dove venne inventata la pizza Margherita e, ovviamente, il Convento di Sant’Arcangelo a Bajano. Di sicuro non potevano mancare i comprimari che già avevano animato la precedente storia napoletana. Ho avuto quindi l’arduo compito di dare nuovamente voce a Don Raffaele “l’assistito”, a Almerinda la “janara” e a Piccerillo “il monaciello di Spaccanapoli”. La voce, ecco! Che voce dare ai personaggi “locali”? Come dare alla loro “parlata” il ritmo e la struttura del periodo propri della lingua napoletana, senza eccedere nell’utilizzo di termini dialettali? È stata questa l’ultima in ordine di tempo, ma probabilmente la principale difficoltà nella realizzazione della sceneggiatura.
Tra qualche giorno l’albo sarà in edicola. Non mi rimane che attendere (facendo i debiti scongiuri e con più ansia del solito) il giudizio dei lettori.
Claudio Falco
RITORNO A NAPOLI

Quando con Mauro Boselli si parlò per la prima volta della possibilità che io scrivessi, dopo il suo “La maledizione di Varney”, una nuova avventura di Dampyr ambientata a Napoli, la mia prima reazione fu di entusiasmo… Cinque minuti dopo mi vennero i sudori freddi, ma ormai non potevo più tirarmi indietro! Come affrontare, con “l’aggravante” di esserci nato, il “terreno minato” delle atmosfere e delle tradizioni di un luogo scolpito nell’immaginario collettivo da mille e mille romanzi, film e testi teatrali? Come riuscire a non sprofondare nella palude del bozzettismo e dei luoghi comuni? E, soprattutto, dove trovare un’idea che mi permettesse di evocare il passato così pieno di magia della mia città, ma che non fosse stata già usata troppe, troppe volte?

Scartati a priori i vari Principe di Sansevero, Bella ‘mbriana, Virgilio mago e similari, ero seriamente preoccupato di essermi infilato in un vicolo cieco. Per fortuna, a tirarmi fuori dall’impasse giunse il fantasma di Marie-Henri Beyle, meglio noto come Stendhal. Questi, invece di fornirmi, come nella migliore tradizione partenopea, i classici “tre numeri al lotto”, mi ricordò di un libro, all’epoca un autentico best seller, attribuito (molto probabilmente senza alcun fondamento, ma questa è un’altra storia) alla sua penna illustre: “La cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Baiano estratta dagli archivi di Napoli”. Era la storia che cercavo, a tinte fosche, piena di sangue e mistero, cupa e barocca, era lì! Harlan e Kurjak potevano partire per Napoli. Per quanto strano possa sembrare a chi non è nato qui, Napoli, "‘o paese d’o sole", è un luogo quasi ideale per ambientarvi una storia horror. I palazzi del centro storico, i vicoli, via Tribunali e Spaccanapoli che ripetono in superficie il tracciato dei decumani di epoca romana, ancora in gran parte percorribili nella Napoli sotterranea, forniscono una scenografia ideale.

Così, mi sono armato di macchina fotografica e me ne sono andato in giro a raccogliere la documentazione per Nicola Genzianella, il disegnatore dell’albo (un torinese così bravo a trasferire sulle sue tavole lo “spirito” della città da farmi sorgere il dubbio che abbia qualche lontano ascendente partenopeo). E allora, Palazzo Sangro Casacalenda è diventato, nella finzione, Palazzo Ayala e Palazzo Firrao ha ospitato l’appartamento di "‘o Prufessore". Qui e là si sono prestati lo storico Caffè da sempre ritrovo degli intellettuali napoletani, il chiostro del Convento di san Gregorio Armeno, l’antica Pizzeria dove venne inventata la pizza Margherita e, ovviamente, il Convento di Sant’Arcangelo a Bajano. Di sicuro non potevano mancare i comprimari che già avevano animato la precedente storia napoletana. Ho avuto quindi l’arduo compito di dare nuovamente voce a Don Raffaele “l’assistito”, a Almerinda la “janara” e a Piccerillo “il monaciello di Spaccanapoli”. La voce, ecco! Che voce dare ai personaggi “locali”? Come dare alla loro “parlata” il ritmo e la struttura del periodo propri della lingua napoletana, senza eccedere nell’utilizzo di termini dialettali? È stata questa l’ultima in ordine di tempo, ma probabilmente la principale difficoltà nella realizzazione della sceneggiatura.

Tra qualche giorno l’albo sarà in edicola. Non mi rimane che attendere (facendo i debiti scongiuri e con più ansia del solito) il giudizio dei lettori.

Claudio Falco