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Risponde Tiziano Sclavi
PERCHÉ È STATO SCELTO IL NOME DYLAN DOG?
Dylan viene da Dylan Thomas. Dog, invece, viene dal titolo di un libro di Mickey
Spillane che non ho mai letto, l'ho solo visto nella vetrina di una libreria: si
intitolava "Dog figlio di". Per lungo tempo, Dylan Dog è stato il mio XY,
ovvero il nome provvisorio che davo ai miei personaggi (e ne ho le prove, esiste una mia breve
storia, disegnata da Lorenzo Mattotti, che si |
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intitola proprio Dylan Dog e che risale agli
anni Settanta). Dylan Dog era il classico nome di cui si dice "per ora chiamiamolo
così, poi dopo lo cambiamo". Ecco, la differenza fra Dylan e tutti i miei
personaggi precedenti è che, quella volta, il nome non l'abbiamo cambiato.
CHI È PER LEI DYLAN DOG?
Uno che invidio. Attraversa gli incubi e se ne libera. Combatte la paura e la vince.
Qualche volta, vorrei essere lui...Vorrei essere |
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anche Woody Allen perché è un malinconico
spiritosissimo, o David Copperfield, che riesce a far sparire e a sparire. Dei miei
personaggi, tuttavia, potrei forse incarnare soltanto Gnaghi, una
versione degradata dell'"Idiota" di Fedor Dostoevskij. Il personaggio
di Gnaghi mi è stato ispirato da un handicappato conosciuto da bambino. Andava in giro
con gli occhiali bucati, per vederci diceva meglio. |
QUANTO DI AUTOBIOGRAFICO HA INSERITO NEL SUO PERSONAGGIO?
Dylan, in genere, ha un po' di me, ma senza esagerare. Le differenze sono note ed
evidenti. Lui vive a Londra, al numero 7 di Craven Road, per la precisione, e io che
viaggio poco, in Inghilterra non ci sono mai stato. E poi lui è quasi un seduttore, ha
avuto un sacco di donne, si innamora facilmente, cosa che non si può dire di me. Però
alcuni fantasmi (il ricordo dell'alcol, l'angoscia notturna, i risvegli
faticosi) mi appartengono. Comunque, io sono anche Groucho, l'aiutante maggiordomo
che spara battute a raffica oltre il demenziale, e specialmente sono i freaks, i mostri
senza colpa che compaiono in molte storie.
PERCHÉ DYLAN È PIENO DI FOBIE?
In effetti, Dylan Dog soffre di tante cose, ha paura dell'aereo, soffre di vertigini,
a volte è depresso. Non volevo farne un |
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vincente, un super-uomo alla Tex. Lui è uno che qualche volta perde,
oppure, se vince, non vince mai completamente. In fondo, non sembra neppure un eroe del
fumetto. Le mie storie non sono mai consolatorie perché l'orrore non finisce. Si
ricomincia sempre da capo. COME NASCONO LE STORIE DI DYLAN
DOG?
Questa è una delle domande fatidiche, assieme a "Da dove vengono le idee delle
tue storie?", che sono un incubo per tutti quelli che fanno il mio mestiere. Dato che
presuppongono un ragionamento del genere: "Voglio fare lo scrittore, quindi adesso
cerco le idee". Invece, bisognerebbe ribaltare tutto. A me, fin da bambino, sono
venute delle idee e quindi così sono divenuto uno scrittore e un fumettaro. Insomma, è
proprio perché gli vengono da chissà dove delle idee che un ragazzo,
invece di andare a |
| giocare, si mette a scrivere (o a dipingere o a comporre musica). Molto
più tardi si forma il cosiddetto mestiere, ovvero la capacità di scrivere anche se di
idee ne vengono pochine e anche la capacità di andarle a cercare. Vedendo appunto un film
o leggendo giornali e libri. Non sono mai corso al computer, ma ho sempre preso appunti di
battute e idee da copiare (già copiare, perché no? Nell'antichità era pratica
comune, e poi lo dice anche il grande Totò: "Tutti sono capaci
di fare, è copiare
che è
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| difficile!")... Le mie storie vorrebbero possedere la leggerezza di un film di Ernst
Lubitsch, il dialogo brillante di una commedia di Neil Simon e la forza visionaria e
allucinata dei film di George Romero. LE SUE DESCRIZIONI
DEI PERSONAGGI E DEGLI AMBIENTI IN CUI SI MUOVONO SONO MOLTO DETTAGLIATE IN SEDE DI
SCENEGGIATURA?
Sono uno degli sceneggiatori più pignoli, lo ammetto. A volte, per descrivere una
vignetta ci metto una pagina intera. Senza togliere nulla ai disegnatori, tutti
bravissimi, sono io che decido i piani, gli sfondi, fin nel minimo dettaglio. Voglio che
chi disegna provi le stesse sensazioni che provo io quando scrivo. A volte piango,
anche... Ricordo che, mentre scrivevo le ultime pagine di "Johnny Freak", una
delle storie più amate dai lettori, piangevo, avevo le lacrime che mi cadevano sul
computer e dicevo: "No, non morire, non morire!", anche se poi ero io che lo
facevo morire.
SI SENTE PRIGIONIERO DEL SUO PERSONAGGIO?
No, assolutamente, anche se credo abbia interferito con la mia carriera di autore di
libri. Ma non odio il mio personaggio come Conan Doyle odiava il suo Sherlock Holmes.
COME DEFINIREBBE IL RAPPORTO DI DYLAN DOG CON LE SUE DONNE?
L'inclinazione di Dylan Dog verso il femminile non è vissuta male. Non è mai
stato un playboy. Quando si innamora, lo fa sul serio. Non è mica un farfallone. In
realtà, per lui sono sempre storie importanti. Una volta, si è persino sposato con una
terrorista dell'Ira che poi muore in carcere. Dylan Dog è un sentimentale. Ma il suo
è un romanticismo molto problematico, direi dubbioso, non ha nulla di sdolcinato. |
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PERCHÉ LA MORTE NELLE SUE STORIE ASSUME SPESSO I TRATTI CLASSICI DELL'ICONOGRAFIA
MEDIEVALE? Questa immagine diciamo che è nata quando
vidi per la prima volta "Il Settimo Sigillo". Fu un'immagine potente quella
che Bergman ci restituì, grazie a quel volto da androide che personificava la
morte. |
NELLE AVVENTURE DI DYLAN DOG È MOLTO FORTE IL SENSO
DELL'ORRORE QUOTIDIANO. COME MAI?
Non ho nulla da dire di colto sull'orrore, nulla di orrido e profondo.
Solo ho un rapporto con i miei mostri come quello fra Tod Browning e i suoi freaks: io, in
effetti, sono i Mostri. Anche nella vita reale, senza morbosità, ho un enorme affetto per
gli
handicappati e per i diversi. Perché anch'io sono diverso. |
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